E pensare che sarebbe bastato un minuto!!
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PARTE PRIMA
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CAP 1
IL PARADISO PUO’ ATTENDERE
Mercoledì. Sveglia all’alba per riuscire a partire alle 5. Appuntamento a Nairobi per le 9. Finalmente il container è libero e dobbiamo solo andare a prenderlo, magari evitando pure di farlo aprire per non perdere tempo.
Sfiliamo nel buio del Tharaka, scorgendo appena l’alba dietro di noi. La strada è pessima, disseminata di profonde voragini aperte dalla pioggia. La macchina dondola paurosamente, si inclina quasi a toccare la terra con un lato. Come farà il nostro container a raggiungere l’ospedale su queste strade? Ale ed io cominciamo a preoccuparci come genitori in pena, ingenuamente convinti che il viaggio sarà l’unico problema. Ma poi il sonno prende il sopravvento e ci ritroviamo alla periferia di Nairobi, a lottare col traffico, intrappolati nella marmellata di macchine sulla Mombasa Road, la strada commerciale che conduce alla costa.
Incontriamo il signor Muanghi, il nostro referente della compagnia di trasporti e commercio a cui siamo appoggiati per lo sdoganamento del nostro piccolo. Raccoglie il nostro nutrito fascicolo e ci accompagna, come Virgilio, nei gironi della burocrazia e della corruzione. Il primo pacioso personaggio che incontriamo è un signore lussuosamente vestito che appone la firma iniziale sui nostri fogli, chiedendo con aria di sufficienza se fossimo quelli del St. Orsola, sempre però parlando a Muanghi, mai a noi mochongo. Pochi minuti dopo scopriamo che il signor Firmo con una Mont Blanch ma cerco comunque di rubarti dei soldi voleva mettere il nostro container all’asta perché non ci eravamo ancora presentati a ritirarlo, pratica legale (legale?) dopo 4 mesi si silenzio dei proprietari. Poco importa se il ritardo è legato alla totale inefficienza dei funzionari di tutti gli uffici con cui abbiamo avuto a che fare.
Nello spazio infinito del deposito, in cui sono disseminati container ed enormi macchine elevatrici in grado di spostare tonnellate come sollevassero un pacchettino di fazzoletti, scorgiamo il nostro container. Blu antracite, con una targa bianca e rossa sulla porta. Presa dell’emozione telefono a Mauro e gli chiedo come fare ad essere sicura che sia il nostro…dal numero di serie, ovvio! È il nostro!! Lo fotografiamo, lo baciamo anche. E poi arriva il mostro dalle ruote grandi come monolocali, ancorate al terreno, con le mandibole prensili, e morde il nostro container sollevandolo in aria e trascinandolo nella parte pubblica del deposito, quella destinata alle ispezioni. E realizziamo che la lotta ha avuto inizio. Parliamo con i poliziotti ed altri funzionari per non far aprire il container, cercando di spiegare il modo in cui tutto è stato caricato, occupando ogni spazio con indumenti e piccoli oggetti, infilati nei comodini, negli anfratti, per poter inviare più cose possibili e proteggere gli articoli più preziosi e delicati. Svuotarlo ora, su questo pavimento di cemento, significa impiegare altri due giorni per riempirlo nuovamente e portarlo finalmente a casa. Non sembrano ragionevoli, ma si rimettono alla decisione che il loro boss può prendere in merito, come ad esempio il controllo del contenuto a destinazione. E così, andiamo a parlare con il boss, un ragazzo di una trentina d’anni che ci riaccompagna sul piazzale e fa togliere i sigilli perché comunque è una procedura richiesta, dovendo apporre i nuovi sigilli e i lucchetti della compagnia di sdoganamento. Apre appena le porte, scoprendo i materassi imbustati e legati con delle cinghie arancione che li sostengono. Ma poi, tra grida e suppliche, riusciamo a richiudere in modo indolore le porte arrugginite e seguiamo il boss nel suo ufficio. E lui, senza nemmeno parlare e quindi farci capire cosa avesse deciso, comincia semplicemente a trascrivere con la penna rossa alcune delle cose in lista sul retro di un foglio, come le avesse controllate. Evviva, vittoria!! Non riesco a trattenere il sorriso, questa volta no, nemmeno quando il più realista Ale mi suggerisce di non crederci ancora. Esco dall’ufficio planando su un cuscinetto d’aria fresca, leggera come una farfalla gialla.
