martedì 8 dicembre 2009

Contro i mulini a vento si può vincere?

Monica mi ha chiamata spaventata. Stava venendo all’ospedale con Eveline Joy che ancora, dopo qualche giorno dall’ultima visita, ha la febbre alta. Ho chiesto a Josec di ritardare la Clinic Mobile e di correre a Kathwana a recuperarle…

Eveline Joy arriva all’ospedale priva di conoscenza, con le convulsioni. Apophie la visita e le infila il tubicino dell’ossigeno nel naso per aiutarla a respirare. E poi la lascia lì, con Monica, sul lettino dell’ambulatorio dei miracoli, accanto ad un altro piccolo che respira con un rantolo da tabagista incallito. Entrambi sono collegati alla stessa bombola d’ossigeno (stanno condividendo l’aria). Entrambi hanno addosso gli sguardi tremati delle madri, due angeli che sorvegliano il filo sottile a cui questa notte rimarranno appese due piccole vite. Passo appena prima di cena davanti alla stanza. Monica e l’altra signora sono sedute sul lettino da visita, ai bordi. Fissano il muro davanti a loro stringendo i bambini tra le braccia. Non dicono una parola. Si sente solo il ronzio dell’ossigeno che fluisce dai tubicini. Sposto le barelle in sosta nel corridoio e gliele porgo, se mai dovessero sentire l’esigenza di staccarsi dalla veglia e dormire un po’ senza anchilosarsi su una sedia. Mi sorridono, mi ringraziano. Do loro la buonanotte e un bacino sulle due piccole testoline addormentate. Esco…con la solita sensazione di cuore pesante…

Sono giorni densi, senza fine, quelli degli ultimi mesi. Giorni senza notti, settimane senza week end. Qualche breve pausa che dà l’illusione della fuga. Ma poi si ritorna sempre qui, con il pensiero, con il corpo. Ad affrontare i mille problemi che quotidianamente bussano alla porta dell’ufficio e mi “distraggono” dagli impegni. Gli infermieri che non hanno al centro del loro universo il paziente, i debiti che si coprono a sento in un continuo ciclo di “saldo e riapro”, la water plant che fa acqua (!!)…a volte punto la lancia contro l’aria e cerco di ferire i mulini a vento che roteano le loro pale nella tempesta. Ma spesso mi ritrovo disarcionata, frullata, scaraventata a terra. E rialzarsi a volte ha il retrogusto della sconfitta. Ma poi incrocio gli occhi di Monica, tornando a casa, e ricordo il perché di tanto accanimento in una lotta che può sembrare impari. E scopro che è possibile vincere…anche contro i mulini a vento….

Mama bwega ^_^

giovedì 3 dicembre 2009

1 settimana di pioggia…

 

DOMENICA

LE VERDI COLLINE D’AFRICA

Domenica mattina. Pigra. Ci siamo schiusi con lentezza uscendo dal bozzolo come farfalle a primavera...

DSC03729Siamo scesi al fiume, nel pomeriggio. Volevo mostrare a Fede, Aldo, Luciana e Ale il baobab con l’Africa nel cuore. Anche John, un altro studente di Meru, è venuto con noi. Il Mutonga ora è grosso, arrabbiato e scuro, carico di piaggia. Il sentiero che conduce al grande albero si è quasi perso tra gli alberi che hanno raddoppiato la chioma e ho faticato a riconoscerlo. Sembrava di avanzare in una  foresta vergine, inesplorata da tempo, dimenticata. L’ho ritrovato nascosto dietro a cespugli nemmeno esistenti durante la stagione secca. Pure l’Africa tra i rami non è più definita, non è più nitidamente stagliata nel cielo alle spalle del baobab, in parte sepolta dalle foglie di un verde fresco, infantile.  Ma rimane comunque un albero “magico”, così come il luogo in cui è nato, aperto e circondato da altri alberi, fitti, oltre i quali si scorgono le colline che coronano l’orizzonte e lo fanno convergere verso lo sguardo.

