Donne... straordinarie
Alessandra, Johannes, Emma ed io decidiamo di andare a
Iringa. Attendiamo che il daladala
(così si chiamano i matatu qui in
Tanzania) si saturi di persone, dato che qui i mezzi pubblici partono solo
quando sono pieni, e andiamo. Emma è legata sul mio fianco, così io posso
reggermi e lei può pure appisolarsi. Davanti a me, c’è un’altra mamma, con un
bambino che avrà sì e no tre anni, agghindato a festa, con un completo (completo davvero: pantaloni, gilet e
giacca doppio petto) di lurex grigio, qualche taglia più grande, con le spalle
squadrate che andavano di moda trent’anni fa. È stato all’ospedale per la
circoncisione, una festa che richiede l’abito migliore, appunto. Anche lui si
addormenta di tanto in tanto. Salgono altre due mamme, e lo spazio pare
dilatarsi, oltre i limiti di qualsiasi legge fisica. Una delle due è ben
vestita, con una gonna rossa di raso, truccata, profuma di rose. Il suo bambino
calza scarpe occidentali, nuove. Dorme sul suo fianco, proprio come Emma. L’altra
mamma pare misera, con un vestito rattoppato in più punti, un paio d’infradito accomodate
con il nastro adesivo. Il suo bambino è sveglio, si attacca al seno e sorride
ad Alessandra, che siede loro accanto.
Le guardo. E mi pare che ogni differenza
scompaia. Tra loro. Tra noi. Siamo madri. Reggiamo il futuro del mondo tra le braccia,
attente a proteggere testoline bionde o nere che dondolano addormentate. Siamo
donne. E sulle spalle abbiamo molto più della responsabilità dei nostri figli.
Lo vedo soprattutto qui, dove le donne sono spesso sole ad occuparsi del
focolare, dei pargoli, di un lavoro che le consuma anzitempo, di un dovere
coniugale che le umilia e le fa sentire ancora più sole, chiuse dentro un
cassetto con i sogni intorno, senza possibilità di uscire. Occhi remissivi,
sguardi sottomessi. Portano in equilibrio sulla testa le taniche dell’acqua che
vanno a prendere percorrendo distanze infinite, svegliandosi molto prima del
sole. Per coricarsi solo al sorgere della luna. Guardarle dà l’impressione che
il mondo non possa esistere senza loro, che la specie umana sia solo grazie al
loro continuo sacrificio. Eppure, mai una volta ho colto un segno di sfrontata
pretesa, di affermazione di sé, di riconoscimento ambizioso del proprio valore.
Come se non potessero fare altrimenti, come se tutto fosse ordinario.
Mi scende
una lacrima e quasi me ne vergogno. La mamma seduta davanti a me mi vede. Mi
sorride complice. Pare quasi abbia capito che mi passa per la testa. Le sorrido
di rimando e mi sento bella, oltre i capelli impolverati, i piedi sporchi, i
vestiti senza grazia. Mi sento di far parte di queste Donne. Non sorreggo
taniche d’acqua sulla testa, ma ho portato spesso da sola i fardelli della mia
vita. A volte a testa china. Ma ho continuato a sorridere. Perché non posso
fare altrimenti. E questo è straordinario.
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