giovedì 19 gennaio 2012

Avevo dimenticato quanto odio l’inverno…

Lo ammetto: io odio l’inverno. Questa mattina ci ho messo quasi venti minuti per infilarmi cappotto-guanti-sciarpa e poi scafandrare Emma con il suo piumino da astronauta color argento, i guantini di pile rossi, il berretto peruviano che lei stessa ha scelto al centro commerciale, la sciarpa zucchero filato fatta a mano dalla zia Maria. L’ho infilata nel passeggino (davvero infilata, perchè da qualche mese il passeggino è dotato di un sacchetto imbottito protettivo per le gambine) e ho aggiunto pure una coperta bianca di pile. Arrivate a questo punto lo sguardo di Emma è sempre eloquente: “credi davvero che stia comoda con tutta questa roba addosso?”. No. Certo che no. Lo so bene, le rispondo con solidarietà. Ecco, dopo circa mezz’ora siamo pronte per una passeggiata che dura appena quindici minuti, giusto il tempo di arrivare all’asilo.

 401591_3038634048218_1334030484_33201821_1858462042_n380565_3038640688384_1334030484_33201829_151141153_n

L’inverno si è inasprito proprio negli ultimi tre giorni, dopo che mi aveva illuso che potesse essere mansueto e soleggiato fino ad Aprile. Che bugiardo! Eppure io gli avevo creduto…la solita ingenua! Se si esce al mattino, anche non troppo presto, ci si trova in un paesaggio da favola…si, ma di quelle in cui la principessa bella e buona viene imprigionata dalla strega cattiva (e in genere invidiosa) e di conseguenza tutta la natura che circonda il castello si addormenta, triste, senza vita apparente. Tutto è immobile. Silenzioso. Gelato. Bianco. Irreale. La nebbia della notte si è cristallizzata sui rami, sugli steli d’erba, sui parabrezza delle macchine, sull’asfalto, sui tetti delle case. Le auto procedono caute, così pure i pedoni imbacuccati. Gli alberi candidi sembrano ricoperti di pietre preziose trasparenti. E non appena il sole comincia un po’ a scaldare (il che è un emerito eufemismo, dato che purtroppo non scalda più..al massimo intiepidisce), intorno all’ora di pranzo, le gemme scivolano nell’aria cadendo a terra come piccole perle. E la strada lungo l’argine appare come il pelo di una zebra, striata di chiaro (le zone ancora all’ombra) e scuro (le parti in pieno sole). Quest’immagine mi fa sorridere, perchè riesco a vedere l’Africa anche in piena bufera di neve al gelo del polo nord. Si, ok..non siamo proprio al polo nord, tanto meno mi trovo in una tormenta…ma la sensazione che ho è la stessa. Non sopporto il freddo. Io odio l’inverno.

399782_3118862333875_1334030484_33234330_1419256207_n399462_3118863133895_1334030484_33234331_1902044014_n

Avanzo gelata, con passo svelto. Di tanto in tanto sento la vocina buffa di Emma: o oh! Ogni volta che il berretto le cala sugli occhi. Al di sotto della manopolina si intravede appena il suo ditino che indica entusiasta tutti i cani che incrociamo, facendone il verso con un piccolo sbuffo di vapore dalla bocca. Basta questo a farmi smettere di imprecare (in genere avanzo brontolando a voce bassa, ripetendo io odio l’inverno come un mantra) contro il gelo e accennare un sorriso. Lei è la mia estate perenne…

405839_3038637288299_1334030484_33201825_1532410212_n

Arriviamo all’asilo. Suono. Ilaria, la maestra, viene ad aprirci, seguita da Stefano, il nuovo amico di Emma. Lei lo saluta subito con entusiasmo appena lo vede: ciao! Mentre lui risponde con uno dei suoi versi atoni, ma si capisce che la stava aspettando. E mi ci vogliono altri dieci minuti solo per spogliarla, intravedendola appena oltre gli occhiali appannati per la differenza di temperatura tra l’esterno e il tepore della casa. Le tolgo la coperta mentre stiamo ancora entrando, cercando di non farle sentire troppo lo sbalzo termico. Ilaria chiude la porta e io già le sfilo sciarpa e berretto. Al tre, la faccio scendere dal passeggino. Quattro, cinque e sei, le tolgo  la tuta da astronauta, i guanti e il maglioncino pesante, infilandogliene (sette) uno più leggero. Altre due mosse per passare dagli stivaletti alle pantofole ed essere così pronta per correre e tuffarsi nella piscina piena di palline colorate. Il tutto, mentre io sono ancora completamente vestita. E quindi tutta sudata e con il naso gocciolante (colpa della condensa!). E mi rendo conto che per tutto il tempo sto digrignando i denti, mantenendo la testa bassa e brontolando tra le labbra socchiuse. Guardo Ilaria e sbuffo stanca come se avessi lavorato per ore. E mi esce un io odio l’inverno prima ancora di realizzare che sto parlando…