Siamo risaliti arrancando, tra i sassi, sotto il sole ancora caldo, fermandoci a più riprese all’ombra per respirare. Fede, John, Ale ed io abbiamo deciso di proseguire verso il centro, per un aperitivo da Regina. Il market era affollato. Sotto agli alberi, difronte al pub di George, un drappello di uomini contornava i giocatori di ENDODOI seduti su una panchina a sfidarsi. Non si sono nemmeno accorti del nostro passaggio. Ci siamo seduti sotto alla pergola, da cui dondolano lampadine e ragnatele, e abbiamo atteso l’imbrunire…

LUNEDI’

UNA GIORNATA DISARMANTE

Aldo viene chiamato da Peter per gestire un parto difficile, una donna in travaglio già da troppe ore. E inizia all’alba il suo prezioso lavoro con l’amarezza di uno scontro continuo con la mancanza del senso dell’emergenza del personale, degli infermieri in particolare. Una battaglia quasi sempre persa. Forse per non curanza. Forse per una mentalità fatalista maturata dalla necessità di proteggersi, di non venire schiacciati dalla vita crudele consumata qui attorno, dove mancano le soluzioni spesso più banali per vincere la morte…com’è triste…

Chiamo Edward per andare a recuperare un paziente nel bush e poi vado a fare un giro in reparto, per controllare, supervisionare, l’accenno di lavoro pigro degli infermieri. Apophie sta facendo il giro visite con Fede, Kanake e Dannis. La incrocio davanti alla stanza numero 3. Nel letto vicino alla porta siede una bella signora, giovanissima, con il suo completo verde ospedaliero e un sorriso rassegnato di chi forzatamente ha raggiunto la tranquillità interiore. Tiene la mano del marito e guarda oltre la porta, il corridoio, distrattamente. Il paziente è vittima di un incidente  stradale. E’ caduto dalla moto e ha sbattuto la testa (quasi nessuno porta il casco qui…) riportando un trauma cranico che lo ha disorientato, sprofondato in un mondo di mancata coordinazione e controllo dei propri muscoli volontari.  Apophie è dell’idea di portarlo a Nairobi immediatamente, senza considerare tutti i problemi logistici legati al suo spostamento e all’incognita del ricovero al Kenyatta che spesso è cieco all’emergenza. E così mi scarica di nuovo addosso la patata bollente cospargendola di abbondante sale, facendomi sentire in tremenda colpa se mai decidessi di non aiutarlo, di non impegnare l’ospedale nell’ennesima battaglia persa e costosa, di non pescare tra le mie tasche gli ultimi spiccioli rimastimi (ma perché nemmeno una volta decide di lottare al mio fianco?). Placo il mio cuore istintivo e decido di chiamare l’ospedale di Marimanti che “erroneamente” ha scaricato un suo paziente ben sapendo che in quest’ambito, la traumatologia, non abbiamo argomenti.  E convengo con il direttore sanitario di tornare a recuperare il paziente e portarlo all’ospedale di Meru, dove è presente anche una TAC e dove hanno in dotazione un set per craniotomia (che a noi manca) per far sfogare eventualmente il trauma all’esterno, liberando il suo cervello compresso. E mentre respiro profondamente per digerire il primo problema risolto, Fede me ne presenta un altro, la mancanza di sangue B+ per trasfondere una paziente in attesa dell’intervento.  Incrociamo Kenneth per i corridoi e gli chiedo di telefonare ad Embu, al centro trasfusionale dove fortunatamente il sangue richiesto è presente. Recupero Edward, di nuovo, amareggiato per la pigrizia degli infermieri che non hanno mosso un dito quando è arrivato con il nuovo paziente, aspettando, seduti, che se ne occupasse lui, l’autista. Lo ascolto e aggiungo pezzetti di alluminio alla mia palla di domopack grave e nuovi problemi alla mia lista giornaliera. Gli chiedo di ripartire subito e andare a prendere il carico prezioso. Secondo problema risolto, deglutisco. E’ ora di pranzo, ormai, e mentre sfilo davanti alla sala medicazioni con Fede, Peter ci chiama a testimoni di un connubio tra mala sanità (di un ospedale governativo) e ignoranza (dei famigliari) che ha consumato la gamba di un bambino di 11 anni (caduto dall’albero mentre raccoglieva i manghi), serrata dentro un gesso. L’odore acre della carne marcia ha già saturato l’aria. Il bambino siede sulla sedia a rotelle e ci guarda, disarmante, mentre dal gesso tagliato gocciola il sangue. L’unica cosa che so fare è continuare a chiedere a Peter “..ma non sente male??!”.  No, ormai non sente più niente a quella gamba, appendice inutile e settica che gli verrà amputata. Esco. Il cuore mi duole, mi duole la testa. Questo problema non lo posso risolvere. Aldo mi raccoglie e mi porta a casa…

