I don’t want to wait invain.....
Siamo stati a Nairobi lunedì, Ale ed io. È piovuto tutta la notte e così la macchina slittava un po’ lungo la strada. I solchi nella terra la incanalavano forzandone l’andatura di traverso e le ruote scivolavano planando sulle pozzanghere. Arrivati sull’asfalto, quasi ad Embu, ci ha colti il diluvio. Sembrava di avanzare in una laguna sporca e nebbiosa, fredda. Ma poi, arrivati alla periferia operosa di Nairobi, il sole ha iniziato a filtrare tra le nuvole dense come spugne imbibite. Ma è stata solo una vana promessa, maliziosamente tesa ad illuderci sul resto della giornata.
Prima tappa, il ministero delle finanze per recuperare l’agognata lettera di esenzione dalle tasse per il mitologico (perché ormai sembra solo un miraggio, una favola raccontata dalla tradizione popolare) container. Appena parcheggiato, ci ha colto uno scroscio fortissimo. Ale si è riparato appena con il mio kikoi arancione e viola, io fortunatamente indossavo il giubbino cerato che Ori ha dimenticato qui a Matiri e che le dovrò restituire a Manacor (e così mi sono assicurata almeno una settimana di vacanza nella sua assolata Spagna). Ma la pioggia era talmente forte che mi è penetrata attraverso la stoffa impermeabile, attraverso la pelle, distribuendo freddo ed umidità alle ossa. Saltellavo tra una pozzanghera e l’altra con le mie infradito arancione, derisa da Ale. E così, come due pulcini bagnati, siamo arrivati alla reception del ministero delle finanze, dove ci hanno consegnato il pass per poter salire a parlare con il famigerato Wanyambura responsabile del logorante ritardo sulla consegna della lettera. La segretaria che ci ha accolto sembrava infastidita della nostra presenza, ma forse non era qualcosa di personale, forse era semplicemente il suo modo di rapportarsi alle innumerevoli persone che varcano la soglia precedute da roboanti richieste. E con assoluta sufficienza, come se avesse ripetuto quella frase ormai cento volte dal mattino, ci ha informati che lui era ad un meeting, altrove, di tornare il pomeriggio dopo pranzo. Ma prima di andarmene ho voluto comunque chiacchierare un po’ con un altro vecchio amico, mr. Omenda, con cui mi sono relazionata nell’ultimo mese tempestandolo di chiamate per conoscere lo stato di avanzamento dell’eterna procedura (ma sarà davvero così lunga?). Mi ha accolto nella sua stanza, sorpreso, infastidito pure lui forse, con l’atteggiamento di chi sa di essere in difetto ma non sa come riparare. E ha ripetuto il suo ritornello, ho consegnato la lettera ma io non posso fare altro, dovete parlare col mio boss, it’s not up to me. Chissà perché la responsabilità scivola come un ruscello impetuoso, risalendo, invece di scendere, senza nemmeno dare il tempo di disquisire su quello o quell’altro argomento, quasi fosse una palla bollente da rimbalzarsi gli uni con gli altri senza tenerla nemmeno un attimo tra le mani. Ho semplicemente promesso, anzi minacciato, di tornare nel pomeriggio e di pretendere di parlare con il suo boss.
Nell’attesa, abbiamo cambiato scenario alla Nyaio House per il rinnovo del visto di Alessandro. Attese, code interminabili da uno sportello all’altro per compilare moduli, pagare imposte e prendere nuovamente le impronte digitali ( ..ma perché di nuovo? Possono cambiare nell’arco di 8 mesi?) per l’estensione della registrazione come alieni presenti su suolo keniota.
E poi finalmente abbiamo pensato allo stomaco..beh, in realtà io ci ho pensato tutta la mattina, ascoltando di tanto in tanto l’eco dei suoi brontolii! Abbiamo pranzato ad un ristorante cinese del centro, facendo provare per la prima volta una cucina diversa dalla locale e da quella italiana ad Edward. Ed è stato entusiasta..anche perché abbiamo ordinato semplicemente del pollo cucinato con spezie o verdure leggermente diverse dalle locali, tutto qui! E dopo avergli spiegato il significato dell’ammazza caffè, letteralmente tradotto come coffè killer, bevendo un bicchierino microscopico di sakè caldo, siamo tornati sul campo di battaglia, assolutamente intenzionati ad ottenere il risultato sperato.
Abbiamo aspettato un po’ nella sala d’attesa, seduti su un vecchio divano ricoperto di velluto a fiori, con delle piccole frange gialle penzolanti. E ci chiedevamo che faccia avesse questo personaggio che ci metteva sempre in attesa, giorno dopo giorno, senza soluzione. Finalmente è arrivato. Nemmeno sapeva chi fossi e per quale motivo fossi lì. Semplicemente non si era interessato minimamente del nostro caso, demandando il tutto al suo diretto inferiore. Gli ho violentemente rinfrescato la memoria, una doccia fredda di parole che rimbombavano nella stanza, mentre anche altre persone erano in attesa. L’unica risposta ottenuta è stata lascia pure il numero alla segretaria, ti chiamo domani, ora il ministro non c’è. Inutile dire che la risposta non mi è piaciuta affatto! E ho continuato a sbattergli in faccia le sue carenze e il fatto che nel container si trovano 1500 barattoli di latte in attesa di essere distribuiti a bambini che altrimenti morirebbero di fame, data l’aridità dell’avara stagione delle piogge. E lui, sempre più scocciato, mi rispondeva sempre con la stessa antipatica cantilena, lascia il numero! Mentre la mia risposta ha fatto tremare appena le tende brunite di polvere delle finestre. I w a n t m y l e t t e r !
