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Un nuovo inizio?

Sono amareggiata, oggi. E ancor più degli ultimi tempi sento il bisogno di scrivere quanto segue. Forse per accendere una luce su un operato che ha agito nell'ombra, ultimamente. O forse per dovere di chiarezza. O semplicemente per chiedere scusa, tra i singhiozzi, portando le mie ragioni, come una bambina che non sa dire altro se non mi dispiace..

Ho sempre parlato del St. Orsola nel mio blog. Anzi, Never Free Enough ĆØ nato proprio con l'intento di raccontare di Matiri, dell'ospedale, delle persone, degli eventi  che lƬ accadevano ogni giorno, alternando tragedie quotidiane a momenti di assoluta dolcezza, serenitĆ , speranza, che facevano tirare un sospiro di sollievo e arricciare gli angoli della bocca. Senza pretese di insegnamento, ĆØ stato solo un semplice diario per chi a Matiri ci aveva vissuto a lungo, come me, o per chi ci era solo passato qualche settimana, o per chi non c'era mai stato ma voleva comunque leggere il quotidiano di una realtĆ  tanto diversa dalla nostra e magari sentirsi più vicino a chi la viveva. Credo sia quindi giusto raccontare, proprio qui, i capitoli successivi, anche se non più da "reporter inviata sul posto", ma come una semplice descrizione di eventi riportati da qualche amico lontano... 

Io ho lasciato l'ospedale di Matiri a fine febbraio 2010, subito dopo l'epidemia di colera che ha richiesto al St. Orsola un ultimo lodabile sforzo per fronteggiare un'emergenza che necessitava di essere circoscritta. Come unico presidio medico della regione, infatti, avevamo accolto oltre 25 malati provenienti dalle zone  al di lĆ  del fiume Tana, oltre Kamaranthi. Persino il ministero della salute Keniota si era mobilitato per aiutarci (seppur molto limitatamente), promuovendo meeting esplicativi per il personale sulle più comuni norme igieniche (il colera ĆØ altamente contagioso e si trasmette per semplice contatto con  persone o fluidi organici infetti), inviandoci alcuni farmaci essenziali (antibiotici), flebo reidratanti, guanti monouso e dosi massicce di gik (candeggina..si doveva continuamente disinfettare tutto). Alla fine abbiamo vinto! St. Orsola 1 - colera 0 (zero vittime), più i complimenti del ministero su come avevamo affrontato l'emergenza.
Quando ho lasciato Matiri, l'ospedale era ancora nel pieno delle sue potenzialità, sebbene i fondi scarseggiassero ormai da qualche mese e si faticasse a pagare i debiti e il personale. E prima di andarcene, Ale ed io, insieme a Cristian e Fede che sarebbero rimasti lì al posto nostro, avevamo gettato, sul luogo, le basi di nuove collaborazioni con la Cooperazione Italiana e il Catholic Secretariat che si stavano muovendo per convertire parte dei finanziamenti di un ampio progetto, di ristrutturazione e ridistribuzione delle risorse tecnologiche, in moneta sonante, necessaria a pagare gli stipendi del centinaio di dipendenti del nostro organico. E sembrava che, così puntellato, il St. Orsola avrebbe potuto resistere, in attesa di finanziamenti più consistenti..
CosƬ non ĆØ stato, dal momento in cui la Diocesi ha ripreso possesso del "suo" ospedale (la proprietĆ  ĆØ sempre stata della Diocesi, l'associazione ne aveva solo la gestione) con la forza (nel vero senso della parola). Tutto ĆØ stato ridimensionato: il personale, il numero di posti letto, i servizi a disposizione (tagliato definitivamente il centro nutrizionale, la clinic mobile, la fisioterapia, l'oculistica, il dentista e l'invio di ambulanza), lo stipendio dell'amministratore locale....no, quello no, quello ĆØ stato raddoppiato. Certo, non ĆØ stato facile mandare avanti un ospedale che richiede almeno 30 mila euro di gestione al mese con solo pochi spiccioli (perchĆØ i 5 mila euro al mese che l'associazione riusciva ad inviare erano davvero spiccioli in confronto al fabbisogno), ma molte delle scelte fatte dalla Diocesi sono state a mio avviso davvero...discutibili, limitiamoci a dire cosƬ. Come quella di chiudere il cancello in faccia a bambini con fratture o mamme in procinto di partorire solo perchĆØ non avevano i soldi per l'ammissione. O quella di non inviare l'ambulanza ai pazienti sperduti nel bush che non potevano altrimenti raggiungere l'ospedale. O quella di tagliare il servizio di vaccinazioni per i bambini dei villaggi remoti e il sostegno alimentare. O quello di incrinare i buoni rapporti con l'associazione solo per orgoglio. 
E cosƬ, ahimĆØ, senza il denaro ad oliare questa macchina che era perfetta, gli ingranaggi si sono bloccati e piano piano sgretolati, sotto gli occhi impotenti di chi stava ancora lottando per evitarlo e non poteva far altro che gridare a denti stretti e col cuore spaccato non ĆØ giusto...