 

lunedì 26 dicembre 2011

E’ Natale..tempo di ricordi…

 
“Ricordo bene il giorno in cui sono partita...il 22 Dicembre 2004, un mercoledì…
Ero in ritardo ma anche il mio treno lo era...il destino voleva proprio che io partissi. Salii al volo, con la mia pesantissima valigia gialla, sbirciando appena tra la gente rimasta sul marciapiede. E incrociai gli occhi lucidi del mio papà che mi salutava. Il treno era pieno pieno di gente, persone che tornavano a casa per Natale, o che andavano da qualche parte, in posti dove c’era altra gente ad aspettarle. E sembravano tutti così felici, così eleganti. Io no. Mi ero sistemata nel corridoio, seduta sulla mia valigia, appoggiata al finestrino. Guardavo fuori, sforzandomi di ricordare come fossi arrivata fin lì.
Appena venti giorni prima avevo trovato l’associazione Un ospedale per Tharaka - Kenia su internet. Mi era piaciuto il nome. […] E poi c’era un’ala pediatrica da progettare, quindi avevo anche la possibilità di fare il mio lavoro. Perfetto! E nel giro di due giorni avevo il biglietto aereo tra le mani. Tutto così, d’istinto, come ho sempre vissuto la mia vita.
Ecco com’ero arrivata fin lì, su quel treno.
Mi sentivo sola. Ero quasi pentita di aver agito così istintivamente. Avevo paura. Non sapevo cosa avrei trovato là, non conoscevo nessuno. […] Ma allo stesso tempo ero determinata ad andare fino in fondo, forse anche per mettermi alla prova, per dimostrare che ero in grado di cavarmela con le mie sole forze. Ho sempre detestato dipendere da qualcuno…soprattutto quando quel qualcuno non c’è mai al momento giusto. È vero, forse sono partita più per aiutare me stessa che gli altri. […] Arrivai a Milano. Quanto pesava la mia valigia…o forse era l’anima a pesare. All’aeroporto ancora gente indaffarata, felice, entusiasta, così lontana da me e dai miei pensieri. Feci le ultime telefonate prima di uscire dall’Italia, sperando forse che qualcuno mi chiedesse di non andarmene. Ma poi finalmente, l’aereo decollò.
[…]
Arrivai a Matiri la vigilia di Natale. […] Ci stendemmo sulle panche subito dopo cena, avvolti in morbide coperte, vicini vicini, come orsetti nella tana. E poi Angela fece una magia. Entrò in casa e spense semplicemente la luce, dicendo: pronti? Ora accendiamo il cielo! E mantenne la promessa…
Giorgio ci teneva che andassimo tutti insieme a fare gli auguri alle suore Orsoline dell’ospedale e a quelle della missione. [..] Salimmo tutti e nove sulla vecchia macchina grigia, un fuoristrada con la portiera posteriore saldata. Avevamo con noi delle candele. Arrivati davanti alla casa delle suore alla missione, ci disponemmo in semicerchio, con le candele accese e intonammo Tu scendi dalla stelle, come nella migliore tradizione gospel…beh, l’impegno era tale, anche se in effetti il risultato era molto lontano dai classici cori natalizi! […] Poi, a piedi, attraversammo il cortile e arrivammo alla casa di Padre Orazio e Rita. […]Ci invitarono a bere cioccolata calda con i biscotti, giusto dopo la mezzanotte, esattamente come ero solita fare a casa mia, in Italia. Ma lì, quella cioccolata insapore, liquida e chiara, senza panna, con quei biscotti al finto cocco comprati al villaggio, aveva tutto un altro sapore. Migliore. Certo, mancava la neve, mancavano i regali costosi sotto l’albero, ma c’era tanta di quella bontà da riscaldare il cielo. Eravamo seduti tutti attorno ad un tavolo di assi di legno, con quindici sedie diverse una dall’altra. Eravamo persone lontane da casa. Decise a vivere davvero, non solo a sopravvivere. A dedicare parte della nostra esistenza a chi non ha mai avuto una scelta, a chi non ha mai potuto dire basta, a chi non è mai riuscito a fuggire da ciò che non poteva cambiare. Mi sentii fiera di far parte di quella famiglia.
PICT0194
[…] Il pomeriggio di Natale, andammo a prendere i bambini nelle loro stanze. Li portammo fuori tutti, anche quelli che non potevano camminare. Anche Faith. Avevamo una sola sedia a rotelle, gli altri li tenemmo in braccio fino al tamarindo di Natale. Uscirono anche le mamme. E cominciò la festa! Per prima cosa, i regali. Ogni bambino diede alla sua mamma la collanina o il braccialetto di perline che aveva preparato la mattina. E poi noi, da un grande cesto di foglie intrecciate di banano, tirammo fuori, esattamente come il celeberrimo Babbo, i regali per i bambini buoni. Cioè per tutti i bambini. Com’erano contenti! Erano solo vestiti usati, magari anche più grandi di qualche taglia. Ma era come se avessero ricevuto un dono prezioso, insperato. […] Poi, legammo tutti i palloncini ad una corda fissata tra due alberi. C’era un palloncino per ogni bambino e ogni bambino aveva uno stuzzicadenti con cui farlo scoppiare. Si misero tutti in fila...e iniziò una pioggia colorata di coriandoli e risate. Piccoli pezzetti di carta che volavano sull’azzurro delle divise pediatriche dell’ospedale, sui bendaggi sporchi di terra rossa, sulle testine folte di riccioli neri. E poi, quella semplice corda, divenne la nostra rete. E cominciammo a giocare a pallavolo, con un pallone di plastica pieno di stelle, lì, tra i sassi, sotto il sole a picco. […] Che bel Natale. E divenne ancora più bello quando Giorgio mi disse, così a bruciapelo: Tu, domani, doni il sangue

