Rasta Emma. Episodio II. “L’incontro”
Mi sveglio la domenica mattina ancora intontita dall’anestesia. Nel mio box di terapia intensiva si susseguono decine di infermieri per controllare i miei parametri vitali. Ad ognuno di loro chiedo notizie di Emma e quando potrò uscire dall’ospedale per andare da lei…sola, così lontano dalla sua mamma. Il primario di Terapia Intensiva chiama personalmente l’altro ospedale, a Camposampiero, per sapere come sta la mia bambina. Gli rispondono che è fuori pericolo ma si riservano di fare dei pronostici solo dopo cinque giorni. E’ intubata, la aiutano a respirare perché i suoi polmoni sono ancora troppo piccoli…è tutta troppo piccola, penso…e poi è sola…il pensiero mi ossessiona, mi ferisce…ma devo attendere…
Chiedo ai miei di andare a trovare Emma, di dirle che la mamma arriva presto, di vedere come sta…com’è…io non l’ho ancora vista e non riesco a darmi pace. Piango e guardo l’orologio ogni minuto cercando di dare una spinta al tempo e farlo correre più in fretta. Attendo anche Ale che sta arrivando da Bari con Giuseppe e Silvana. Attendo e non posso fare nulla, inchiodata al mio letto..
Alle 18:00 finalmente i miei possono entrare a farmi visita, mentre Ale è ancora bloccato in autostrada a Bologna per il primo grande esodo d’estate. “Come sta Emma, com’è? E’ triste? Cosa le fanno là?” Un turbinio di domande e di pensieri che sgorgano come acqua da una botte troppo piena. “Emma è bellissima, sembra una bambolina! E’ grande, è nata di quasi 2 kg..sta bene e là a Camposampiero sono bravissimi, la trattano bene, con dolcezza sta tranquilla…”. E il pianto diventa consolatorio, non più d’ansia, d’incognita.
Dormo a tratti. Apro gli occhi e guardo l’orologio. Il tempo avanza di soli 5 minuti alla volta..eppure sembrano secoli. Il ginecologo che mi ha operato, Michele Caramia, passa a visitarmi. La ferita mi duole, ma è pulita. Gli stringo una mano e lo ringrazio per aver salvato la vita della mia bambina..e la mia. E banalmente piango, come se non sapessi far altro. Ale arriva che sono ormai passate le 20:00. Corre da Emma, sperando di arrivare in tempo per conoscerla e scattare qualche foto per me..che ancora non l’ho vista. Il traffico si mette contro di lui, ancora una volta. A Camposampiero incontra un’infermiera che sta iniziando il suo turno in neonatologia proprio in quel momento e lo fa entrare. Sono ormai le 22:00…ed Emma sta per conoscere il suo papà…
Passo un’altra notte in terapia intensiva. Mi sveglio alle 5:00 e non riesco più a dormire. Aspetto con ansia di essere trasferita in reparto e di vedere arrivare Ale e le sue foto preziose. Voglio vedere la mia bambina, ne ho bisogno. Ma il tempo riesce a rallentare ancora di più, fino alla stasi. Mi fanno salire in reparto, finalmente, all’ora di pranzo. Subito dopo, l’orario di visita. Bene. Ma nessuno arriva e l’attesa mi innervosisce. Che aspettano? Sono stanca di aspettare io! E dallo stipite della porta della mia stanza sbuca un enorme mazzo di fiori colorato come coriandoli a carnevale. E’ Ale! “Aveva fretta di uscire la nostra Rasta Emma!” Mi abbraccia forte…ma tenero..e mi culla un po’ il cuore che finalmente respira lento e riposa dall’affanno. Sono felice di vederlo. Inaspettatamente felice. Mi mostra la coccarda di Emma, quella da appendere alla porta per far vedere al mondo quanto siamo fortunati ad aver avuto una bambina. E’ rosa..con le code gialle, rosse e verdi! E poi mi porge la fotocamera..o forse gliela strappo dalle mani! Che emozione…mia figlia! Ho quasi paura a guardare. “Com’è? Ti piace?” Gli chiedo prima ancora di vederla. E lui sorride. E finalmente..ecco..Emma..con i tubicini nel naso e nella gola e il berretto di lana rosa. Piango..più dentro di me, che fuori. Ormai non ho più lacrime. “E bellissima!”. “Si..”. Rimane con me un’ora e poi torna da Emma, mentre io mi devo trattenere ancora un giorno in ospedale.