Muanghi ci fa accomodare di nuovo in attesa, have a sit, mentre va a sbrigare delle semplici formalità negli altri uffici…
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CAP II
NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE
Il nuovo ostacolo ha il volto di una donna. Ms. Winny, brutta dentro e fuori…o forse solo a noi appare così per le parole che escono dalla sua bocca. Scorre, per la prima volta dopo che aveva fatto il giro del globo da quasi due mesi, la lista del contenuto del container. Su e giù, alla ricerca di qualcosa che possa darle nuovi spunti per creare problemi a questi due impertinenti mochongo dalla faccia tanto stanca e i vestiti impolverati per il viaggio. E lo trova, ovviamente. L’x-ray, l’arco a C destinato alla sala operatoria per l’utilizzo durante gli interventi di riduzione. Serve un permesso per questo apparecchio. Una sciabolata, in questo momento, sarebbe più indolore. Un permesso? Non lo sapevamo, nessuno ce lo aveva detto. Inizialmente tratto il rilascio del container, chiedendo se posso assumermi la responsabilità dell’apparecchio, dato che la sua prima motivazione al non volerci aiutare è stata che non può decidere lei e assumersi una responsabilità così grande. Le chiedo poi di poterlo produrre in seguito, tanto per non perdere tempo. La sua serie di no, detta con aria di sufficienza, scorrendo la nostra lista appoggiata sul giornale che stava leggendo prima che la disturbassimo, ha riesumato la mia palla di domopack portandola subito alla gola, pronta ad esplodere. Ma lei, irremovibile, ci ha semplicemente rimandati al suo capo, Mr. Ndania, nell’ufficio dell’aeroporto….
Eccoci nell’ufficio/loculo di Mr. Ndania, in attesa, mentre la sua grassa segretaria nullafacente ci guarda con aria infastidita perché la stiamo facendo lavorare appena un po’. Lui ci riceve. Entriamo in un’altra stanza prefabbricata, con un divano ricoperto di velluto rosso e oro e la moquette damascata. Ci accoglie come se già sapesse tutto, soprattutto le risposte che ci avrebbe dato. E infatti ci travolge come un predicatore incallito, dicendo che due tecnici dal dipartimento delle radiazioni sarebbero venuti il giorno dopo per controllare l’arco a C e dare l’approvazione, very fast procedure. E poi continua, con il suo atteggiamento di chi crede di sapere tutto e di avere a che fare con stupidi ragazzini bianchi, you know, radiation from outside to inside and from inside to outside…you know, radiation…in quel momento ho capito con chi avevo a che fare e ho cominciato ad innervosirmi, a sentire pulsare le vene del collo, a sentire l’alluminio della mia palla di domopack premere sulla lingua per uscire e ferire. Ma dopo l’ennesimo do you understand che calpestava ogni tentativo di discussione da parte nostra, mi sono arresa e sono uscita, senza salutare, più nera che mai…e non è una battuta!
Come ultima stilettata, Muanghi ci informa che anche dall’ufficio della Kebs, Kenya Bureau of Standards, iniziano a questionare sul nostro sfortunato ma testardo container, per quanto riguarda il latte in polvere destinato alla distribuzione nel nostro Nutricional Center (attualmente sospeso per mancanza di fondi…..).Circa 1500 lattine di ottimo latte che copriranno il fabbisogno di un intero anno dei bambini denutriti o figli di madri sieropositive del Tharaka.
CAP III
FINO ALL'ULTIMO RESPIRO
Giovedì. Dopo una notte a tratti insonne, a tratti costellata da incubi sul destino del container, assonnati e già stanchi arriviamo al deposito governativo molto presto. Facciamo colazione alla Canteen e ci carichiamo per il secondo round.
