1 settimana di pioggia…
DOMENICA
LE VERDI COLLINE D’AFRICA
Domenica mattina. Pigra. Ci siamo schiusi con lentezza uscendo dal bozzolo come farfalle a primavera...
Siamo risaliti arrancando, tra i sassi, sotto il sole ancora caldo, fermandoci a più riprese all’ombra per respirare. Fede, John, Ale ed io abbiamo deciso di proseguire verso il centro, per un aperitivo da Regina. Il market era affollato. Sotto agli alberi, difronte al pub di George, un drappello di uomini contornava i giocatori di endodoi seduti su una panchina a sfidarsi. Non si sono nemmeno accorti del nostro passaggio. Ci siamo seduti sotto alla pergola, da cui dondolano lampadine e ragnatele, e abbiamo atteso l’imbrunire…
LUNEDI’
UNA GIORNATA DISARMANTE
Aldo viene chiamato da Peter per gestire un parto difficile, una donna in travaglio già da troppe ore. E inizia all’alba il suo prezioso lavoro con l’amarezza di uno scontro continuo con la mancanza del senso dell’emergenza del personale, degli infermieri in particolare. Una battaglia quasi sempre persa. Forse per non curanza. Forse per una mentalità fatalista maturata dalla necessità di proteggersi, di non venire schiacciati dalla vita crudele consumata qui attorno, dove mancano le soluzioni spesso più banali per vincere la morte…com’è triste…
Chiamo Edward per andare a recuperare un paziente nel bush e poi vado a fare un giro in reparto, per controllare, supervisionare, l’accenno di lavoro pigro degli infermieri. Apophie sta facendo il giro visite con Fede, Kanake e Dannis. La incrocio davanti alla stanza numero 3. Nel letto vicino alla porta siede una bella signora, giovanissima, con il suo completo verde ospedaliero e un sorriso rassegnato di chi forzatamente ha raggiunto la tranquillità interiore. Tiene la mano del marito e guarda oltre la porta, il corridoio, distrattamente. Il paziente è vittima di un incidente stradale. E’ caduto dalla moto e ha sbattuto la testa (quasi nessuno porta il casco qui…) riportando un trauma cranico che lo ha disorientato, sprofondato in un mondo di mancata coordinazione e controllo dei propri muscoli volontari. Apophie è dell’idea di portarlo a Nairobi immediatamente, senza considerare tutti i problemi logistici legati al suo spostamento e all’incognita del ricovero al Kenyatta che spesso è cieco all’emergenza. E così mi scarica di nuovo addosso la patata bollente cospargendola di abbondante sale, facendomi sentire in tremenda colpa se mai decidessi di non aiutarlo, di non impegnare l’ospedale nell’ennesima battaglia persa e costosa, di non pescare tra le mie tasche gli ultimi spiccioli rimastimi (ma perché nemmeno una volta decide di lottare al mio fianco?). Placo il mio cuore istintivo e decido di chiamare l’ospedale di Marimanti che “erroneamente” ha scaricato un suo paziente ben sapendo che in quest’ambito, la traumatologia, non abbiamo argomenti. E convengo con il direttore sanitario di tornare a recuperare il paziente e portarlo all’ospedale di Meru, dove è presente anche una TAC e dove hanno in dotazione un set per craniotomia (che a noi manca) per far sfogare eventualmente il trauma all’esterno, liberando il suo cervello compresso. E mentre respiro profondamente per digerire il primo problema risolto, Fede me ne presenta un altro, la mancanza di sangue B+ per trasfondere una paziente in attesa dell’intervento. Incrociamo Kenneth per i corridoi e gli chiedo di telefonare ad Embu, al centro trasfusionale dove fortunatamente il sangue richiesto è presente. Recupero Edward, di nuovo, amareggiato per la pigrizia degli infermieri che non hanno mosso un dito quando è arrivato con il nuovo paziente, aspettando, seduti, che se ne occupasse lui, l’autista. Lo ascolto e aggiungo pezzetti di alluminio alla mia palla di domopack grave e nuovi problemi alla mia lista giornaliera. Gli chiedo di ripartire subito e andare a prendere il carico prezioso. Secondo problema risolto, deglutisco. E’ ora di pranzo, ormai, e mentre sfilo davanti alla sala medicazioni con Fede, Peter ci chiama a testimoni di un connubio tra mala sanità (di un ospedale governativo) e ignoranza (dei famigliari) che ha consumato la gamba di un bambino di 11 anni (caduto dall’albero mentre raccoglieva i manghi), serrata dentro un gesso. L’odore acre della carne marcia ha già saturato l’aria. Il bambino siede sulla sedia a rotelle e ci guarda, disarmante, mentre dal gesso tagliato gocciola il sangue. L’unica cosa che so fare è continuare a chiedere a Peter “..ma non sente male??!”. No, ormai non sente più niente a quella gamba, appendice inutile e settica che gli verrà amputata. Esco. Il cuore mi duole, mi duole la testa. Questo problema non lo posso risolvere. Aldo mi raccoglie e mi porta a casa…
UN FIUME DI FANGO
Il rumore della pioggia mi ha svegliata all’alba. Plin, plin…sulla scrivania. Ho subito pensato alla strada per Meru e istintivamente ho inviato un messaggio al fratello di Ester, chiedendo se fosse possibile rimandare il nostro appuntamento al giorno seguente. E poi mi sono lasciata abbracciare tra le lenzuola dimenticando per qualche minuto il mondo fuori. Per qualche minuto soltanto..
