Ciao! Newton mi ha chiamata da lontano non appena mi ha vista passare. Mi è corso incontro, cadendo a metà corridoio, senza mai perdermi di vista. Mi sono accucciata e ci siamo abbracciati forte. Le monetine nel mio cestino hanno iniziato a tintinnare e lui ha sorriso, con l'espressione di chi scopre un segreto e vorrebbe subito rivelarlo al mondo. Avevo con me il ricavato dell'asta di martedì, più di 5 mila scellini con cui abbiamo pagato i conti di 4 bambini, scegliendo a caso dal mucchio. Stavo recandomi ai workshop per parlare con Shimali & co. La sera prima, mentre cercavo di riportare la luce in ufficio, controllando ogni interruttore e gli inverter, mi sono accorta che le chiavi dei locali tecnici non erano al loro posto. Peggio, non erano nemmeno nel compound! E così, la mattina seguente, ho affrontato ognuno di loro con la mia autorevolezza appena scoperta (solo ora, quasi alla fine, sto iniziando ad essere il direttore che tutti si aspettavano tempo fa....). E dopo il mio solito giro di ispezione mattutina, sono andata al mio appuntamento con la sedia del dentista e con la mia atavica paura dei suoi strumenti. Giuseppe, arrivato domenica dall'Italia, mi attendeva sotto al portico dello studio. Sono entrata, quasi avessi un elastico legato alla schiena, e mi sono accomodata sulla poltrona. Tutto era stato appena pulito da Scola che ha riso vedendomi nelle vesti di paziente. Dopo mille raccomandazioni ho lasciato che Giuseppe iniziasse il suo lavoro, stringendo gli occhi come se provassi un dolore insopportabile e allargando appena un po' la bocca, quasi non volessi farlo operare. Che buffa! Dopo la prima trance di rimozione tartaro ho sciacquato la bocca sputando nel piccolo lavandino rotondo alla mia sinistra, chiedendo ingenuamente se non fosse supposta la presenza di acqua corrente del tubicino che gira tutto intorno. E subito ho avuto la mia risposta. Scola ha riempito il piccolo secchio azzurro di acqua ossigenata e con la spugnetta è corsa a lavare la ceramica. Eccola, l'acqua corrente!
Sabato sera la macchina dell'ospedale è rientrata da Nairobi con Pepu. Le sono corsa incontro senza nemmeno accorgermi che Josec aveva completamente rimesso a nuovo l'ambulanza dopo 2 lunghi giorni di sosta in un garage della capitale. L'attendevo da settimane. Quanto mi è mancato il suo abbraccio amico e complice, di chi mi conosce, di chi sa cosa nascondo nel cuore e intuisce di cosa ho bisogno e quando. Mi sono sentita di nuovo protetta..e non più sola...
L'arrivo di Pepu, così come quello di Nicoletta o di Cristiana, è sempre prezioso. I miracoli fatti qui dalle fisioterapiste non hanno prezzo. Vedere correre Rita, sentire la sua risata sottile, sapere che senza di loro sarebbe seduta sulla schiena della mamma senza alcun contatto col mondo solleva il cuore in aria e lo fa roteare, sperimentando le vertigini. Così come sentire i passi delle scarpine nuove da tip tap di Frederick, ricoverato con la mamma, la sorellina più grande e il fratellino appena nato. Anche lui è tornato per la fisioterapia. Guardare nei suoi occhioni tristi e assorti fa sentire un alito freddo che attraversa il petto. Ma poi sorride (il sorriso più bello del mondo, come dice Pepu) e splende il sole in ogni stanza. Contagioso! Così come il sorriso on-off della vecchia signora con la frattura di femore parcheggiata qui dai figli, dimenticata. Sul suo volto triste si legge il peso di una vita, la solitudine incastonata in ogni ruga. Ma basta salutarla, muga!, e schiude le labbra mostrando tutti i suoi denti, assottigliando appena gli occhi. E continua a sorridere fino a quando non si esce dal suo campo visivo..per poi spegnersi di nuovo.
Ogni nuovo arrivo è segnato da una partenza, qui sotto al tamarindo. Si stringono legami indissolubili, preziosi. Ma si paga il caro prezzo della separazione momentanea, dei saluti con la mano e gli occhi lucidi sporgendosi dal terrazzino degli arrivederci. Marco è salito sul matatu di Kithingi dando un ultimo sguardo alla vallata e respirando forte. Sembrava volesse riempirsi di Africa prima di andarsene, per portarne un po' a casa..
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Mai provato a mettere il cuore su una tavola da surf e lasciarla scorrere sul mare? La tavola sale, con la prua che si staglia nel cielo e sembra di volare, leggeri, cavalcando il dorso luminoso della lama d'acqua. Ma poi l'onda s'incurva e rotola giù, a volte travolgendo il surfista e trascinandolo di sotto, togliendogli il respiro. Altre volte si frange più dolcemente e il peggio che si sperimenta è la risacca che trascina in basso, indietro, come un elastico grave....
Vivere qui mette in frullo il cuore, come dice Pepu. Vedere morire una giovane ragazza ammalata di aids, quando fino a qualche ora prima si stava cercando di muovere le sue gambe scheletriche per evitare che si piagassero. E poi voltarsi, uscire dalla stanza e camminare lungo il corridoio con l'unico desiderio di piangere. E scorgere il sorriso di Rita con le scarpine nuove. E ridere di nuovo. E poi entrare in pediatria e vedere la piccola Dorothy, un sacchettino di ossa destinato a consumarsi piano piano, senza crescere e sapere che non si può fare nulla, se non sperare. E durante la notte sentire il telefono che richiama Mababu e Apophie in sala operatoria per salvare la vita ad un ragazzo accoltellato dai ladri per qualche spicciolo e sapere che senza questo ospedale sarebbe morto. E poi esprimere centinaia di desideri guardando le lucciole, piccole stelle cadenti tra l'erba. Salutare gli amici in partenza, sentendo scricchiolare il cuore. E attendere il loro ritorno..che per alcuni appare solo un miraggio..