Sul piazzale il nostro container aspetta solitario l’ispezione. Lo aprono di nuovo per testare l’x-ray. Con i tecnici del Dipartimento delle Radiazioni si presentano anche una donna dell’ufficio del Ministero della Sanità e un funzionario della Kebs, interessati al nostro latte. Cerchiamo di scendere a compromessi ancora una volta per evitare di far svuotare il container alla ricerca del latte distribuito in tutti i comodini e recessi sinuosi e di vedere le magliette e le divise ospedaliere sparpagliate sul selciato. Ma ancora una volta nessuno sembra essere comprensivo. In fondo cerchiamo solo questo, un po’ di comprensione, non certo di evitare la legge, siamo i primi a volerla seguire non cedendo alla tentazione di corrompere i funzionari. Questa volto provo con la supplica, diventando anche fastidiosa, forse, come mi fa notare Ale. Chiedo nuovamente di poter testare il latte una volta arrivati a destinazione. Ma ancora una volta mi dicono che le procedure, che solo ora sembrano voler seguire, non lo prevedono, che ogni container deve venire controllato, svuotandolo, prima di lasciare il deposito. Ma più che senso del dovere quello che li anima sembra essere solo accanimento. L’x-ray è proprio sul davanti, appena dietro tre file di materassi incelofanati. I tecnici leggono i numeri di serie sull’arco e se ne vanno…per loro il test è finito! Mamma mia, meno male che hanno testato il buon funzionamento dell’apparecchio altrimenti avremmo potuto disperdere impropriamente delle radiazioni nell’aria…che farsa! E poi cominciano a svuotare il container alla ricerca del latte che fortunatamente è subito dopo. Raggiungiamo le scatole bianche e lo aprono…sorprendendosi (o forse schifandosi) che sia scritto solo in italiano, una foreign linguage che loro non conoscono. E siccome è più facile buttare dei beni preziosi in un paese che manca, in alcune regioni, anche dei mezzi di sussistenza basilari che impiegare un paio di interpreti in un posto di lavoro che ha a che fare con l’internazionalità, con l’arroganza o forse l’ingenuità di chi non si preoccupa minimante delle conseguenze, la signora della Sanità mi dice che non possono accettare il latte importato. E ovviamente pure il Kebs si oppone alle nostre lattine di cocaina…che forse avrebbe avuto meno ostacoli alla frontiera! Se ne vanno con 8 barattoli sotto braccio, lasciandoci innervositi e preoccupati a risistemare i materassi e le scatole di infusori rimosse. Mentre saliamo le scale per tornare nell’ufficio della Kebs avverto per la prima volta un senso di impotenza e abbattimento, come se mi scontrassi con un ostacolo troppo grande. Ma una volta varcata la soglia torno ad essere combattiva e chiedo ancora nuovamente un controllo a destinazione, come anche uno dei poliziotti ci ha suggerito. It’s not possibile. Una cantilena molesta di una voce rauca. Ma si apre uno spiraglio fievole, la possibilità di parlare con il loro superiore a cui loro stessi rimettono la decisione finale sulla nostra sorte.
E così ci trasferiamo in un altro ufficio, insieme a Muanghi e il suo plico di incartamenti sul container. L’uomo con cui dobbiamo parlare (fortunatamente?) non c’è ma incrociamo un altro personaggio che ad un primo giudizio mi sembra la persona meno adatta a risolvere il nostro problema. Mastica la sua chewingum con l’enorme labbro inferiore schiuso come una gronda spiovente. Muanghi gli riassume il nostro caso. Lui rigira la lattina tra le mani , un dado da lanciare per tentare la sorte. E poi tocca a me, gli descrivo il nostro centro nutrizionale, il lavoro di Basilia a cui io traduco solitamente l’etichetta del latte e che poi traduce a sua volta in Kimeru alle mamme che spesso non sanno nemmeno leggere, sopperendo oltre tutto ad un servizio che dovrebbe essere fornito dallo stato. Lui non risponde, non mi guarda nemmeno. Scrive qualche appunto su un foglio bianco e poi tenta di fare qualche telefonata. I primi numeri selezionati non rispondono…e Ale ed io tremiamo temendo che si possa innervosire. Alla fine risponde l’ufficio con cui abbiamo avuto a che fare solo mezz’ora prima. Li interroga e loro confusamente riportano il nostro caso. E lui, serenamente, dice loro di farci semplicemente compilare un modulo, prestampato e quindi e s i s t e n t e ( che loro nemmeno hanno a disposizione e per questo vengono addirittura cazziati!) in cui mi assumo la responsabilità della traduzione e della distribuzione gratuita del bene in questione. Semplice, come rispondere si ad una richiesta di aiuto, come una stretta di mano nel momento del bisogno.
Ritorniamo al porto e questa volta otteniamo un’approvazione, un timbro che ci fa avanzare di qualche casella in questo nuovo gioco chiamato prova a sdoganare il container in un minuto!
