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Dall'inferno si ritorna


Dall’inferno si ritorna.
Leggere questo libro è proprio come passeggiare in un girone dantesco. Anzi, molto peggio, perché quanto descritto non è esercizio narrativo, pura visione. È realtà.

Bérénice, detta Bibi, prima di quell’orrenda mattina, è una bambina tutsi come tante. Il papà è morto combattendo in Uganda per il fronte patriottico ruandese e lei vive con la mamma, un fratellino piccolo e la zia, madre di altri due bambini. Il nonno le ha lasciate qualche anno prima, dopo aver infuso nei nipoti molta più conoscenza dei libri di scuola.
Ma quella mattina, tutto il mondo di Bibi viene annientato. I diavoli venuti dall’inferno, come lei identifica gli hutu, entrano in casa, appena dopo colazione, e si accaniscono contro le donne, disperate nel tentativo vano di proteggere i loro figli, massacrando brutalmente l’intera famiglia. Anche i bambini.

La descrizione che Christiana Ruggeri ne fa è tutt'altro che giornalistica, come spesso ho sperato. La crudeltà è descritta con tale trasporto passionale che schizza dalla pagina come il sangue dai corpi martoriati. È impossibile restare impassibili. Soprattutto se si è madri. Soprattutto se si ha una bambina di cinque anni...

Momenti di spietata lucidità alternati ad altri di misericordiosa incoscienza, traghettano Bibi nei primi giorni della sua vita da sopravvissuta. Una sopravvivenza che a tratti appare come una fortuna, mentre per la maggior parte del tempo è solo una condanna, intrisa di sensi di colpa e rabbia per non essere stata "schiacciata come uno scarafaggio", "lavorata", come erano soliti dire gli hutu parlando dei tutsi. Perchè lei ora è una bambina di cinque anni che deve imparare a badare a se stessa, che giustifica la crudeltà raccontandosi che Dio se ne sia andato dal Ruanda, lasciando il male imperversare senza potersi opporre.

Sulla sua strada, incontra miracolosamente persone che si occupano di lei, traghettandola in salvo a scapito della loro stessa vita. Prima Joseph e sua moglie, i vicini di casa hutu che vanno al di là della discriminante scritta sui documenti d’identità e la portano in ospedale facendola passare per figlia loro. Ed è allora che Bibi mette da parte i buoni insegnamenti della mamma e impara a mentire, a fingere di essere altro da sé, cancellando persino le emozioni, ricacciandole nel profondo per non tradire paura e disperazione. Poi, Mama Lucy, moglie del perfido colonnello hutu che però ha un occhio di riguardo per i bambini e finge di non sapere che la piccola, che sua moglie ha deciso di prendere sotto la sua ala protettiva insieme agli altri tre figli, sia in realtà uno scarafaggio. La determinazione marziale di Mamma Lucy si contrappone alla dolcezza con cui riporta un po’ d’umanità nella vita umiliata di Bibi. Un nuovo intervento al braccio, dilaniato la mattina del massacro, la conduce in un altro ospedale, da dove scappa in direzione dello Zaire assieme alla sua mamma numero tre, i suoi improvvisati fratelli e quasi un milione e mezzo di profughi ruandesi.

S’intromette di nuovo il fato, separandola da Mama Lucy, di cui non saprà mai più nulla, ma accompagnandola oltre confine, dove si abbandona alla nuova solitudine, in attesa. Di vivere. Di morire. Tutt’intorno, l’irrazionalità di uno scenario apocalittico di sfollati, epidemie, donne violate e infanzia perduta. Ma anche affetto, dedizione, speranza, nelle mani e nelle parole di associazioni non governative straniere e locali che aiutano quella parte d'Africa a risollevare la testa ferita.
Nello Zaire, Bibi ritrova Dio e si dà una spiegazione sulla sua fuga dal Rwanda. Lui era lì ad aspettare i profughi, i sopravvissuti, quelli chiamati a fare i conti con l’orrore per il resto della loro vita. Lì, torna lentamente alla normalità e finalmente può parlare e piangere la sua famiglia, senza più fingere. La sua mamma numero quattro è Astrelle, una donna premurosa che ha perduto la sua piccola per gli strascichi del massacro ruandese ed è parimenti felice di quel dono: il loro incontro.