MARTEDI’

UN FIUME DI FANGO

Il rumore della pioggia mi ha svegliata all’alba. Plin, plin…sulla scrivania. Ho subito pensato alla strada per Meru e istintivamente ho inviato un messaggio al fratello di Ester, chiedendo se fosse possibile rimandare il nostro appuntamento al giorno seguente. E poi mi sono lasciata abbracciare tra le lenzuola dimenticando per qualche minuto il mondo fuori. Per qualche minuto soltanto..

Edward è arrivato mentre facevo colazione e, indecisa, ho chiesto a lui se non fosse il caso di rinunciare alla nostra impresa di andare a Meru, almeno per oggi, a recuperare il certificato di battesimo di Ester che sembrava bloccato dalla corruzione e dalla pigrizia negli uffici. E lui, saggiamente, mi ha fatto notare che l’indomani avrebbe potuto essere anche peggio. Nella stagione delle piogge il cielo è imprevedibile. Appare vuoto d’acqua, strizzato. Ma basta un attimo e si cosparge di densi grappoli neri. E ricomincia, per giorni, a piovere. Una stagione che pare non avere mai fine, sebbene la gente del Tharaka pianga la sua avarizia e si sieda arrendevolmente tra le zolle aride di una terra difficile. E così siamo partiti sotto alla pioggia battente, slittando appena sull’ultimo tratto di strada rimesso a nuovo. A Kithaga abbiamo girato a destra verso Meru e l’ambulanza ha cominciato a dondolare il suo grande culone bianco. Slip, sgush, sulla lingua di fango. A Tuniai sono saliti Ester e suo fratello Luca, già bagnati di pioggia. E siamo ripartiti. Ed è stato come percorrere la strada per l’inferno! Un fiume scuro, un cane rabbioso che morde le ruote e le trattiene. La terra frana a lato, imbrigliata da due linee d’acqua che la corrodono piano e rimane appena lo spazio sufficiente per il passaggio della macchina. E poi, paurosamente, le linee si intersecano e tagliano a metà la carreggiata, aprendo una voragine in grado di inghiottire ogni mezzo metallico in transito come un buco nero. E ci siamo ritrovati quasi adagiati su un fianco, incuneati al centro della strada, incapaci di procedere innanzi o di tornare indietro, completamente ricoperti di melma. Ho cominciato a temere di diventare un fossile nel fango…lo ammetto, ho avuto “semplicemente” paura!! Edward è sceso, riuscendo appena ad aprire la portiera. Ha roteato la sua bacchetta magica in aria un po’ e ha recitato la formula magica: 4x4!! E’ risalito…e io ho chiuso gli occhi! Ho sentito che forzava l’ambulanza in un senso, poi nell’altro, poi..non lo so, forse abbiamo pure volato. So solo che in pochi minuti, comunque, eravamo di nuovo sulla strada, orizzontali, liberi. E ho riaperto gli occhi giurando di non tornare a Meru fino alla prossima stagione secca!! ^u^

DSC03770Mentre aspettavamo che la segretaria battesse a macchina il certificato di Ester, al primo piano dell’ufficio anagrafe, ho ricevuto la telefonata della Cooperazione Italiana che ha inserito il nostro ospedale in un loro progetto triennale di aiuti alla sanità Kenyota di cui facciamo meritatamente parte…per il giorno dopo, alle 11!! Ecco programmato un nuovo viaggio a Meru prima del previsto…

MERCOLEDì

I PRIMI DELLA CLASSE!!

