On the road to...
Domenica fuori porta, on the road.
Siamo andati in gita con l’ambulanza guidata da Ale. Donata, Malin ed io. E abbiamo portato con noi Philip, appena finito il suo turno di notte. Siamo pariti verso le 10, in una mattinata incerta di nuvole e sole. Il cielo velato ci ha protetto dal caldo rovente di ogni giorno..almeno per un po’. Abbiamo preso la strada per Chakariga, quella che costeggia la Combo Rock, il “Monte Ranocchio” che sovrasta la vallata sulla sinistra. Era appena dissestata dopo le piogge della settimana. Appena prima di arrivare all’ospedale di Mrimanti, l’ospedale governativo a cui noi dobbiamo fare riferimento e che io visitavo per la prima volta, sulla d
estra abbiamo incrociato un accmaamento di pastori somali che stavano conducendo una mandria di cammelli dal loro paese a Nairobi, destinati alla macellazione e ad essere serviti come succulente fettine al Carnivore (..si, lo ammetto, vedendoli così non mi sento affatto fiera di aver contribuito pure io…). Si stavano abbeverando ad una pompa pubblica, al fresco degli alberi, ammassati per rubare ogni misero centimetro quadrato di ombra. Ci siamo fermati appena qualche minuto, giusto il tempo di rubare qualche foto prima che i proprietari venissero a chiedere una ricompensa per gli scatti. Dal mucchio si sono alzate decine di teste incuriosite, musi buffi che ci fissavano continuando a ruminare foglie e ramoscelli. Abbiamo scambiato qualche parola in Swahili con i pastori somali e poi abbiamo proseguito fino a Marimanti, arrivando in meno di un’ora.
Marimanti...
Mi ha sconvolto la ruralità del posto. Un ospedale governativo da cui noi dovremmo dipendere o almeno a cui dobbiamo far riferimento. Un edificio centrale che disegna una C squadrata attorno ad una piccola casa, la degenza di medicina generale. Nella parte centrale si trovano gli uffici, dove vengono gestiti pure i nostri dati. Alla destra la farmacia di vendita al dettaglio, il magazzino e un piccolo laboratorio, grande quanto una sola delle nostre stanze, quella per la biochimica, per esempio. Sull’ala opposta, il reparto maternità. Ovvero una stanza con una 15 di letti ammassati, separati da uno spazio appena sufficiente per il passaggio di una persona, senza possibilità di infilare un carrello o movimentare la paziente in caso di emergenza. Adiacente, la sala parto. Un’altra stanza, direttamente aperta sul portico. Dalla porta socchiusa si vedevano i due letti oltre le tende a fiori, piccoli, con le appendici per appoggiare le gambe. Un piccolo lavandino, un bancone con alcune attrezzature e dello strumentario. Sembrava poco più di una capanna nel bush. Ma la cosa che più mi ha fatto amaramente sorridere è la nuova costruzione, sovvenzionata dall’Unione Europea (ma se già questo di Marimanti è un ospedale governativo e ha aiuti dallo stato keniota, perché l’UE non sovvenziona altre realtà realmente più bisognose?), una casetta di fianco del reparto di medicina generale, che quindi diventerà un reparto di medicina e chirurgia generale. Il blocco operatorio, ancora chiuso per l’assenza di un anestesista. Non abbiamo potuto visitarlo internamente, ma si intravedevano alcuni infissi di acciaio, degli stivali bianchi di gomma, una barella nuova, ancora ricoperta di plastica trasparente, due autoclavi di fianco ad un vecchio lavandino in un’altra stanza la cui unica porta dava all’esterno. Ho immaginato il percorso del paziente, così come del resto ho sempre fatto nel mio lavoro, dalla sala operatoria, sotto anestesia, fino al suo letto nella degenza. Un percorso scoperto, sotto il sole a picco o alla pioggia battente, su una barella occidentale di acciaio perfetto che tenta di scorrere tra i sassi e la terra rossa. Un’assurdità incredibile che forse non stona in questa realtà, dove si tenta di apportare modifiche come fossero toppe pulite su un paio di pantaloni sporchi e disseminati di buchi. Non sarebbe meglio rassettarli un po’ prima di accogliere la nuova stoffa? Lo ammetto, non mi aspettavo un ospedale come questo, un ospedale del governo. Non per il posto in cui si trova, lo so bene che qui siamo nell’Africa del bush, dove tutto è difficile, comunicazioni, assistenza, vita. Ma anche il St. Orsola appartiene allo stesso substrato. Eppure è un ospedale fin dall’aspetto, funzionale, pulito, fornito, assistito. È un orgoglio, sebbene macchiato da difetti e problemi. Credo che chiunque passi di qui e sappia solo sottolineare le nostre carenze dovrebbe visitare anche l’ospedale di Marimanti. Forse capirebbe il valore di questa struttura, dell’essenziale importanza per i gli abitanti di quest’area che altrimenti riceverebbero un’assistenza appena superiore a quella fornita da uno stregone sotto ad un albero…
Il vecchio baobab...