L’epilogo della giornata è però amaro. Ms Winny (che nome è? Una cugina di Paperino?) si nega al telefono con la scusa di un meeting che le ha impegnato tutta la giornata. Ma proprio mentre sta tornando a casa in anticipo sul suo orario di lavoro, la raggiungo con una chiamata al veleno chiedendole di passare dall’ufficio e firmare anche la sua approvazione, dato che il problema dell’x-ray, l’unico da lei sollevato il giorno precedente, è risolto e che anche la Kebs, l’ente massimo in fatto di controllo della qualità dei cibi, ha dato il suo via libera per Matiri. A lei non resta quindi che…creare un nuovo problema, la traduzione dell’etichetta del latte, validata e timbrata dall’ambasciata italiana. La mia palla di domopack è esplosa senza controllo travolgendo pure me stessa con inutili picchi della mia voce strozzata.
Ritorniamo al porto e questa volta otteniamo un’approvazione, un timbro che ci fa avanzare di qualche casella in questo nuovo gioco chiamato prova a sdoganare il container in un minuto!
L’epilogo della giornata è però amaro. Ms Winny (che nome è? Una cugina di Paperino?) si nega al telefono con la scusa di un meeting che le ha impegnato tutta la giornata. Ma proprio mentre sta tornando a casa in anticipo sul suo orario di lavoro, la raggiungo con una chiamata al veleno chiedendole di passare dall’ufficio e firmare anche la sua approvazione, dato che il problema dell’x-ray, l’unico da lei sollevato il giorno precedente, è risolto e che anche la Kebs, l’ente massimo in fatto di controllo della qualità dei cibi, ha dato il suo via libera per Matiri. A lei non resta quindi che…creare un nuovo problema, la traduzione dell’etichetta del latte, validata e timbrata dall’ambasciata italiana. La mia palla di domopack è esplosa senza controllo travolgendo pure me stessa con inutili picchi della mia voce strozzata.
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CAP IV
QUELLA SPORCA ULTIMA META
Venerdì. Alle 8 siamo già in centro, davanti all’ambasciata, cercando aiuto per la traduzione e supporto nel trattare con leggi a noi sconosciute, come spesso succede agli stranieri che incappano nella burocrazia di un paese che non sia il proprio. Fortunatamente incrociamo alcuni connazionali che varcano la soglia dell’International House, un edificio grigio con due grandi file di ascensori al centro, come una delle torri gemelle. Ci indicano una traduttrice professionista a cui si appoggiano, dato che non producono traduzioni ma le validano solamente. E senza nemmeno fare colazione come previsto, contattiamo Maria e ci lanciamo alla ricerca della sua casa nei quartieri alti. Un edificio di mattoni rossi a cui arriviamo trafelati. Ci riceve nel suo appartamento con i pavimenti di marmo ricoperti da tappeti silenziosi che ovattano i passi. Ci fa accomodare su un divano damascato e le raccontiamo brevemente le nostre disavventure. E lei accetta di infilare la nostra traduzione tra suoi innumerevoli impegni della giornata alla modica cifra di 5 mila scellini.
Nell’attesa torniamo all’ambasciata per ricevere maggiori conoscenze sulle leggi che regolano le importazioni in Kenya, sperando di coinvolgere anche loro in un problema che appare ai nostri occhi quasi un incidente diplomatico. Ma un intervento ufficiale richiede un problema ufficiale, non solo una sensazione.
Delusi e un po’ sconfitti decidiamo di fare finalmente colazione nell’attesa della traduzione. E poi via di nuovo a correre nel traffico, sotto il sole che ha deciso di alzarsi proprio ora, asciugandoci persino l’aria nei polmoni. Nel frattempo Muanghi ci chiama, Mr. Ndania chiede di noi, ci dobbiamo presentare con un barattolo di latte e la traduzione, unico apparente ostacolo alla nostra riuscita, al suo ufficio dell’aeroporto.
Comincio a sentirmi una marionetta spezzata nelle mani di un burattinaio sadico. Stanchi di correre da una parte all’altra della città inseguendo possibili aiuti che non arrivano mai, nemmeno da parte della Cooperazione Italiana che non sa nemmeno erudirci sui nostri diritti e doveri in questo paese. Non dovrebbe esistere un ufficio di supporto per i connazionali residenti? Un burocrate che possa seguirti ogni volta che hai a che fare con la legge per darti tutte le informazioni che altrimenti potresti non sapere, dato che lo stile locale non accetta ignoranza in materia di legge ma nemmeno prevede informazione?
