Karibu tena, Mwende mwari!!
Sono partita mercoledì pomeriggio da Venezia. Un aeroporto stracolmo per le vacanze estive. Ho fatto almeno un'ora di coda per il check-in, mentre la mia mamma e il mio papà speravano non finisse mai. Mi avrebbero voluta trattenere ancora...e ancora...e ancora..
Li ho salutati, stringendoli forte. E li ho guardati mentre si allontanavano scendendo con la scala mobile...mi hanno fatto tenerezza...li avrei voluti portare con me..
Li ho salutati, stringendoli forte. E li ho guardati mentre si allontanavano scendendo con la scala mobile...mi hanno fatto tenerezza...li avrei voluti portare con me..
Il mio volo è atterrato a Dubai verso le 10 di sera. Lì
dovevo incontrarmi con Giorgio, l'amico di Ale che, sentendolo raccontare di Matiri, ha voluto provare le stesse autentiche emozioni. Abbiamo provato ancora una volta ad addentrarci nella movida Dubaiense (....ma si dirà davvero così?)...senza trovarla!! Ancora una volta, quindi, sono rimasta delusa. Senza fare nemmeno tappa alla spiaggia scoperta con Ale al nostro ritorno in Italia (....eh...) siamo tornati all'aeroporto, all'irish pub dove abbiamo pure potuto connetterci col mondo. Abbiamo trascorso la nottata lì, fino a quando il sonno ha avuto il sopravvento. Ci siamo avvicinati al nostro gate, il 229, e stesi sul pavimento gelido a pisolare un po' mentre l'aeroporto si popolava lentamente. Mi sono svegliata infreddolita, ancora accovacciata in posizione fetale,
così, come mi ero addormentata solo un paio d'ore prima. E in pochi minuti ci siamo imbarcati sul secondo aereo. Giorgio ed io, avendo prenotato separatamente dall'Italia, non siedevamo vicini. Accanto a me, una signora indiana con le due sue bambine..bellissime! Una già dormiva, quando mi ci sono seduta accanto, sembrava la serenità di passaggio al mio fianco (si, perchè in quel momento non mi sentivo tale...non ancora..). Dopo qualche minuto la temperatura ha cominciato a salire, mentre entravo in trance cercando di imitare la mia piccola vicina. Il caldo torrido mi ha svegliata. Sentivo l'aria entrare pesantemente nelle narici. Ho provato a smuoverla con un cartoncino pescato dalla tasca del sedile davanti a me...sembrava di accendere u n phon ad ogni passaggio! L'unica cosa era restare immobili, sperando che qualcuno venisse almeno a girarci di tanto in tanto, come biscotti nel forno! Alcuni passeggeri hanno cominciato a cedere, cadendo come bersagli nel mirino di un professionista. E finalmente ci hanno fatto scendere, parcheggiati al ristorante dell'aeroporto in attesa di maggiori informazioni.
Stremati, siamo partiti nel tardo pomeriggio, arrivando a Matiri in serata, quasi alle 10. Edward ci aspettava all'uscita, paziente. Io sono andata avanti a recuperare i bagagli, mentre Giorgio faceva la fila per ottenere il visto (io ormai ho il permesso di lavoro ed un visto triennale per entrare in Kenya). E mentre cercavo di scorgere la mia valigia gialla, ho iniziato a guardarmi in giro, cercando di scorgere il perchè fossi tornata...ancora una volta. Ma non era ancora il momento di avere una risposta.
Edward aveva prenotato per noi due singole a Nairobi West, alla solita guest house...la solita stanza (...mamma mia..). E poi, a cena nel solito pub, dove l'unico pasto disponibile è stato un piattino di patatine fritte con tomato. Ma la musica del locale mi ha dato la risposta cercata..in quel momento mi è mancato fortemente Ale, ma mi sono anche sentita serena, in grado di assaporare ogni cosa, ogni istante che stavo vivendo..sebbene sola. Ho cominciato a sentirmi a casa...
