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Volevo un marito nero


Atmosfere esotiche, viaggi in terre lontane, lungo l’equatore, a inseguire il sole, l’amore, nuove culture. Leggere “Volevo un marito nero” è come viaggiare. Dalle spiagge bianche di Zanzibar, alla Repubblica Dominicana. Seguire un flusso di colori, profumi, sensazioni sotto cieli che parlano lingue differenti.
Federica, la protagonista, fa uno dei lavori i più belli del mondo: la guida turistica. Lei però, non si limita a intrattenere i turisti organizzando loro la giornata o gestendo i piccoli grandi problemi che possono sorgere lontani da casa. Non si limita nemmeno a godersi il tempo libero con i colleghi. No. Lei ha brama di conoscenza. Vuole vivere il substrato locale, paradossalmente in un modo diametralmente opposto a quello che propone ai suoi clienti. L’autrice è brava a trasmettere la propria essenza alle pagine, il suo desiderio di affondare le dita nella terra che calpesta, carpirne i segreti. Ascoltare. E così, sulle bianche spiagge di Zanzibar al profumo di fiori e cocco, cammina scalza e balla con i Masai, trascorrendo ore e ore a parlare. La lingua è un ostacolo, lei non conosce che poche parole di Swahili, ma la comunicazione è efficace, attingendo al colore dei gesti che aiutano a comprendere, quando c’è la volontà di farlo. 
Ebbra di Africa, descritta dall’autrice in modo gentile, quasi a renderle omaggio, rendendone le atmosfere serene che avviluppano come un mantello caldo a dispetto di tutto, Federica torna a casa, o meglio, torna in Italia, perché ormai “casa” è altrove, è lì dov’è rimasto il suo cuore. Qui, si ammala e sperimenta così, sempre sulla propria pelle, un’altra delle miriadi di facce del vivere in una terra meravigliosa ma disgraziata. 
Con timore e l’imbarazzo tipico di chi pensa di aver tradito gli amici in attesa e soprattutto se stesso, Federica riparte, questa volta per la Repubblica Dominicana. Qui, la Gerini descrive con la stessa passione il calore dei ballerini di salsa e della cordialità delle persone che incontra anche solo con lo sguardo passeggiando per le strade. Ritrova i sorrisi, “quei” sorrisi intensi di chi vive di ciò che la vita ha messo loro nel piatto, senz’ansia di avere di più. Sorrisi che non sono più velati di malinconia, ma puri e scoppiettanti come una risata di pancia.
In questa nuova terra che la cattura al pari dell’Africa, Federica incontra anche il suo amore, quello che aveva sempre cercato e che le era stato predetto da una fattucchiera, quasi per gioco. Ronny. Bello, scuro, quel “marito nero” che ha sempre saputo avrebbe sposato. La loro vita di coppia viene descritta in modo dolce, morbido, se ne sente la genuinità in ogni parola, la purezza di una vita semplice, un matrimonio che risente dei tempi burocratici per ottenere visti e permessi, vidimati appena qualche minuto prima della cerimonia.
In questo libro c’è tanta dolcezza nel descrivere i paesaggi e i personaggi, un tocco vellutato che l’autrice dedica indistintamente anche alle emozioni . Non ci sono toni forti, aspri. “Volevo un mario nero” è una sferzata di ottimismo, di positività. È la vita di Valentina e del suo amore per la terra, per suo marito.
Consiglio di leggerlo sotto una coperta morbida, d’inverno, quando il bisogno di sole e di coccole diventa asfissiante.


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