E’ stato il mio primo Natale speciale, spolverato non di neve ma di terra rossa. E banalmente, oggi, proprio ora,  non ho potuto impedire al mio cuore di sentire un po’ di nostalgia per quei momenti, per quei Natali caldi (non solo di sole). Anche se, pure in questo Natale, quello trascorso da soli dieci minuti, un po’ di magia c’è stata. E’ stato un giorno semplice, trascorso in famiglia (una famiglia allargata, anche se non completa), assaporando l’affetto e la meraviglia di Emma, più che le ricche pietanze. Ma del resto, che altro è il Natale se non questo?

giovedì 1 dicembre 2011

Caro Babbo Natale…

 

Caro Babbo Natale,

è da un po’ che non ti scrivo..direi circa 30 anni!

Per lungo tempo ho creduto che ti fossi dimenticato di me..ma forse, ero io a volermi scordare di te..volevo saltare a piè pari il Natale, cancellarlo dal calendario, spegnere tutte quelle luci intermittenti, abbattere gli abeti decorati e cancellare da ogni viso quegli stupidi sorrisi (fintamente?) felici..se non ricordo male, avevo lo stesso senso di nausea del Grinch al solo sentire augurare “buone feste!”..figuriamoci quando, anche al supermercato, ero costretta ad ascoltare le mille versioni di White Christmas o Jingle Bell, o quando mi imbattevo in file interminabili di consumatori di decorazioni natalizie e regali inutili..il mio unico desiderio era di essere lontano da tutto quel luccichio esasperato e riciclato, ogni anno uguale, sempre più spietato con chi è solo..perchè il Natale è in grado di farti sentire ancora più solo e triste (se è possibile).

E lontano da (quasi) tutto, alla fine, ci sono stata per un po’..sono scappata in Africa, caro Babbo Natale, tentando di colmare un vuoto non ben identificato, la mancanza di un’incognita ragione di vita..ma forse tu sapevi cosa stessi cercando prima ancora che io riuscissi a capire cosa volevo trovare..e hai deposto là, sotto al tamarindo, un regalo..la vigilia di Natale del 2004.

