Lu sule, lu mare, lu ientu, "lu cannitu" e tanta nostalgia...
Ai lati della strada si alzava la polvere rossa, mentre la macchina avanzava. Ho chiuso gli occhi, malgrado li tenessi saldamente spalancati, pensando a ben altra terra rossa, indelebile quanto i ricordi che riaffioravano commoventi. E poi, un'altra meraviglia ad ingannarmi, facendomi illudere di essere approdata più a Sud.
Lu cannitu è un piccolo agriturismo all'ombra degli ulivi. Ci ha accolti Marcello, il proprietario. Anzi, ci ha accolti la serenità di Marcello, con il suo ripetitivo "nun cc'è probbblema" che tanto mi ricordava l'"hakuna matata" africano. Abbiamo perlustrato il suo mezzo ettaro di terreno alla ricerca di un angolo dove posizionare le nostre tende, nel più assoluto senso di libertà che aleggiava nella tenuta inondata dal sole. In un recinto, c'erano due capre, madre e figlio, che parevano affettuosamente allevate come animali da compagnia. Cani e gatti scorrazzavano liberi, accompagnandoci nel nostro tragitto. Poi, sotto ad una manciata di alberi, abbiamo trovato il nostro posto (nel mondo).
La semplicità del posto ha continuato ad ingannarmi, entusiasmandomi con i suoi lati meno sospetti. Oltre ai banali servizi igienici puliti e rifiniti, ad esempio, uno ha attratto la mia attenzione nostalgica alla ricerca di altri tratti comuni con l'amata Matiri che tanto mi manca. Un bagno all'aperto, con una doccia chiusa da una porta di assi bianche su cui passeggiavano in perfetta fila indiana alcune decine di formiche, un lavandino sotto il cielo, sorretto da sassi accatastati, e uno sgabuzzino a circondare il water, con una corda pendente dal soffitto a sorreggere la carta igienica e un meraviglioso e immobile insetto stecco a fare la guardia vicino all'ingresso. Davanti alle nostre tende, un altro lavandino per le stoviglie capeggiava su una montagnetta di massi, tenuti insieme solo dalla gravità. Tutt'intorno il frinire delle cicale e la brezza che portava con sé tranquillità e il profumo del mare.
Al mattino è stato bello fare colazione sotto alla pergola (si, addirittura la pergola), seduti su panche di legno, con le galline che beccavano il terreno a pochi passi da noi. E il colpo di grazia all'illusione l'ha data un fiore di bouganville caduto sul selciato. Ho alzato gli occhi increduli e ho riconosciuto i grappoli di fiori viola che contornavano la vista dalla mia finestra in Africa.
Ad un paio di chilometri da Lu cannitu c'è il mare. L'anticamera della spiaggia è una lingua di terra rossa. Rossa. Emma ha iniziato a calciare i fiotti di polvere che le coloravano i piedini. Ed io, col mio sogno che si allontana ogni giorno di più, mi sono appagata di quell'immagine, quasi fosse una promessa. Ho sentito persino una lacrima scivolare piano oltre gli occhiali da sole. Ho sminuito la commozione per non sentirmi troppo sciocca e ho raggiunto gli altri con Emma in braccio, appoggiata sul fianco, aggrappata al mio collo come un koala.
La sabbia di quella che i locali definiscono le Maldive del Salento era davvero chiara e polverosa. Morbida. Appena tiepida malgrado il sole a picco. La spiaggia era troppo affollata per continuare a confondermi, ma tra gli ombrelloni si potevano scorgere i colori del paradiso: blu, azzurro, verde, turchese. L'acqua era fresca, trasparente, profumata. Addosso restavano solo il sale e l'odore del mare.
Mi sono riempita gli occhi (e l'anima) di colori, profumi, emozioni ed effimero divertimento. Non è stata solo una breve vacanza in buona compagnia alla scoperta delle meraviglie del Salento. E' stato l'assaggio di un sogno, una sbirciatina ad un futuro ignoto in cui spero di realizzare quanto bramo, l'eco di un ricordo che sempre riaffiora perchè mai è stato riposto in fondo alle immagini del passato. Come se il mio "discorso" con l'Africa fosse sempre aperto. Come se la terra della pizzica, delle pittule e delle pajare fosse magica davvero. Grazie Salentu, tuonane!
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