Cosa rimane oggi del St. Orsola? Qualche vecchio caro amico tra il personale, il sostegno a distanza per l'assicurazione sanitaria (che continua come progetto dell'associazione "Un ospedale per Tharaka"), l'invio di volontari medici e non (che pagano anche i conti a quei pazienti che non possono farlo e a cui quindi verrebbero negate le cure), la clinic mobile (mantenuta, tutto questo tempo, da Rita e il suo grande cuore), una struttura che ha bisogno di manutenzione, un impianto dell'acqua abbandonato a se stesso che forse non filtra più..la voglia di non mollare e il desiderio di riportare l'ospedale allo "splendore" di tre anni fa, spolverando vecchie alleanze tra associazioni che continuano a sostenere piccoli progetti per la gente del posto che ora si sente abbandonata. 

In tutto questo disordine per sopravvivere, ĆØ approdato al St. Orsola un nuovo amico, Roberto Riccio, dell'associazione ComicsXafrica. E dal 2013 sarĆ  il nuovo gestore dell'ospedale a cui ha prontamente cambiato il nome: da Gennaio, infatti, si chiamerĆ  Jua Africa (come un dispensario da lui appena terminato in Tanzania..e come la sua bimba), dando un taglio netto ad un passato che probabilmente vorrebbe cancellare (sebbene non tutto sia da cancellare), sottolineando forse il bisogno di definire un nuovo inizio, non so...ma l'associazione "Un ospedale per Tharaka" ha deciso comunque di sostenerlo, di continuare ad aiutare l'ospedale (indipendentemente dal nome, del resto, cos'ĆØ un nome?), seppur con mezzi limitati e la confusione di intenti e azioni che la contraddistinguono, ma sempre e comunque con il grande cuore che le ha permesso di arrivare fin qui, costruendo l'ospedale, prima, e mantenendolo per 6 anni, poi. Non ha mai mollato per tutto questo tempo, malgrado le maldicenze e le comprensibili sensazioni di abbandono della gente di Matiri suggeriscano il contrario. La sua colpa, semmai, ĆØ quella di non essere più riuscita a coinvolgere i grandi donatori (scrivendo progetti mirati) o di non aver raccontato subito la realtĆ  della nuova situazione (che comunque appare tutt'ora nebulosa e con pochi dettagli), forse come tentativo di esorcizzare la paura del fallimento. O di aver agito confusamente, individualmente, annaspando, pur di trovare il modo di portare le centinaia di persone dello staff e i pazienti a fine mese (o di mantenerli in vita, in alcuni casi). O di  aver lasciato affiorare vecchi rancori e prevalere forti personalitĆ  che ne hanno smantellato l'organico, riducendola a pochi, passionali, volontari che hanno perso di incisivitĆ . Tutto ĆØ discutibile, quindi, ma non l'impegno mantenuto (ogni centesimo raccolto viene tutt'ora ufficialmente versato per l'ospedale). E se errori sono stati fatti, ĆØ stato comunque in buona fede..

Non sto difendendo l'associazione "Un ospedale per Tharaka", non ne ha bisogno. E non voglio nemmeno identificarmi con essa. Io sono solo Mwende. Dentro di me resterĆ  sempre e comunque un posto speciale per Matiri e il St. Orsola e tutte e persone che ho avuto la fortuna di conoscere, sia africane che italiane. ResterĆ  sempre la mia amata casa, il posto che mi ha rubato il cuore e mi ha fatto ammalare d'Africa. E se potrò farò sempre qualcosa per dare il mio apparentemente insignificante contributo. Inghiottendo palle di domopack e delusioni. PerchĆØ ciò che conta non sono io, ma quello che faccio. 




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