DSC_0420DSC_0411

Ho ritrovato quella stessa magia altre 2 volte, caro Babbo Natale..e malgrado non ci sia la neve o manchino i camini in cui calarti, io lo so che anche tu ti senti molto più a tuo agio nel cielo africano (anche se non deve essere facile guidare la slitta tra tutte quelle infinite stelle, le più belle e luminose che io abbia mai visto..)..io lo so che tu ti trattieni molto più volentieri sulla terra rossa..lo so perchè ti ho sentito..ho sentito la tua presenza a lungo..ho sentito il Natale sedimentare per giorni e giorni..senza scadere, come i panettoni, subito dopo la festa..avrei voluto scriverti allora, chiederti così tanti regali (soprattutto per chi mi stava intorno, per le persone che incontravo ogni giorno, per i sorrisi e i pianti dei bambini che mi facevano sentire impotente)..ma forse, le mie richieste sarebbero state anche al di sopra delle tue possibilità..e ti saresti sentito impotente pure tu..un allegro pancione con la calzamaglia rossa che può portare la casa a 3 piani  di Barbie a Carlotta, ma che non può portare da mangiare a Mwithi, o i farmaci a kamunda, o i libri di scuola a Gituma.

Non ti ho più scritto, eppure tu hai sempre saputo quale fosse il regalo giusto per me, caro Babbo Natale..un regalo che va anche al di là di ogni mia più ambiziosa eventuale richiesta..il regalo..tu lo sapevi.......e perchè mai ci hai messo così tanto a consegnarmelo??! Trovato traffico? Hanno scioperato le renne? Sei stato sequestrato da un branco di marmocchi ribelli?.....o hai semplicemente aspettato che finissi il mio tortuoso, doloroso, necessario percorso? Si, credo sia così..hai atteso semplicemente il momento giusto..per non rischiare di consegnare il regalo alla persona sbagliata, a quella che ero..e vedere magari una sciocca, riluttante donnina gettarlo senza nemmeno rendersi conto della fortuna ricevuta.

DSC08797DSC09043_

DSC09403_TEO_1626-web

Così, eccomi qui, caro Babbo Natale, a scriverti, dopo tutti questi anni..non per chiedere, ma per ringraziare..perchè il mio regalo è ora qui, vicino a me..sta dormendo..e mi pare che non sia mai esistito nulla al mondo di altrettanto bello…e mi commuovo, ascoltando la mia discreta, semplice felicità fatta di momenti e di piccoli passi in avanti..certo, niente di quello che avevo immaginato per me da bambina (e più in là, da adolescente) si è realizzato..ma alcuni dei miei sogni si sono comunque rocambolescamente avverati, con tempi e modalità del tutto inattesi..grazie, caro Babbo Natale..semplicemente grazie..

Con autentico affetto,

Stefania (Mwende).

 

PS: beh..in realtà ci sarebbe qualcosa che vorrei chiederti..di poter continuare ad essere felice il più a lungo possibile..di veder crescere la mia Emma ed esserle vicino ogni volta che ne avrà bisogno..vorrei che portassi anche a lei tanta felicità e che non conoscesse mai il dolore..vorrei che la sua vita fosse meravigliosa..meravigliosamente semplice ma intensa....vorrei che anche lei, un giorno, non avesse più nulla da chiedere, ma solo da ringraziare per quanto ricevuto..vorrei che portassi da mangiare a Mwithi, i farmaci a Kamunda e il libri di scuola a Gituma...........scusami, caro Babbo Natale, non intendevo farti sentire impotente....ignora il mio post scriptum..

martedì 13 settembre 2011

Uno sguardo che racconta una vita…

Ho incrociato un’anziana signora ferma a leggere i necrologi, questa sera, poco prima di cena. La schiena era ricurva, il collo allungato e lo sguardo risaliva lungo la parete, sforzandosi, opponendosi alla vecchiaia che accartoccia la schiena. Reggeva con le due mani contorte la sua piccola bicicletta. Era intenta a leggere…forse a cercare il nome di qualche amico o conoscente che ormai non c’è più. Lo sguardo, incassato tra le rughe, era triste. O forse solo stanco. Ha sorriso ad Emma, quando le siamo passate vicino, come se la visione di quell’innocenza le avesse gettato una manciata di freschezza in pieno viso e l’avesse risvegliata dal suo torpore. Le ha sorriso, scoprendo il suo unico dente fare capolino tra le labbra grinzose. Le ha sorriso con gli occhi. Col cuore...