DSC03794Altro giro, altra corsa. Di nuovo sotto alla pioggia. Brontolando come un motore a scoppio da revisionare, sono salita in macchina con Edward e Sr. Pryia. Ma questa volta abbiamo preso la strada per Chuka, compatta e impenetrabile…

L’ufficio della Cooperazione Italiana a Meru è un edificio nuovo, ben rifinito, tinteggiato di giallo, esternamente, e candido all’interno. Luminoso, con 3 stanze uso foresteria, 2 uffici e una grande sala riunioni. Erano presenti alcuni wazungu, i rappresentanti dei primi 3 ospedali aiutati (e noi siamo una loro PRIORITA’) e alcuni esponenti del Ministero della Salute e del Ministero delle Finanze del Kenya, non che il rappresentante regionale in materia di “affari” medicali. E’ stato un meeting costruttivo, durante il quale sono stati definite alcune strategie di intervento per cercare di ridistribuire risorse altrimenti sprecate, di incrementare i servizi sanitari e sostenere le strutture esistenti. Tra i 12 ospedali che rientrano nell’intervento del Governo Italiano (finalmente qualcosa si muove!), noi siamo tra i primi 3 che saranno aiutati, a partire dal prossimo anno, in termini di nuovi progetti di costruzione (e finalmente potremo avere una vera e propria MATERNITA’, con tanto di ambulatori per la clinica neonatale e il counceling delle mamme…un sogno che si realizza!), fornitura di farmaci e attrezzature, reclutamento personale. E nel corso della riunione il St.Orsola è stato citato più e più volte, come esempio a cui assurgere nel tentativo di ridurre le mancanze degli altri ospedali. Mi sono sentita come il genitore del primo della classe all’incontro scuola-famiglia…incredula, orgogliosa e commossa. E mentre veniva stilata una sorta di scaletta degli interventi e delle prossime riunioni, sentivo il tempo che mi scivolava dalle mani..e avrei voluto stringerle per trattenerlo. Sono qui da due anni. Con Mauro, Marco, Gerardo e Ale ho scritto i progetti che sentivo echeggiare nella stanza. Abbiamo preso le misure sul posto, disegnato, calcolato e ipotizzato. Abbiamo sperato. Gridato per farci ascoltare e aiutare, qui e i Italia. Seminato. Premuto per ricordare che c’eravamo anche noi. E ora è arrivato il tempo del raccolto. Ed io sto per andarmene…ho sentito qualcosa scricchiolare dentro (il cuore forse?), come fossi il genitore assente alla sudata laurea del figlio…

GIOVEDI’

PIOVE….

DSC02860Piove. Gocciola sulla scrivania, sul letto. Scroscia sul tetto. Vorrei fermare il tempo, imprimere gli odori, le sensazioni, su pellicola fotografica. Trattengo il respiro e mi illudo che durerà per sempre.  Poi apro gli occhi e il sogno sublima tangendo la realtà. Mi sveglio…e tutto è ancora lì…

 

 

mercoledì 25 novembre 2009

Effetto farfalla…

Matiri-Nairobi sono più di 200 km. Tre quarti di asfalto e poi lo sterrato, i sassi e la terra che diventa fango, che diventa fiume scuro quando piove. E’ sempre un lungo viaggio, un’incognita, una spesa. Ma col tempo ho imparato ad ottimizzare il bilancio costo/benefici, alle prese con il costante bisogno di denaro per mandare avanti l’ospedale. Quello che non ho ancora imparato a fare è scegliere tra la vita di un bambino di 11 anni ammalato di cancro e il freddo calcolo di una spesa evitabile. E così, nel giro di qualche minuto, domenica sera ho organizzato l’uscita dell’ambulanza per il giorno dopo, costringendo, quasi, sr. Pryia ad andare a Nairobi per comperare anche del materiale per la sala operatoria e alcuni sacchi di carbone per l’impianto dell’acqua. Il tutto per mascherare il senso di una corsa contro il tempo, il ricovero al Kenyatta di Mwithi, ancora una volta al reparto di oncologia pediatrica.

