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Quello che avrei voluto/dovuto aggiungere durante la presentazione...


Come spesso mi accade, quando rallento e mi fermo a pensare, trovo le parole adatte che non ho saputo dire al momento giusto. La maggior parte delle volte è un lavoro mentale inutile, perché ormai quelle parole non raggiungeranno mai l'interlocutore. Ma questa volta ho una seconda possibilità per farle arrivare a destinazione. Scriverle.

Che avrei voluto/dovuto aggiungere sul mio libro "Con la mia valigia gialla"?

Beh, avrei dovuto precisare che, contrariamente alla classificazione della casa editrice o a quanto si pensi, non è un libro sul volontariato. Certo, descrive un'esperienza di questo genere, ma è solo un dettaglio. E' semplicemente quello che ho fatto nelle tre settimane narrate, ma la mia intenzione non era di mettere in evidenza questo aspetto. Era di raccontare una piccolissima parte d'Africa, quella che io ho conosciuto, diversa dalla miriade di facce di questa terra magica, unica. La mia Africa. Ho cercato di raccontare le usanze locali, i profumi, i colori, i suoni, il quotidiano. E ne ho dato una mia personale chiave di lettura, intervallando ai dipinti della natura le sensazioni restituite, i pensieri suggeriti, le domande che mi sono posta e che pongo a chi vorrà leggere le pagine del mio libro e soffermarsi, come me, a cercare una risposta. Anche se spesso risposte non ce ne sono. E allora più che di risposte si tratta di opinioni. Ecco perché  come un amico mi ha detto, questo libro non vuole insegnare nulla. E' un semplice mezzo messo a disposizione dall'autore per far compiere al lettore lo stesso viaggio (anche se non sarà mai lo stesso) senza prendere un aereo, semplicemente con l'immedesimazione. 

Avrei dovuto dire anche qualcosa dell'ospedale di cui parlo nel libro, il St. Orsola, al di là delle sue pagine. Un ospedale  voluto e costruito da un gruppo di persone semplici con un sogno altrettanto semplice: dare alle mamme un posto sicuro dove partorire, laddove una madre rischiava di morire di parto, dando alla luce un bambino cianotico sotto ad un'acacia, tra la polvere e i sassi. Altrettanto semplice è stato raccogliere i soldi necessari alla sua realizzazione, costruirlo, coinvolgendo operai e ditte locali. E per qualche anno, sei o sette per la precisione, è stato semplice anche mantenerlo, rientrando in progetti pluriennali di sostegno governativo a realtà missionarie. Ora questo ospedale sta morendo lentamente, strozzato dalla crisi economica che ha attanagliato i suoi donatori e dalla pessima gestione passata ora in mano alla Diocesi locale. Un gigante buono che richiedeva trentamila euro al mese, comprensivi di stipendi, spesa per farmaci, per i dispositivi usa e getta e lo strumentario, per il diesel, per le forniture alimentari, per l'acqua e la corrente elettrica, per la manutenzione delle apparecchiature biomediche o dello stabile. Sta morendo, ma è stato grande. Io l'ho conosciuto, quando era appena un cucciolo e quando stava iniziando ad ammalarsi. E ho voluto raccontare anche parte della sua storia, oltre alla mia Africa, quella parte che si è incrociata con la mia vita. 


Questo avrei voluto aggiungere, per completare l'accurata analisi (di cuore) fatta da Maurizio Spano. E magari avrei dovuto anche leggere qualche passo del mio libro. Ma sono sicura che mi sarei commossa. E lacrime e bambine che cercano consolazione in braccio alla mamma non si addicono certo alla presentazione di un'opera letteraria. 

La palla passa a voi, ora, cari amici. Buona lettura!

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