Mi sono soffermata a pensare a lei, a come deve essere stata da giovane. Lo faccio spesso quando incontro qualche anziano passeggiare per strada o seduto su una panchina nel parco. Ho provato ad immaginare quale fuoco deve averla arsa dentro quando aveva vent’anni, le sue battaglie contro chi la voleva omologare, la sua passione nell’amore, i sogni infranti, i viaggi, le lacrime e i sorrisi di tutta una vita vissuta. Una vita che ora è scritta lì, sul viso, tra le rughe. Ogni linea racconta una storia, descrive una parte di lei. E gli occhi..gli occhi degli anziani mi lacerano a volte. In ombra, sotto le folte sopracciglia bianche, sembra che sbircino tra le fessure di una vecchia casa abbandonata. Quasi sperando di non essere visti. Quello sguardo a volte triste, più spesso pieno di rabbia. Lo sguardo di chi si rassegna impotente al tempo inesorabile che passa. Ma che se solo potesse sarebbe in grado di vivere un’altra vita e un’altra ancora, perchè la voglia di amare, viaggiare, scoprire non invecchia mai. Mentre il corpo si consuma. Si consuma fuori e imprigiona l’anima ancora giovane.
A volte li vedo camminare lentamente, reggendosi ad un bastone, trascinando le gambe avanti di centimetro in centimetro. Con il respiro affannoso, le labbra serrate. E lo sguardo, sempre quello sguardo rabbioso di chi vorrebbe correre. Correre ancora. Vivere ancora. E mi commuovo. E mi spavento…perchè un giorno avrò anche io quello sguardo..
A volte, invece, hanno lo sguardo spento di chi è invecchiato tanto tempo fa. Di chi è sempre stato chiuso in una piccola scatola senza mai sbirciare il mondo com’è. Di chi non ha avuto il coraggio di farsi travolgere dalle passioni. Di chi non ha mai saputo sognare o non ha mai avuto desideri che lo portassero lontano dal punto di partenza. Di chi ha sempre e solo percorso la strada più trafficata. E mi commuovo. Ma sono felice..perchè so che io non avrò mai quello sguardo..

DSC07491

DSC02762DSC02353

mercoledì 15 giugno 2011

Il momento più bello…

...è il mattino, quando sento il tuo respiro vicino al mio e le tue braccia sul mio collo, in un abbraccio che lega ma non stringe..e poi apro gli occhi e incrocio i tuoi già spalancati, intensamente blu, velati d’amore come mai mi era capitato in tutta la mia vita..o invece stai ancora dormendo e allora assaporo con lo sguardo ogni smorfia del tuo viso, ogni movimento, ogni sospiro dolce..e vorrei essere nei tuoi sogni, così come tu sei sempre stata nei miei, sentire il chiacchiericcio dei tuoi pensieri appena nati..


 ..è il pomeriggio, quando usciamo a fare una passeggiata e tu monologhi al mondo, agitando le manine nell’aria, senza risparmiare sorrisi o rimproveri..e hai sempre così tanto da dire che qualche ora non basta…o quando giochiamo sul lettone o sul tappeto pieno di lettere e numeri…e tu mi insegni che i pastelli colorati possono diventare delle bacchette musicali e che non ha senso faticare per inserire il cubo o la sfera o la piramide nella scatola indovinando il buco della giusta forma sul coperchio..basta togliere il coperchio ed entrano tutti..o quando insisto per farti mangiare la frutta (c’è sempre un ultimo cucchiaino) e tu giri la testa dall’altro lato, nervosa ed accigliata (e buffa), perché io non capisco che non ne vuoi più…

 ..è la sera, quando ti faccio il bagnetto e tu schiaffeggi l’acqua ridendo come solo i bambini sanno fare..e subito dopo piangi quando ti asciugo perché vorresti continuare ancora e ancora..o quando, dopo cena, giochi con la nonna o con zia Daniela, mentre la mamma lavora  (prova a lavorare) col suo computer pieno di foto e di musica..e tu balli e chiacchieri e ridi..ma poi chiami “mamma”, stropicciandoti gli occhi e il nasino per il sonno e allunghi le tue braccine verso di me..e io ti prendo con me, attaccandoti al seno, cullandoti, come quando eri piccola piccola..e tu mi tieni la mano, stretta tra le tue dita minute ma forti..e poi ti addormenti, con la serenità sul viso e nel cuore..perché per te nessun posto è più confortevole e sicuro delle braccia della mamma..o quando ti adagio sul tuo lettino e rimango a guardarti e ad ascoltare il tuo respiro..e ancora oggi mi chiedo che abbia fatto di così buono e bello nella mia vita da meritarmi te..