Lucius, invece, in quel reparto è tornato per un secondo ricovero, finendo la terapia iniziata ad Agosto. Ma questa volta l’assicurazione è riuscita a coprire tutte le spese! Mi sono commossa raccogliendo il frutto delizioso di un aiuto semplice iniziato qualche mese fa, quando ho portato il modulo dell’NHIF a Meru, assicurando la sua famiglia. Un piccolo battito d’ali è riuscito a sviluppare un uragano tutt’altro che distruttivo..

E tante piccole farfalle stanno tentando proprio ora di prendere il volo, spingendo le loro morbide appendici contro l’aria, ignare (ma speranzose) di ciò che possono provocare, magari tra qualche giorno, o in qualche altro posto. Una pandemia reale si sta diffondendo come una macchia di caffè su un tavolo in pendenza. Fioriscono le iniziative per aiutare l’ospedale, il St. Orsola. Vibrano nell’ombra meno sospetta per poi uscire, in un giorno qualunque, in pieno sole. L’ultima, solo rispetto all’ordine temporale, è figlia di Achille e Talita, due amici della mia città. La loro semplice idea è quella di fare un calendario con i volti dei bambini della pediatria, le mamme in attesa della maternità, i vecchi sorridenti del reparto. 12 scatti, 365 amici di Matiri che possono comparire sulle sue pagine comperandone i giorni, fissando i loro nomi come le stelle della Hollywood Boulevard nell’asfalto. O le cene e gli aperitivi di beneficenza organizzati da Cip e Ciop per raccogliere fondi da investire nell’assicurazione sanitaria. O i concerti di Andrea e il suo coro che ci permetteranno di mandare Ester in Sudan, all’ospedale di Emergency, per essere operata al cuore. O il Gran Bazar Tharaka che ha aperto i battenti questo week end e sfiderà in una tenzone singolare i grandi centri commerciali in corsa per le strenne natalizie.

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

La pioggia di questi giorni ha pulito il cielo, accendendolo di stelle, portando centinaia di farfalle e volare attorno alle lampadine…che succederà dall’altra parte del mondo??!

Asante sana ^_^

domenica 15 novembre 2009

Due settimane in apnea!!

Due settimane intense, respirando appena. Solo ora rallento e riempio completamente i polmoni, cercando di far affiorare tutti gli eventi che mi sono scivolati addosso, solo apparentemente tangenti alla superficie, alla pelle. In realtà mi hanno attraversato i pori e si sono impressi più in fondo, sebbene fossi distratta…

La magia dei ritorni…

DSC03390

Il matatu di Kithingi ha illuminato il buio oltre il tamarindo mentre Giuseppe, Kanake, Pepu ed io stavamo giocando a poker sotto alla pergola. Ho lasciato cadere le carte sul tavolo e mi sono alzata. La portiera scorrevole, verniciata di fresco, si è aperta mentre trattenevo appena il respiro, come se aspettassi una sorpresa. In realtà sapevo benissimo chi sarebbe apparso. Marco e Ale, saltellanti come coniglietti dal cilindro! Ho incrociato gli occhi di Ale, agganciandoli, mentre saliva i gradini della casa, fino a portarlo nel mio abbraccio. E l’ho stretto forte, cancellando ancora una volta il tempo, come sempre accade quando ritornano gli Amici più cari, contraendo i lunghi mesi trascorsi lontani ad un solo giorno. Accanto a noi, Pepu e Marco consumavano la stessa magia, a lungo. E la notte si è accesa di racconti e regali, di risate e muti sguardi complici sotto un cielo stellato da mozzare il fiato..