Un nuovo addio la lacera quando deve separarsi da Astrelle e dal suo caro fratello maggiore acquisito Gerard, per rientrare in Rwanda. Il programma dei due governi, infatti, è quello di riportare i profughi a quello che rimane del loro paese, alla ricerca, spesso infruttuosa, di superstiti. Ma il Rwanda è ora abitato da spettri reali e corpi vuoti, come sperare di poter ritrovare qualche volto amato? Eppure, al sicuro delle mura di un orfanotrofio, confortata da suor Celeste, la sua mamma numero cinque, Bibi cresce nel fisico e nello spirito, trovando la sua strada: diventerà un medico, come quelli che ha conosciuto nella sua breve ma già così impietosamente intensa esistenza.
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Quando preghi, lascia Dio in Ruanda e non portarlo da voi in Italia. Abbiamo ancora tanto bisogno di lui, laggiù. Anche se sono passati oltre vent'anni, sai, sono sempre preoccupata che si sposti in un altro paese e ritornino i mostri...
}

La storia di Bibi è diventata un libro grazie a Christiana Ruggeri, che ha raccolto i racconti di Bérénice, ormai adulta, giunta in Italia per studiare e diventare medico, grazie all'associazione Progetto Rwanda Onlus, cui metà dei proventi della vendita dell'opera sono destinati. La giornalista ha saputo condensare la tragedia di Bibi, fondendola con il dramma dell'ultimo genocidio del XX secolo, in un libro che si legge col fiato sospeso, sperando fino all'ultimo in un finale che non potrà mai essere lieto, date le premesse, ma almeno giusto. La sua abilità sta nell'aver fuso lo stile giornalistico, in cui gli avvenimenti vengono riportati, senza dare giudizi, ad una narrazione passionale, mai fredda, da cui trapelano le emozioni che Bibi deve averle trasmesso raccontandole la sua vita. La paura. Gli insopportabili sensi di colpa, la rabbia soffocata, l'incoscienza infantile, il dolore devastante per la perdita della mamma, la nostalgia di una vita e di uno stato dell'anima che non torneranno mai più. La paura. Questo libro è intriso di paura, la sensazione dominante di chi sopravvive col corpo ma non con lo spirito, di chi ha visto ed è condannato a ricordare, di chi non sa più di cosa o chi fidarsi e tutto diventa terrore allo stato puro, che ti fa tremare come una foglia, gridare per indicibili incubi, urinare senza controllo ascoltando un proclama alla radio.
Eppure, per volere del fato (che Bibi identifica come la mano protettrice della mamma morta e degli angeli) o dell'astuzia e della forza personali, si può tornare anche dall'inferno. 

{
Invece è la forza delle donne che ha risollevato il Ruanda, che mi ha aiutato, fatto sopravvivere e infine ispirato.
Le sopravvissute, abusate, mutilate, annientate prima nel fisico e poi nell'animo, hanno saputo andare oltre al proprio dolore individuale, di mogli violate, di madri a cui hanno strappato i figli, di donne a cui è stata prosciugata ogni goccia di dignità.
}

L'AUTORE
Christiana Ruggeri, giornalista degli esteri del Tg2, gira il mondo per lavoro e per passione. Inviata soprattutto nei paesi africani, scrive e si occupa della situazione minorile e femminile nei paesi a sud del mondo. Laureata in italianistica, appassionata di fotografia, natura e antropologia, considera il viaggio elemento essenziale della conoscenza. Vegetariana, è un’attivista per i diritti degli animali.

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