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E’ Natale..tempo di ricordi…

 Da "Con la mia valigia gialla"



“Ricordo bene il giorno in cui sono partita...il 22 Dicembre 2004, un mercoledì…
Ero in ritardo ma anche il mio treno lo era...il destino voleva proprio che io partissi. Salii al volo, con la mia pesantissima valigia gialla, sbirciando appena tra la gente rimasta sul marciapiede. E incrociai gli occhi lucidi del mio papà che mi salutava. Il treno era pieno pieno di gente, persone che tornavano a casa per Natale, o che andavano da qualche parte, in posti dove c’era altra gente ad aspettarle. E sembravano tutti così felici, così eleganti. Io no. Mi ero sistemata nel corridoio, seduta sulla mia valigia, appoggiata al finestrino. Guardavo fuori, sforzandomi di ricordare come fossi arrivata fin lì.
Appena venti giorni prima avevo trovato l’associazione Un ospedale per Tharaka - Kenia su internet. Mi era piaciuto il nome. […] E poi c’era un’ala pediatrica da progettare, quindi avevo anche la possibilità di fare il mio lavoro. Perfetto! E nel giro di due giorni avevo il biglietto aereo tra le mani. Tutto così, d’istinto, come ho sempre vissuto la mia vita.
Ecco com’ero arrivata fin lì, su quel treno.
Mi sentivo sola. Ero quasi pentita di aver agito così istintivamente. Avevo paura. Non sapevo cosa avrei trovato là, non conoscevo nessuno. […] Ma allo stesso tempo ero determinata ad andare fino in fondo, forse anche per mettermi alla prova, per dimostrare che ero in grado di cavarmela con le mie sole forze. Ho sempre detestato dipendere da qualcuno…soprattutto quando quel qualcuno non c’è mai al momento giusto. È vero, forse sono partita più per aiutare me stessa che gli altri. […] Arrivai a Milano. Quanto pesava la mia valigia…o forse era l’anima a pesare. All’aeroporto ancora gente indaffarata, felice, entusiasta, così lontana da me e dai miei pensieri. Feci le ultime telefonate prima di uscire dall’Italia, sperando forse che qualcuno mi chiedesse di non andarmene. Ma poi finalmente, l’aereo decollò. 

[…] Arrivai a Matiri la vigilia di Natale. […] Ci stendemmo sulle panche subito dopo cena, avvolti in morbide coperte, vicini vicini, come orsetti nella tana. E poi Angela fece una magia. Entrò in casa e spense semplicemente la luce, dicendo: pronti? Ora accendiamo il cielo! E mantenne la promessa…
Giorgio ci teneva che andassimo tutti insieme a fare gli auguri alle suore Orsoline dell’ospedale e a quelle della missione. [..] Salimmo tutti e nove sulla vecchia macchina grigia, un fuoristrada con la portiera posteriore saldata. Avevamo con noi delle candele. Arrivati davanti alla casa delle suore alla missione, ci disponemmo in semicerchio, con le candele accese e intonammo Tu scendi dalla stelle, come nella migliore tradizione gospel…beh, l’impegno era tale, anche se in effetti il risultato era molto lontano dai classici cori natalizi! […] Poi, a piedi, attraversammo il cortile e arrivammo alla casa di Padre Orazio e Rita. […]Ci invitarono a bere cioccolata calda con i biscotti, giusto dopo la mezzanotte, esattamente come ero solita fare a casa mia, in Italia. Ma lì, quella cioccolata insapore, liquida e chiara, senza panna, con quei biscotti al finto cocco comprati al villaggio, aveva tutto un altro sapore. Migliore. Certo, mancava la neve, mancavano i regali costosi sotto l’albero, ma c’era tanta di quella bontà da riscaldare il cielo. Eravamo seduti tutti attorno ad un tavolo di assi di legno, con quindici sedie diverse una dall’altra. Eravamo persone lontane da casa. Decise a vivere davvero, non solo a sopravvivere. A dedicare parte della nostra esistenza a chi non ha mai avuto una scelta, a chi non ha mai potuto dire basta, a chi non è mai riuscito a fuggire da ciò che non poteva cambiare. Mi sentii fiera di far parte di quella famiglia.

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[…] Il pomeriggio di Natale, andammo a prendere i bambini nelle loro stanze. Li portammo fuori tutti, anche quelli che non potevano camminare. Anche Faith. Avevamo una sola sedia a rotelle, gli altri li tenemmo in braccio fino al tamarindo di Natale. Uscirono anche le mamme. E cominciò la festa! Per prima cosa, i regali. Ogni bambino diede alla sua mamma la collanina o il braccialetto di perline che aveva preparato la mattina. E poi noi, da un grande cesto di foglie intrecciate di banano, tirammo fuori, esattamente come il celeberrimo Babbo, i regali per i bambini buoni. Cioè per tutti i bambini. Com’erano contenti! Erano solo vestiti usati, magari anche più grandi di qualche taglia. Ma era come se avessero ricevuto un dono prezioso, insperato. […] Poi, legammo tutti i palloncini ad una corda fissata tra due alberi. C’era un palloncino per ogni bambino e ogni bambino aveva uno stuzzicadenti con cui farlo scoppiare. Si misero tutti in fila...e iniziò una pioggia colorata di coriandoli e risate. Piccoli pezzetti di carta che volavano sull’azzurro delle divise pediatriche dell’ospedale, sui bendaggi sporchi di terra rossa, sulle testine folte di riccioli neri. E poi, quella semplice corda, divenne la nostra rete. E cominciammo a giocare a pallavolo, con un pallone di plastica pieno di stelle, lì, tra i sassi, sotto il sole a picco. […] Che bel Natale. E divenne ancora più bello quando Giorgio mi disse, così a bruciapelo: Tu, domani, doni il sangue

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