Questa mattina non mi ha svegliata il gallo di plastica ma Bob, dal mio cellulare. Colazione al Cyber Caffè, spesa al Nakumatt e poi in coda nella marmellata di macchine di Nairobi (no, quella non mi è mancata!!). E mentre Edward cercava di guadagnare centimetri con le sue manovre azzardate, abbiamo urtato (ma davvero, solo un graffio) una macchina verde menta sbiadita con a bordo un'irritante signora. Scesa con cipiglio combattivo, ha trascritto il nome dell'ospedale dalla portiera della macchina, pretendendo la patente di Edward. Io, forse con lo stesso cipiglio, le ho detto che non aveva il diritto di pretendere la patente di qualcuno, mica era un poliziotto. E lei , come risposta, ha fatto una cosa davvero fastidiosamente inopportuna..mi ha zittita, spedendomi in macchina perchè io non so niente delle leggi Kenyote. Palla di domopack in arrivo..libera!! E, gesticolando vistosamente, le ho risposto lady, be quite! Non mi parli con quel tono solo perchè sono straniera! A ripensarci, lady be quite fa ridere...
Dopo aver risolto con un niente di fatto la questione "ti chiedo 10 mila scellini per un graffio perchè mi voglio riverniciare la macchina...e tu sei bianca", siamo usciti dal traffico e ci siamo incamminati verso casa. Sentivo lo stupore di Giorgio, seduto accanto a me, ad ogni scenario incontrato lungo la strada. I matatu che si iclinano e sembrano cadere quando cercano di superare gli ingorghi andando fuori strada, le antenne delle case sostenute con bastoni contorti, i bambini che escono scalzi da scuola, i colori che si mescolano alla gente..e non si distinguono più gli uni dall'altra. E mentre sentivo la sua meraviglia per tutte le nuove immagini assorbite dagli occhi (è la sua prima volta in Africa) mi rendevo conto che io avevo la stessa curiosa sorpresa, sebbene ormai certi aspetti siano per me familiari. E perdendomi nel paesaggio arido, giallo paglia e rosso terra, mi sono chiesta come avessi potuto pensare di non voler tornare in Africa..e non sono più riuscita a smettere di sorridere.
Siamo passati da Ishara (ormai lo facciamo sempre). L'asfalto ora arriva al grande cumulo di rocce mentre il resto del tragitto è stato per ora solo spianato. C'è solo un tratto a ricordo della vecchia strada pesantemente sterrata, dalla junction per Chuka a Kithaga, l'ultimo incrocio che conduce al nostro ospedale. E poi...un biliardo, con tanto di scoli laterali per non accumulare l'acqua sulla carreggiata. In 3 minuti si raggiunge il St. Orsola! Forse l'asfalto brutalizzerà il Tharaka, ma per un paziente trasportato d'urgenza all'ospedale avere una strada migliore e più facilmente percorribile dall'ambulanza, senza rimanere invischiata nel fango o dover procedere a passo d'uomo tra sassi e voragini, è una benedizione.
Sono arrivata a casa che non erano nemmeno le 4. Ora il cancello principale è inagibile perchè stanno lavorando anche sul tratto prospiciente l'ospedale. Si entra dalla missione, dai workshop. Nyaga, Stanley, Silas sono stati i primi a salutarmi. E poi tutti gli altri, mentre la macchina avanzava. Sono scesa e ho continuato a piedi lungo la stradina che costeggia la casa della suore, abbracciando qualcuno di tanto in tanto. E poi sono arrivata alla guest house, affacciata sulla vallata ora più arida che mai. E ho salutato Margaret e Judith che mi hanno stritolato in un abbraccio interminabile...
Ho fatto il giro di tutto l'ospedale quasi subito. Mi hanno salutata come fossi una vecchia amica che non vedevano l'ora di incontrare di nuovo. E, giuro, alcuni di quegli abbracci erano autentici...quasi tutti. Che meraviglia! Ricordo, quasi 2 anni fa, quanto ho invidiato Ale, Sonia e Mari di ritorno dal loro rientro forzato in Italia per gli scontri delle elezioni in Kenya. L'accoglienza calorosa ricevuta. Ed io avrei tanto voluto ricevere la stessa accoglienza, un giorno. Perchè sapevo che significava aver lasciato un segno nei cuori di qualcuno...e ora è così...