 ..ogni momento della mia giornata è il più bello da quando ci sei tu, amore mio, vita mia..ogni giorno è un dono prezioso…ogni spina del passato acquista un nuovo senso, è un tassello necessario che mi ha portato a te, in un tortuoso percorso che ora sono felice di aver fatto (anche quando è stato doloroso)..perché è stato il solo modo per raggiungerti..ti amo Emma..ti amo tanto da commuovermene..





venerdì 3 dicembre 2010

Rasta Emma. Episodio II. “L’incontro”

Mi sveglio la domenica mattina ancora intontita dall’anestesia. Nel mio box di terapia intensiva si susseguono decine di infermieri per controllare i miei parametri vitali. Ad ognuno di loro chiedo notizie di Emma e quando potrò uscire dall’ospedale per andare da lei…sola, così lontano dalla sua mamma. Il primario di Terapia Intensiva chiama personalmente l’altro ospedale, a Camposampiero, per sapere come sta la mia bambina. Gli rispondono che è fuori pericolo ma si riservano di fare dei pronostici solo dopo cinque giorni. E’ intubata, la aiutano a respirare perché i suoi polmoni sono ancora troppo piccoli…è tutta troppo piccola, penso…e poi è sola…il pensiero mi ossessiona, mi ferisce…ma devo attendere…

Chiedo ai miei di andare a trovare Emma, di dirle che la mamma arriva presto, di vedere come sta…com’è…io non l’ho ancora vista e non riesco a darmi pace. Piango e guardo l’orologio ogni minuto cercando di dare una spinta al tempo e farlo correre più in fretta. Attendo anche Ale che sta arrivando da Bari con Giuseppe e Silvana. Attendo e non posso fare nulla, inchiodata al mio letto..

Alle 18:00 finalmente i miei possono entrare a farmi visita, mentre Ale è ancora bloccato in autostrada a Bologna per il primo grande esodo d’estate. “Come sta Emma, com’è? E’ triste? Cosa le fanno là?” Un turbinio di domande e di pensieri che sgorgano come acqua da una botte troppo piena. “Emma è bellissima, sembra una bambolina! E’ grande, è nata di quasi 2 kg..sta bene e là a Camposampiero sono bravissimi, la trattano bene, con dolcezza sta tranquilla…”. E il pianto diventa consolatorio, non più d’ansia, d’incognita.

Dormo a tratti. Apro gli occhi e guardo l’orologio. Il tempo avanza di soli 5 minuti alla volta..eppure sembrano secoli. Il ginecologo che mi ha operato, Michele Caramia, passa a visitarmi. La ferita mi duole, ma è pulita. Gli stringo una mano e lo ringrazio per aver salvato la vita della mia bambina..e la mia. E banalmente piango, come se non sapessi far altro. Ale arriva che sono ormai passate le 20:00. Corre da Emma, sperando di arrivare in tempo per conoscerla e scattare qualche foto per me..che ancora non l’ho vista. Il traffico si mette contro di lui, ancora una volta. A Camposampiero incontra un’infermiera che sta iniziando il suo turno in neonatologia proprio in quel momento e lo fa entrare. Sono ormai le 22:00…ed Emma sta per conoscere il suo papà…