Ma ce ne siamo andati sconfitti, con solo una fievole promessa tra le mani…
Dopo aver fatto la spesa e recuperato Malin, la ragazza tedesca amica di Erica (la figlia si Speranza, conosciuta a Matiri la prima volta che sono arrivata sotto al tamarindo…la mia mamma africana dallo spirito gitano..) che starà con noi un mese, siamo tornati a casa, scoraggiati..in attesa…con il nostro sacchettino di speranze sotto il braccio, ben stretto…
....finalmente la lettera!!
E poi, dopo l’ennesima telefonata a vuoto, ieri mattina l’ormai insperata notizia…la lettera è pronta!! Come respirare finalmente aria dopo tanto smog denso…
Questa mattina, dopo una notte travagliata, insonne, siamo partiti nuovamente per Nairobi, Ale (lo sfregiato per colpa della famigerata Nairobi fly, subdolamente tornata sotto alla pergola a mietere vittime) ed io, ancora battaglieri ma con una certezza in più.
Non mi dilungherò sui dettagli, sono davvero stanca questa sera. Ma non posso non raccontare almeno in parte le nostre emozioni di oggi, quanto accaduto, perché non ci appartiene gelosamente, riguarda tutti quelli che hanno legato il loro nome al container, fornendo attrezzature, vestiti, lette in polvere, aiutando a sistemare tutti gli articoli all’interno per prepararlo alla partenza, dando un contributo economico per le spese di viaggio…
Mentre il nostro uomo era impegnato al telefono, la segretaria guardava nervosamente la pila di scartoffie pendenti sulla scrivania. E già tremavamo al presagio che la nostra lettera avrebbe potuto non esserci. E invece, era lì, fresca di stampa! Wanyambura ha preso l’intera pratica tra le mani e si è chiuso nel suo ufficio. Poco dopo ci ha chiamati. Ha iniziato a firmare, una dopo l’altra, tutte le copie dell’esenzione dalle tasse più attesa della storia. Una, due, tre. Di tanto in tanto sollevavo lo sguardo dai fogli e incrociavo gli occhi di Ale, sorridendo senza riuscire a contenerlo. E lui, scaramanticamente mi sussurrava aspetta! Ho rinchiuso l’entusiasmo in una scatolina sotto pelle, pronta ad esplodere. Uscendo ho ringraziato mille volte Wanyambura sebbene abbia semplicemente dimostrato che se avesse fatto prima il suo lavoro il container sarebbe già qui da tempo. Lungo il corridoio, mentre rimiravo il foglio firmato e lo tenevo stretto tra le mani per paura di perderlo, Ale mi si è avvicinato e mi ha dato un bacio sulla guancia, dolcemente, con il suo sorriso più bello. Sembrava un muto grazie o più semplicemente un ce l’abbiamo fatta, hai visto? E l’entusiasmo è uscito dalla scatola, facendo quasi rumore. Ero felice, soddisfatta, grata al mio caro amico (collega in questo frangente) con cui abbiamo conquistato una fortezza le cui porte avrebbero dovuto essere aperte dall’MP e dalla Diocesi. Invece gli arieti siamo stati noi…
Siamo usciti nuovamente dal traffico di Nairobi per approdare all’ufficio della compagnia che ha in custodia il nostro container per consegnare la lettera. E lì era pronta una secchiata d’acqua gelata a sbollire la carica adrenalinica. Mary, la ragazza che si sta occupando della nostra pratica, ci ha instillato un dubbio. Ma l’esenzione è solo per una parte delle tasse, cioè quella indicata nell’intestazione? Che poi era pure la parte minore…
E così, i nostri prodi scudieri hanno di nuovo cavalcato il destriero dal ciuffo rosso luminoso e hanno scalato 10 dei piani della Kenya Revenue, il ministro delle finanze, per chiedere chiarimenti. In realtà sono salita sola perché senza un passaporto non si può nemmeno prendere l’ascensore nelle due torri di Nairobi e lo sfregiato aveva scordato il suo. Mentre salivo, tra uomini in cravatta e scarpe lucide e signorine eleganti, cercavo di ripetere quello che avrei dovuto dire, quello che mi aveva suggerito Ale. Avrei dovuto cercare di convincere chi di dovere ad estendere l’esenzione, se così già non fosse stata, a tutto il pacchetto tasse da pagare. Ma poi non ce n’è stato bisogno. La lettera era comprensiva di tutte le esenzioni possibili. Evviva! Sono scesa e nell’atrio ho ritirato il mio secondo trofeo, un altro bacino!
Siamo tornati a casa soddisfatti. Si. Cotti al sole da una giornata torrida che penetrava di prepotenza dai finestrini dell’ambulanza, ma soddisfatti. Pensando già alle pietre da mettere sotto alle ruote del container al suo passaggio per evitare che la strada frani sotto il suo peso o rimanga nuovmante imprigionato nelle buche del terreno. Ma ci penseremo domani, una cosa per volta, un passo dopo l’altro e si arriva sempre lontano…se non si gira in tondo!
Mama buega..

1 commenti:
...quando ci si interessa in prima persona, qualcosa di buono avviene sempre...brava Stefania, bravi tutti....ed ora buon lavoro a voi!mamma
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