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Non sono nato e mi sento molto bene


“Non sono nato e mi sento molto bene”, ovvero “Guida semiseria per genitori a tutti i costi”, oppure “Mille ragioni per non procreare”. 

Angelo Gavagnin sceglie un esordio non facile, un saggio che vuole mettere in luce le tristezze del genere umano. Non parla, però, di fame nel mondo, di malattie, di scolarizzazione spesso carente, se non inesistente, o della condizione della donna, umiliata e violentata anche in nome della religione. Non sarebbero adatti alla sua tragicommedia. Gavagnin accende un riflettore sulla pochezza della nostra società, un irriverente e ironica messa a nudo dei vizzi che spesso ci ridicolizzano, spaziando dalla curiosa abitudine di travestire il cane di famiglia come il figlio mai nato, alla dipendenza asettica dalla tecnologia e dai fuorvianti mezzi di informazione di massa, alla critica all’ipocrisia della religione cattolica, o meglio, di chi si professa praticante per il semplice fatto di entrare in chiesa e farsi il segno della croce. L’autore ne ha per tutti, partendo da una domanda che pare il filo conduttore della storia: abbiamo davvero bisogno di mettere al mondo altri figli su questo affollato pianeta prossimo al collasso? Siamo così sicuri che i non nati soffrano per la loro evanescenza e stiano male, là dove sono?

Pur riprendendo concetti già snocciolati da chiunque s’interroghi sul futuro, il taglio del libro è originale. La narrazione è in terza persona, riferita al protagonista che, come tutti noi, è in trasmigrazione tra una vita e l’altra, anima eterna che abbandona il vecchio corpo alla fine della sua esistenza per poi scegliere, ansiosamente, dei nuovi genitori. In attesa di raggiungere la purezza dell’essere perfetto che non ha più bisogno di reincarnarsi. E in quest’attesa, quando ormai non se lo aspetta più, forse, gli capita di diventare papà. La sua visione del mondo è permeata della sua esperienza, del suo essere padre sempre presenta nella vita di sua figlia, al pari di una madre. Alle prese con pannolini e attività sportive pomeridiane, quasi un dovere secondo la società omologante, si rammarica per la libertà perduta, per la paternità subita e non scelta, senza mai mettere in dubbio, peraltro, l’amore per la sua creatura. E forse come ribellione, professa quanto meno la sua libertà di pensarla controcorrente, evadendo in elucubrazioni sarcastiche e dissertazioni graffianti scatenate dall’osservazione della realtà che lo circonda.
Ritrova un po’ di serenità verso la fine, quando la bambina è ormai cresciuta e forse gli impegni familiari si rovesciano. Intraprende un cammino, quello della via Francigena, che lo ricongiunge col suo lato spirituale alla ricerca della solitudine, della meditazione, dell’assenza di pensiero. È questa la parte che più mi è piaciuta del libro, forse perché è in accordo anche col mio essere. Gavagnin descrive il viaggio, il paesaggio e il silenzio in cui s’immerge, la gente che incontra, la serenità. Salvo poi tornare a casa e scontrarsi nuovamente con una realtà che lo turba a tal punto da desiderare di reincarnarsi di nuovo. 
Senza fretta, però.

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