1972
1972. Non conosco il suo nome. Solo l’anno di nascita. 1972. Come il mio.
So che è una donna con un cancro alla cervice che non le lascerà scampo. Ha metastasi estese che necessitano di intervento e chemioterapia… e qui non sono pratiche comuni, alla portata di tutti. Qui non c’è la possibilità di cambiare tre carte, si gioca con la mano che ti ha dato il destino. Quello che le resta da fare è vivere, dignitosamente i suoi ultimi anni… mesi? E la sua bassa emoglobina non glielo permette. È ricoverata qui, all’ospedale di Tosamaganga. In attesa di stare meglio. Chissà se accadono mai i miracoli, almeno in questo posto.
Seguo Alessandra in ospedale, Emma è in braccio. Attendo un infermiere dal reparto e nel frattempo osservo la lunga coda di pazienti alle casse. Le donne sono più numerose, più colorate. Indossano per lo più stoffe, ritagli della stessa fantasia legati attorno ai fianchi, alle spalle, sulla testa. Le più ricche hanno abiti svolazzanti. Una cattura la mia attenzione. Ha una magica luce negli occhi, un vestito color crema, con rose bordeaux, e una pezzuola verde scuro appoggiata sui capelli.
L’infermiere e Alessandra arrivano con la cartella clinica della paziente. Mi portano al laboratorio, dove il tecnico mi informa, in una saletta al riparo da orecchie indiscrete, che devono testare il mio sangue prima di darlo alla signora in attesa. Io ovviamente acconsento e porgo il braccio destro. Non avverto nemmeno un pizzico, mentre vicino a me Alessandra tiene Emma in braccio.
Attendiamo i risultati in un cortile interno, insieme ad altri pazienti. Ci sono anche tre Masai, vestiti con le tradizionali coperte, ma stinte, flosce, come lo sono i loro lobi, senza più monili. Hanno un lungo coltello con il manico decorato legato alla vita, ma nulla più, non c’è traccia dell’immagine patinata dei fieri guerrieri che presiedono i parchi, come richiamo per i turisti.
Un’infermiera mi chiama attraverso la finestra. Il test sul sangue ha decretato la mia idoneità al dono. La seguo in un budello di stanza, anzi, in una nicchia ricavata alzando un muretto, chiudendo una porta e mettendo un lettino da visita: la sala prelievi. Le pareti sono grigio chiaro. Il lettino è addossato al muro. L’infermiera, bravissima, riesce a trovare una vena nel mio braccio sinistro, impresa che nemmeno in Italia ha possibilità di riuscita. Mi sorride, mi ringrazia, “good bless you”, che Dio ti benedica. Si scusa per il dolore (inesistente) che proverò, mi assicura che mi ricorderà nelle sue preghiere per quello che sto per fare. Mi imbarazza. In fondo, che sto per fare? Un sacchettino di sangue vale tanta prostrazione? A me che costa? Fosse sempre così facile aiutare il prossimo…
Mi corico e alzo gli occhi, mentre il mio sangue fluisce nella sacca. Sul muro c’è una finestra con le inferiate, mi ricorda una prigione. Più in alto, è appeso un crocefisso, proprio sopra la mia testa. Prego di poter dare abbastanza, non sempre ci sono riuscita. L’infermiera dondola la sacca tra le mani, la pesa un paio di volte con una bilancia a molla. In pochi minuti è tutto finito. Tranne i ringraziamenti.
Alessandra mi chiede se voglio conoscere la signora cui daranno il mio sangue. È un aspetto positivo del donare qui in Africa, puoi incrociare gli occhi di chi lo riceverà. Ci penso, ma poi preferisco di no. Mi basta sapere che forse vivrà meglio le sue prossime settimane. I suoi parenti sono intorno al suo letto e continuano a ringraziare per il regalo ricevuto. Meglio non esserci, quindi, mi sentirei troppo in imbarazzo. Ricorderò solo quei numeri scritti sulla cartella clinica. 1972. Una coetanea.
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