Edward è arrivato mentre facevo colazione e, indecisa, ho chiesto a lui se non fosse il caso di rinunciare alla nostra impresa di andare a Meru, almeno per oggi, a recuperare il certificato di battesimo di Ester che sembrava bloccato dalla corruzione e dalla pigrizia negli uffici. E lui, saggiamente, mi ha fatto notare che l’indomani avrebbe potuto essere anche peggio. Nella stagione delle piogge il cielo è imprevedibile. Appare vuoto d’acqua, strizzato. Ma basta un attimo e si cosparge di densi grappoli neri. E ricomincia, per giorni, a piovere. Una stagione che pare non avere mai fine, sebbene la gente del Tharaka pianga la sua avarizia e si sieda arrendevolmente tra le zolle aride di una terra difficile. E così siamo partiti sotto alla pioggia battente, slittando appena sull’ultimo tratto di strada rimesso a nuovo. A Kithaga abbiamo girato a destra verso Meru e l’ambulanza ha cominciato a dondolare il suo grande culone bianco. Slip, sgush, sulla lingua di fango. A Tuniai sono saliti Ester e suo fratello Luca, già bagnati di pioggia. E siamo ripartiti. Ed è stato come percorrere la strada per l’inferno! Un fiume scuro, un cane rabbioso che morde le ruote e le trattiene. La terra frana a lato, imbrigliata da due linee d’acqua che la corrodono piano e rimane appena lo spazio sufficiente per il passaggio della macchina. E poi, paurosamente, le linee si intersecano e tagliano a metà la carreggiata, aprendo una voragine in grado di inghiottire ogni mezzo metallico in transito come un buco nero. E ci siamo ritrovati quasi adagiati su un fianco, incuneati al centro della strada, incapaci di procedere innanzi o di tornare indietro, completamente ricoperti di melma. Ho cominciato a temere di diventare un fossile nel fango…lo ammetto, ho avuto “semplicemente” paura!! Edward è sceso, riuscendo appena ad aprire la portiera. Ha roteato la sua bacchetta magica in aria un po’ e ha recitato la formula magica: 4x4!! E’ risalito…e io ho chiuso gli occhi! Ho sentito che forzava l’ambulanza in un senso, poi nell’altro, poi..non lo so, forse abbiamo pure volato. So solo che in pochi minuti, comunque, eravamo di nuovo sulla strada, orizzontali, liberi. E ho riaperto gli occhi giurando di non tornare a Meru fino alla prossima stagione secca!!
I PRIMI DELLA CLASSE!!
L’ufficio della Cooperazione Italiana a Meru è un edificio nuovo, ben rifinito, tinteggiato di giallo, esternamente, e candido all’interno. Luminoso, con 3 stanze uso foresteria, 2 uffici e una grande sala riunioni. Erano presenti alcuni wazungu, i rappresentanti dei primi 3 ospedali aiutati (e noi siamo una loro PRIORITA’) e alcuni esponenti del Ministero della Salute e del Ministero delle Finanze del Kenya, non che il rappresentante regionale in materia di “affari” medicali. E’ stato un meeting costruttivo, durante il quale sono stati definite alcune strategie di intervento per cercare di ridistribuire risorse altrimenti sprecate, di incrementare i servizi sanitari e sostenere le strutture esistenti. Tra i 12 ospedali che rientrano nell’intervento del Governo Italiano (finalmente qualcosa si muove!), noi siamo tra i primi 3 che saranno aiutati, a partire dal prossimo anno, in termini di nuovi progetti di costruzione (e finalmente potremo avere una vera e propria maternità, con tanto di ambulatori per la clinica neonatale e il counceling delle mamme…un sogno che si realizza!), fornitura di farmaci e attrezzature, reclutamento personale. E nel corso della riunione il St.Orsola è stato citato più e più volte, come esempio a cui assurgere nel tentativo di ridurre le mancanze degli altri ospedali. Mi sono sentita come il genitore del primo della classe all’incontro scuola-famiglia…incredula, orgogliosa e commossa. E mentre veniva stilata una sorta di scaletta degli interventi e delle prossime riunioni, sentivo il tempo che mi scivolava dalle mani..e avrei voluto stringerle per trattenerlo. Sono qui da due anni. Con Mauro, Marco, Gerardo e Ale ho scritto i progetti che sentivo echeggiare nella stanza. Abbiamo preso le misure sul posto, disegnato, calcolato e ipotizzato. Abbiamo sperato. Gridato per farci ascoltare e aiutare, qui e i Italia. Seminato. Premuto per ricordare che c’eravamo anche noi. E ora è arrivato il tempo del raccolto. Ed io sto per andarmene…ho sentito qualcosa scricchiolare dentro (il cuore forse?), come fossi il genitore assente alla sudata laurea del figlio…
PIOVE….
complimenti !!! un grande applauso a tutti voi che con il vostro lavoro, passione e tenacia avete contribuito ad ottenere tale meritato riconoscimento ed aiuto dalla cooperazione italiana....un sogno chiamato Tharaka che si sta completando...buon lavoro Stefania, buon lavoro a tutti voi e che Dio vi benedica...Giannina
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