Dopo aver risolto con un niente di fatto la questione "ti chiedo 10 mila scellini per un graffio perchè mi voglio riverniciare la macchina...e tu sei bianca", siamo usciti dal traffico e ci siamo incamminati verso casa. Sentivo lo stupore di Giorgio, seduto accanto a me, ad ogni scenario incontrato lungo la strada. I matatu che si iclinano e sembrano cadere quando cercano di superare gli ingorghi andando fuori strada, le antenne delle case sostenute con bastoni contorti, i bambini che escono scalzi da scuola, i colori che si mescolano alla gente..e non si distinguono più gli uni dall'altra. E mentre sentivo la sua meraviglia per tutte le nuove immagini assorbite dagli occhi (è la sua prima volta in Africa) mi rendevo conto che io avevo la stessa curiosa sorpresa, sebbene ormai certi aspetti siano per me familiari. E perdendomi nel paesaggio arido, giallo paglia e rosso terra, mi sono chiesta come avessi potuto pensare di non voler tornare in Africa..e non sono più riuscita a smettere di sorridere.
Siamo passati da Ishara (ormai lo facciamo sempre). L'asfalto ora arriva al grande cumulo di rocce mentre il resto del tragitto è stato per ora solo spianato. C'è solo un tratto a ricordo della vecchia strada pesantemente sterrata, dalla junction per Chuka a Kithaga, l'ultimo incrocio che conduce al nostro ospedale. E poi...un biliardo, con tanto di scoli laterali per non accumulare l'acqua sulla carreggiata. In 3 minuti si raggiunge il St. Orsola! Forse l'asfalto brutalizzerà il Tharaka, ma per un paziente trasportato d'urgenza all'ospedale avere una strada migliore e più facilmente percorribile dall'ambulanza, senza rimanere invischiata nel fango o dover procedere a passo d'uomo tra sassi e voragini, è una benedizione.
Sono arrivata a casa che non erano nemmeno le 4. Ora il cancello principale è inagibile perchè stanno lavorando anche sul tratto prospiciente l'ospedale. Si entra dalla missione, dai workshop. Nyaga, Stanley, Silas sono stati i primi a salutarmi. E poi tutti gli altri, mentre la macchina avanzava. Sono scesa e ho continuato a piedi lungo la stradina che costeggia la casa della suore, abbracciando qualcuno di tanto in tanto. E poi sono arrivata alla guest house, affacciata sulla vallata ora più arida che mai. E ho salutato Margaret e Judith che mi hanno stritolato in un abbraccio interminabile...
Ho fatto il giro di tutto l'ospedale quasi subito. Mi hanno salutata come fossi una vecchia amica che non vedevano l'ora di incontrare di nuovo. E, giuro, alcuni di quegli abbracci erano autentici...quasi tutti. Che meraviglia! Ricordo, quasi 2 anni fa, quanto ho invidiato Ale, Sonia e Mari di ritorno dal loro rientro forzato in Italia per gli scontri delle elezioni in Kenya. L'accoglienza calorosa ricevuta. Ed io avrei tanto voluto ricevere la stessa accoglienza, un giorno. Perchè sapevo che significava aver lasciato un segno nei cuori di qualcuno...e ora è così...
Qui con me, oltre a Giorgio, ci sono altri 4 volontari: Emanuele e Giacomo da Firenze, simpaticissimi, Alessandra da Ferrara e Viorica, con cui avevo preso contatti più volte. Li ho portati a prendere un aperitivo in centro, da Regina, scoprendo che fin'ora hanno vissuto solo dentro i cancelli, in una clausura forzata...mamma mia, meno male che sono arrivata!! Abbiamo giocato a carte fino a tardi, ridendo come matti. E poi, sono entrata nella mia camera. Mi sono fermata a guardare le foto sulla mia parete. Tutti i miei amici, quelli lasciati a casa, mi mancano. Ma loro sono qui, in realtà, non se ne sono andati mai. E non sono triste come temevo. Forse perchè qui sto bene davvero, indipendentemente dalle persone con cui vivo, sebbene alcuni di loro sappiano amplificare le mie emozioni e renderle migliori. Sonia, Mari, Ori, Pepu, Marco, Fede...Ale. Vi aspetto!!
Tuonane!!

Nessun commento