Il traffico del venerdì pomeriggio ci trattiene in centro a lungo, ma sfidando la gravità, Edward riesce a planare sull’asfalto consumato della Mombasa Road che conduce all’aeroporto. Arriviamo all’1, con la paura di aver perso anche questa occasione e lo sconforto di dover rimandare ulteriormente la partenza del container. Salvo poi realizzare che Mr. Ndania sta arrivando in ufficio facendo una piccola deviazione verso la mensa per la sua sacrosanta pausa pranzo…che invece noi saltiamo a piedi uniti. Chiedo alla segretaria di contattarlo, per favore, per ricordargli che lo stiamo aspettando ed essere sicuri che stia arrivando per non attendere invano come spesso qui accade. E lei risponde ridendomi in faccia, sfiorandomi appena gli occhi da sopra il monitor del computer. E poi continua a leggere il giornale appoggiato alla tastiera. Le chiedo se si tratta di un no senza ottenere ulteriore risposta. Ma decido di deglutire la mia palla di domopack per l’inutilità di discutere con una pianta grassa!
Finalmente Mr. Ndania ci riceve, col suo fare spocchioso e indisponente. Riconsidera il problema del latte in polvere appena un po’, fino a quando non risolvo l’ostacolo insormontabile della traduzione porgendogli quella appena vidimata da Maria, traduttrice ed interprete ufficiale dell’Ambasciata Italiana. Lui nemmeno la considera. Sono una pentola in ebollizione, il coperchio non fa altro che aumentare l’effetto esplosione. E io sto per esplodere! Scorre la lista alla ricerca di un nuovo problema ed immancabilmente lo trova. Il dentifricio. Lo vuole personalmente guardare prima di rilasciarlo. Lui, talmente esperto in materia di sanità da non sapere cosa sia un ecografo. Una procedura semplice, very short. Poco importa se per questo si deve svuotare un container e poi impiegheranno tre giorni a riempirlo nello stesso miracoloso modo. Io devo essere paziente, devo seguire le procedure, perché solo così quando tornerò in Tharaka potrò rilassarmi ed essere tranquilla, serena, essendo rimasta nella legalità. Ecco, ecco il domopack uscire in ogni direzione. Dopo l’ennesimo be patient gli rispondo che sono molto paziente, io, ma che questa pazienza mi costa 9 mila scellini al giorno che sta rubando non ad una stupida mochongo ma alla gente di Matiri di cui ci prendiamo cura facendo le veci del governo assente. E lui risponde come un predicatore scarico, dicendo che ama molto più di me la gente del Tharaka..nel nome di Dio! E mi finisce, senza nemmeno lasciarmi parlare, rispondendo ancora una volta it’s not possibile alla mia preghiera di fare tutto a destinazione e assumermene la responsabilità. Non esiste nessun modulo per il Ministero della Sanità che permetta questo, lunedì si svuota il container alla ricerca del dentifricio!
Mi sento sconfitta, fiaccata nella mia voglia di continuare a lottare. Sgonfia come un palloncino con un buco da cui sia uscita istantaneamente tutta l’aria. Guardo Ale seduto dietro di me e ci leggiamo la stessa resa negli occhi, la stessa stanchezza e delusione. Ma poi ce ne andiamo spargendo domopack ovunque, più decisa che mai a fare qualcosa per impedire la nuova inevitabile procedura.
TO BE CONTINUED.....
...e si, con la vostra "pazienza" vi siete guadagnati senz'altro un quarto di paradiso...avanti così ragazzi....a quarti alla volta.!!!!..Giannina
RispondiEliminaho letto tutto d'un fiato il tuo resoconto allucinante..e non oso immaginare le difficoltà precedenti.
RispondiEliminaassolutamente incredibile.... però, questo povero container sfortunato, ha dalla sua un meraviglioso angelo custode (e molti altri sicuramente) combattivo e coraggioso e alla fine arriverà a destinazione sicuramente.... forza Ste, vedrai che il pupo lo porti a casa!!!un bacione.... Elena
...se non sapessi già come è andata a finire, mi verrebbe voglia di venir lì a "discutere" in vece vostra con argomenti diversi dalle parole!
RispondiEliminaMa, dimmi Stef, oltre alla miseria ed alla povertà, noi occidentali abbiamo esportato da loro anche burocrazia e corruzione? Chi ha creato simili "funzionari"?
Un abbraccio pieno di solidale comprensione e....a presto!
gius