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Domenica on the road


Partiamo all’alba. Anzi, l’alba ci coglie in viaggio. Ci mettiamo in macchina e avanziamo nel buio, che piano piano passa dal nero pesto all’antracite. Il sole sorge lentamente. A est il cielo schiarisce mentre a ovest pare appena illuminato da un riflettore. La savana che circonda Iringa viene avvolta dalla foschia, spazzata dal vento in fondo, ai bordi, come un lenzuolo spinto ai piedi del letto per il troppo caldo. Emma dorme tra le mie braccia, io no, non riesco a continuare il sonno, avida di dettagli che mi risveglino ricordi o stimolino nuove immagini da imprimere accanto alle vecchie. Ai lati della strada si destano, in sequenza, le donne che portano in equilibrio sulla testa secchi, pentole e sacchi di riso, i bambini diretti ai pozzi spingendo su carriole di fortuna le taniche gialle da riempire d’acqua, gli uomini che invitano al pascolo pigre mucche e irrequiete caprette alla ricerca di piante fresche.  Dalla vastità assopita emergono figure eleganti, lente, che avanzano danzando, diventando sempre più grandi, dileguandosi poi allo stesso modo quando la nostra auto si allontana.
Il paesaggio intorno è in continuo mutamento. Iringa – Dodoma, la capitale amministrativa della Tanzania, è un lungo viaggio, circa quattro ore di macchina. Le zone che si attraversano sono per lo più desertiche, forse anche per la stagione secca in corso. Mi ricorda il Sudan, appena fuori Khartoum. Vallate infinite, pare che i confini del mondo non esistano e si possa avanzare in eterno senza mai incontrare un’increspatura o uno squarcio. Un nulla svuotato anche di alberi, pochi superstiti, baobab solitari che spezzano la monotonia dei bassi cespugli e della terra nuda, a tratti chiara, sabbia di luna, a tratti rossa, come il sangue.


Emma si sveglia e giochiamo sui sedili dell’auto in movimento, con Alessandra, che si è unita a noi in questa gita domenicale. Ci fermiamo per fare pipì in mezzo al nulla, cosa che Emma trova entusiasmante! Proseguiamo e incontriamo i primi villaggi allungati sulla strada principale. Le case hanno tetti di luminosa lamiera che riflettono i raggi del sole come specchi, illuminando gli alberi anche dal basso. Le pareti sono intonacate di terra liscia, le finestre e le porte di rami e assi di legno irregolari. Sull’uscio, quasi sempre si scorge una tenda lercia e a brandelli, ma colorata, avanzo di stoffa ritagliato dai loro vestiti.

Dodoma è una città occidentale, alla periferia della savana che più di qualsiasi altro paesaggio restituisce l’idea dell’Africa classica, quella avara d’acqua e di possibilità. Ma nelle città quest’immagine scompare. Le ragazze sono eleganti, indossano tailleur scuri, di taglio europeo, tacchi alti, profumano di oli pregiati. Gli uomini hanno giacca e cravatta, parlano nei loro iPhone attraversando la strada con le news sottobraccio e la Montblanc nel taschino. Ma si possono scorgere segni di miseria anche qui, che spiccano come macchie di caffè su una bella tela altrimenti pulita.
La nostra destinazione finale è Il villaggio della speranza, una struttura socio-sanitaria che si occupa di bambini orfani sieropositivi, donne in gravidanza e adulti affetti dal virus HIV. All’interno del complesso, trovano spazio un asilo, case accoglienza per bambini ammalati, una clinica materno-infantile, scuole per ragazze oltre i 14 anni, comprensive di aule studio dotate di computer e un’ampia e fornitissima libreria. Ci sono poi  l’orto, la fattoria e le vasche di itticoltura, la mensa, la lavanderia, la chiesa, la casa dei volontari, il laboratorio analisi in collaborazione con l’ospedale Bambin Gesù di Roma, l’officina e gli uffici. Un angolo di paradiso e di speranza, appunto, gestito in modo impeccabile, anche a giudicare dall'invasione della florida vegetazione, fiorita, così in disaccordo con il deserto appena fuori la porta.

Dopo il pranzo e il giro di rito per visitare le meraviglie della struttura, ci rimettiamo in macchina per il ritorno. E il paesaggio sfreccia a ritroso, la città e poi la savana, sotto il sole torrido a picco su queste vaste terre che danno addirittura l’illusione che la superficie sia piana e senza limiti. Il caldo è opprimente, ora, e qualche nuvola nel cielo sarebbe gradita, mentre l’azzurro terso non accenna a discontinuità.
Poi, lentamente come è entrato in scena, il sole svanisce, dando vita ad un altro miracolo. La sfera attinge dalla terra il rosso e lo intensifica, ricordando il sangue che a volte pare sgorgare da questa terra così disgraziata. Ma magica e dannatamente bella. Il cielo assume la tipica policromia dei tramonti sulla savana, calando dall’alto come una colata di colore: antracite, indaco, azzurro, rosa, arancione, rosso. Un rosso interrotto dal profilo scuro delle acacie e dei baobab, dai tetti delle capanne, in cui si accendono le flebili luci delle candele. Le tinte si mescolano, i colori accesi si appiattiscono all’orizzonte, il buio incalza e tutto torna anonimo.


Arriviamo a casa. Stanchi, sfiniti per le innumerevoli immagini fissate in fondo agli occhi. Ebbri di natura e di magia, di odori, di sapori. Infilo Emma sotto le coperte e riprendo a sognare pure io…

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