Passo un’altra notte in terapia intensiva. Mi sveglio alle 5:00 e non riesco più a dormire. Aspetto con ansia di essere trasferita in reparto e di vedere arrivare Ale e le sue foto preziose. Voglio vedere la mia bambina, ne ho bisogno. Ma il tempo riesce a rallentare ancora di più, fino alla stasi. Mi fanno salire in reparto, finalmente, all’ora di pranzo. Subito dopo, l’orario di visita. Bene. Ma nessuno arriva e l’attesa mi innervosisce. Che aspettano? Sono stanca di aspettare io! E dallo stipite della porta della mia stanza sbuca un enorme mazzo di fiori colorato come coriandoli a carnevale. E’ Ale! “Aveva fretta di uscire la nostra Rasta Emma!” Mi abbraccia forte…ma tenero..e mi culla un po’ il cuore che finalmente respira lento e riposa dall’affanno. Sono felice di vederlo. Inaspettatamente felice. Mi mostra la coccarda di Emma, quella da appendere alla porta per far vedere al mondo quanto siamo fortunati ad aver avuto una bambina. E’ rosa..con le code gialle, rosse e verdi! E poi mi porge la fotocamera..o forse gliela strappo dalle mani! Che emozione…mia figlia! Ho quasi paura a guardare. “Com’è? Ti piace?” Gli chiedo prima ancora di vederla. E lui sorride. E finalmente..ecco..Emma..con i tubicini nel naso e nella gola e il berretto di lana rosa. Piango..più dentro di me, che fuori. Ormai non ho più lacrime. “E bellissima!”. “Si..”. Rimane con me un’ora e poi torna da Emma, mentre io mi devo trattenere ancora un giorno in ospedale.

E’ martedì, ormai. Il 29 Giugno. Mia figlia è nata tre giorni fa e io non ne conosco ancora l’odore. E’ incredibile come la mente si possa incanalare in vorticosi loop e non uscirne, senza nemmeno rendersi conto di essere in trappola. Emma. Emma. Non penso ad altro, non esco dal labirinto. Durante il giro visite del mattino il primario mi dice che finalmente mi dimettono. Prima del previsto. Ma anche lui sa che io devo andare da mia figlia. Arriva anche Ale e insieme aspettiamo la lettera di dimissioni mangiando lo stracchino e il finto purè del mio pranzo. Mi liberano in tarda mattinata. E dopo una breve sosta a casa, ci mettiamo in macchina sotto il sole della più calda settimana di Giugno e dell’intera estate, forse. Come possono così tante macchine percorrere tutte la stessa strada? Perché non vi spostate? Ho fretta, io!

Arriviamo. Attraverso piano l’ospedale. Sento i punti metallici tirare la pelle. Mi duole, ma fingo di non sentire male. Non voglio fermarmi o aspettare di star meglio. Emma ha un tubicino nella gola e ha solo 3 giorni. Io posso benissimo sopportare un po’ di fastidio alla pancia. In ascensore cerco di stemperare la mia ansia tra le braccia di Ale. “Sono emozionata..”. “Come si fa a non esserlo?” (chissà che avrà provato lui, la prima volta che ha visto sua figlia..lì, da solo, senza qualcuno che potesse documentare le sue emozioni…non lo saprò mai…nessuno lo saprà mai..). Arriviamo in neonatologia. Ale mi fa vedere come indossare il camice e lavarmi le mani. Ed entriamo nella stanza delle incubatrici. Una, due, tre..cinque incubatrici. E nella prima a sinistra dorme Emma. Ale solleva la copertina che la tiene in penombra come aprisse un sipario su un palcoscenico. Ed eccola lì, la prima attrice. Con il suo cappellino di lana rosa. Grande. Anzi, no..è la testolina che è piccola. E’ tutta piccola. Una bambolina. Bellissima. La osservo in silenzio, percorrendo una linea continua dal viso ai piedini, avanti e indietro, almeno cinque volte, come se l’accarezzassi con lo sguardo. Il cuore mi batte talmente forte che ho paura che lo sentano da fuori e si accorgano di quanto sono felice, in contemplazione di una creatura che mi pare impossibile sia uscita da me. Felice ed affranta, osservando i tubicini che entrano nel suo corpicino. Uno nel naso, uno nella bocca, uno nella pancia dall’ombelico. La aiutano a respirare, a mangiare. Perché lei non lo sa fare ancora da sola. E’ piccola. Doveva pensarci ancora la sua mamma a nutrirla e darle ossigeno, senza fatica. Invece è tutto così difficile per lei. Anche respirare, che appare così semplice. Apro lo sportello dell’incubatrice e allungo una mano appena tremante..e finalmente posso accarezzare la mia bambina…

[continua]


DSC04609IMG_1460