Frederick e gli altri bambini di Pepu…

DSC03188 DSC03156__

Frederick. Il sorriso con un bambino intorno! Il suo ciao! riempie l’aria anche da lontano. Lo senti ancora prima di vederlo. Fin dal mattino, mentre mi avvicino all’ufficio prima che il giorno sia definito. Lui è già lì sul terrazzo della pediatria che saltella con le sue scarpine nuove, assieme a Mary, la sorella maggiore. E pensare che l’anno scorso era spento e immobile…
Dorothy non crescerà mai, condannata dalla malattia a consumarsi piano. Ma questo sembra non spaventarla, inconsciamente sorridente, dall’alto della sua infanzia. Ha comperato un paio di calzini rossi durante l’ultima asta, uscendo dalla folla con la sua monetina da venti scellini, appena più piccola della manina, stretta tra le dita. Li ha infilati seduta sulle gambe della mamma e ha iniziato a ridere, coprendo anche il chiasso delle signore che litigavano per un paio di jeans. E mai il rosso mi è parso così vivo…
Margareth ha avuto la meningite da piccola. Ora è ancora piccola…ma non cammina più. Dennis e Pepu le fanno fare gli esercizi per mantenere il tono muscolare di un paio di gambine inutili. E lei non fa altro che ridere, come fosse un gioco, mentre la mamma la osserva illudendosi di vederla un giorno camminare di nuovo. Pepu le ha dato un paio di scarpe nuove, l’ultimo paio numero 27, indecisa se tenerle per qualche bambino che ne avrebbe consumato almeno le suole. Ma è bastato vederla la mattina seguente, in piedi, chiusa tra due sedie come fossero uno “stand” improvvisato…è bastato vedere quella luce pulita e intensa in fondo agli occhi della sua mamma…

Men & women at work!

DSC03343 DSC03359 DSC03260DSC03338

Sto lavorando anche per il mio vecchio studio in Italia. Su un progetto, l’ultimo di cui mi sono occupata prima di venire qui. Un ospedale per stranieri (buffo che me ne occupi proprio io…triste che ancora oggi si ghettizzino le persone) a Parigi. E così i miei ritagli di tempo sono stati ingurgitati e digeriti, disegnando, preparando il bingo per le mamme in pediatria (..e per Giuseppe), organizzando l’asta (durante la quale ancora oggi ogni tanto scorgo qualche mia maglietta, venduta per 10-20 scellini), scattando e stampando le foto per l’NHIF e assicurandomi che Ernesto rintracci tutte le famiglie per farle tornare a selezionarle e compilare i moduli, prendendo contatti con l’ospedale di Emergency in Sudan e con il chief di Kamarandi per ottenere i documenti di Elisabeth che sarà finalmente operata al cuore…
Ma non sono l’unica, spremuta e frullata come un’arancia matura. Giuseppe si è divincolato dalle lunghe file di pazienti in attesa per ritagliarsi un po’ di mare prima di tornare nel grigiore italiano (anche se Roma non si può certo definire una città priva di colore!). Pepu ha compiuto magie, come la fata di Cenerentola, usando le sue mani come una bacchetta da cui si sono dispersi lustrini argentati e conquiste. Marco è tornato al suo legittimo posto tra i trucioli dei workshop e Ale sul suo trespolo in ufficio, riprendendo per mano l’informatizzazione e tutto ciò che era rimasto in sospeso, riavviando il film lasciato in standby per qualche mese, ma come se non se ne fosse andato mai. Kanake è assurto a jolly dell’ospedale, aiutando in ogni reparto, senza chiedere o stancarsi mai…

Due settimane in apnea, conclusesi ieri, con la partenza di Pepu e Maro, con gli abbracci che vorrebbero trattenere e gli occhi lucidi che valgono più di mille parole. Chissà come saranno le prossime!!

Tuonane!!