Usciti dal cancello azzurro, tra l’altro esistente da poco, dopo aver scritto sul loro guest book della nostra presenza e dopo un tentativo fallito per confusione dell’autista, siamo volontariamente incappati nell’albero più grande che abbia mai visto. Un baobab enorme, con tre tronchi uniti alla base ma distinti crescendo verso l’alto. E da essi escono rami grossi quanto alberi, orizzontali, in sospensione nel vuoto sfidando la gravità e qualsiasi legge fisica su leve e punti d’appoggio. La corteccia grigia è corrugata come la pelle di un elefante anziano, colata come la cera di una candela consumata nel tempo. Le radici rigano la terra attorno come una ragnatela rigida appoggiata, coprendola per un raggio di almeno 3 metri. Ai suoi piedi, i paradossalmente piccoli frutti, gustosi come morbide mandorle al limone. Mi ha incantata per qualche minuto, mi sentivo parte di una favola per bambini..mi è parso pure di scorgere un unicorno bianco tra le fronde……(si, ho bisogno di farmi vedere da un bravo psichiatra!!).
Tana River falls...
E poi via di nuovo, on the road to the Tana River, per vedere la cascate e magari farci pure il bagno. La giornata, infatti, piano piano si è accesa, come un fuoco. L’abitacolo si è arroventato mentre sfilava tra i roveti e l’erbetta fresca ai lati della carreggiata. Abbiamo raggiunto il fiume e lo abbiamo prima rimirato dall’alto, in un luogo che mi sembrava familiare. E già sembrava di sentire l’acqua fresca addosso! Seguendo Philip, siamo scesi lungo una scarpata che nemmeno ho riconosciuto. Ma poi, una volta sul fiume in piena, ci siamo resi conto che era lo stesso posto visitato a Giugno, quando anche i miei genitori erano qui….e mi sono mancati, forse solo un istante, ma mi sono mancati pensando allo stesso terreno calpestato anche da loro solo qualche mese prima. Ma allora l’acqua che scendeva dalla sinistra, tra scogli lucidi e lisci, era chiara. Ora i flutti sembravano cioccolata liquida centrifugata per via delle piogge. Il livello del fiume molto più alto. Impossibile sedersi tra le rocce a godere del naturale idromassaggio come abbiamo fatto Ale ed io a Giugno, come ricchi turisti di un hotel a decine di stelle, all inclusive. Ma ugualmente non abbiamo resistito alla tentazione di rinfrescarci, almeno una parte del corpo, e abbiamo tuffato i piedi nell’acqua a sorpresa, cioè talmente scura che non sapevi cosa aspettarti! Ci siamo trattenuti mezz’oretta e poi i morsi della fame hanno segnato il tempo del ritorno…
Lungo la strada abbiamo incrociato altri cammelli, lunghe interminabili file di gobbe e zampe ad imbuto, dondolanti, con l’incedere di una ballerina sul palcoscenico. E ci siamo messi in coda…o meglio, dietro le loro code, sperando che non avessero strani bisogni di evacuazione! Sembrava di stare nel traffico di Nairobi, come ha osservato Philip, a lot of traffic jam!!
E poi, lasciata la strada, siamo tornati al nido. Sotto alla pergola ci aspettavano lo zio Aldo e la tavola ancora apparecchiata.
Ci sono volte in cui nemmeno io so cosa di cui avrei bisogno nella mia vita per essere felice davvero. Altre volte, invece, come questa domenica on the road, che mi sento viva e serena, appagata..pur continuando a non saperne il perché….
Tuoane...




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