E’ martedì, ormai. Il 29 Giugno. Mia figlia è nata tre giorni fa e io non ne conosco ancora l’odore. E’ incredibile come la mente si possa incanalare in vorticosi loop e non uscirne, senza nemmeno rendersi conto di essere in trappola. Emma. Emma. Non penso ad altro, non esco dal labirinto. Durante il giro visite del mattino il primario mi dice che finalmente mi dimettono. Prima del previsto. Ma anche lui sa che io devo andare da mia figlia. Arriva anche Ale e insieme aspettiamo la lettera di dimissioni mangiando lo stracchino e il finto purè del mio pranzo. Mi liberano in tarda mattinata. E dopo una breve sosta a casa, ci mettiamo in macchina sotto il sole della più calda settimana di Giugno e dell’intera estate, forse. Come possono così tante macchine percorrere tutte la stessa strada? Perché non vi spostate? Ho fretta, io!
Arriviamo. Attraverso piano l’ospedale. Sento i punti metallici tirare la pelle. Mi duole, ma fingo di non sentire male. Non voglio fermarmi o aspettare di star meglio. Emma ha un tubicino nella gola e ha solo 3 giorni. Io posso benissimo sopportare un po’ di fastidio alla pancia. In ascensore cerco di stemperare la mia ansia tra le braccia di Ale. “Sono emozionata..”. “Come si fa a non esserlo?” (chissà che avrà provato lui, la prima volta che ha visto sua figlia..lì, da solo, senza qualcuno che potesse documentare le sue emozioni…non lo saprò mai…nessuno lo saprà mai..). Arriviamo in neonatologia. Ale mi fa vedere come indossare il camice e lavarmi le mani. Ed entriamo nella stanza delle incubatrici. Una, due, tre..cinque incubatrici. E nella prima a sinistra dorme Emma. Ale solleva la copertina che la tiene in penombra come aprisse un sipario su un palcoscenico. Ed eccola lì, la prima attrice. Con il suo cappellino di lana rosa. Grande. Anzi, no..è la testolina che è piccola. E’ tutta piccola. Una bambolina. Bellissima. La osservo in silenzio, percorrendo una linea continua dal viso ai piedini, avanti e indietro, almeno cinque volte, come se l’accarezzassi con lo sguardo. Il cuore mi batte talmente forte che ho paura che lo sentano da fuori e si accorgano di quanto sono felice, in contemplazione di una creatura che mi pare impossibile sia uscita da me. Felice ed affranta, osservando i tubicini che entrano nel suo corpicino. Uno nel naso, uno nella bocca, uno nella pancia dall’ombelico. La aiutano a respirare, a mangiare. Perché lei non lo sa fare ancora da sola. E’ piccola. Doveva pensarci ancora la sua mamma a nutrirla e darle ossigeno, senza fatica. Invece è tutto così difficile per lei. Anche respirare, che dovrebbe essere semplice. Apro lo sportello dell’incubatrice e allungo una mano appena tremante..e finalmente posso accarezzare la mia bambina…

"aggiornalo" con i sette mesi precedenti ed io ho già un titolo per questo racconto: "STORIA DI UNA BAMBINA POI...NATA!"
RispondiEliminaUn abbraccio,
Gius
non so come contattarti, ma vorrei scriverti una mail per chiederti alcune cose... emilia...
RispondiEliminaciao Emilia, trovi la mia mail sul mio profilo...a presto!
RispondiEliminaSte.