Miracoli sospesi...
Mi sono svegliata con un sapore d’inverno inaspettato. Una malinconia diffusa senza spiegazione. O forse in parte una spiegazione ce l’ha, anche se la rifiuto…
Ho fatto un giro in ospedale con Ernesto. L’ho incontrato davanti allo studio medico, stava prendendo informazioni su un gruppo di mamme, sedute sulle panchine con i loro piccoli nati in braccio. Tutte single mother. Promettevano di portare la loro unica capra per pagare parte di un conto elevato solo per i troppi giorni di permanenza in ospedale in attesa di qualcuno che portasse loro un po’ di soldi. Qualcuno che non è mai venuto. Qualcuno che nemmeno c’è. Donne sole, con il loro bambino. Alcune al primo figlio. E per loro non c’è nessuna forma di aiuto a livello locale, nessuna previdenza sociale o sussidio dallo stato. Ecco un’altra cosa che vorrei chiedere all’MP, aiutare le madri sole, vedove o abbandonate che siano. Gli anelli deboli di una catena talmente delicata da sembrare di cristallo.
Nicoletta sta partendo. Ieri ha salutato tutti i suoi cuccioli e le mamme. Sono entrata all’asilo ed erano tutti là, in fila, mentre lei consegnava i promemoria per i prossimi appuntamenti con Pepu e i regalini di arrivederci. Quanti abbracci. Momenti tenerissimi, di gratitudine da parte delle mamme, di affetto da parte dei bambini. Hanno vissuto insieme, passo dopo passo (ed è proprio il caso di dirlo), i progressi e le conquiste di un mese di trattamenti. Nicoletta e Cristiana hanno saputo compiere piccoli miracoli che hanno a volte reso normale una vita solo apparentemente spezzata. Spesso qui basta una maggiore stimolazione, un’attenzione mirata, e alcuni bambini che sembrano avere limiti fisici o mentali in realtà escono dal bozzolo solo un po’ troppo compatto, resistente. Il loro piccolo grande progetto è quindi riuscire a mantenere un fisioterapista locale qui a Matiri per almeno tre anni, in modo da dispensare ogni giorno questi preziosi miracoli.
Mentre salutavamo tutti, Rita ha telefonato dicendo che stava arrivando, accompagnando una ragazza con una protesi da far valutare a Nicoletta per un consiglio. Mwende (come me…) aveva una malformazione alla gamba destra, rimasta piccola, come quella di un bambino, mentre lei ci è cresciuta intorno. Camminava aggrappandosi con l’alluce ad un bastone messo di traverso, come un trespolo. Le è stata amputata la gamba da Gakujia per permettere l’applicazione di una protesi in grado almeno di farla deambulare quasi normalmente. E infatti lei era lì, con la sua gamba di plastica che secondo Rita era stata fatta senza troppa cura. Si è sfilata la gonna a quadri rossi e panna e ha scoperto l’ausilio. Dal ginocchio in giù indossava un calzino bianco che la copriva e portava una scarpa da ginnastica. La parte superiore era ricoperta di finta pelle nera, ritagliata e applicata a settori. Un cilindro dove alloggiava il moncone, con un telo bianco uscente da un buco in basso e alcune fibbie attorno, una da afferrare come una maniglia per far piegare la protesi e potersi sedere, l’altra per agganciarla al bacino. Secondo Nicoletta era ben fatta, esattamente come le protesi in Italia, forse solo meno rifinita. Ma nessuno le ha insegnato come usarla. E non è affatto intuitivo, perché inusuale per un corpo umano. Ma con poche parole magiche Nicoletta le ha dato la sicurezza necessaria per camminarci su. E quando tornerà Pepu, tra poche settimane, sarà suo compito istruirla, in modo che riesca finalmente a camminare addirittura senza l’ausilio delle stampelle, in modo del tutto naturale. Mwende sorrideva al pensiero di poter finalmente, dopo quasi vent’anni di vita, camminare con le mani libere da bastoni o stampelle.
Subito dopo è entrato Augustine, un bambino di 10 anni. Stava aspettando seduto sulle panchine esterne dalla mattina. Era lì con quello che sembrava un vecchio nonno, in realtà era il papà, e lo zio come interprete. Da meno di un anno Augustine ha problemi ad un ginocchio. Gli fa male ed ha serie difficoltà ad alzarsi, quando è seduto a terra. Deve ruotarsi e piazzarsi con le gambe tese prima di raggiungere la posizione eretta con tutto il corpo. E quando cammina il piedino destro gli pende, quasi fosse addormentato. Mentre Nicoletta lo stava prenotando per essere trattato da Pepu, d’istinto ho pensato ad una malattia genetica. Il bambino, infatti, non è caduto mai, non ha subito traumi. Eppure la sua gamba destra sta degenerando. La risposta del vecchio baba mi ha fatto rabbrividire. Il figlio più grande, di 17 anni, ha percorso la stessa triste strada. Ha iniziato a 10 anni e progressivamente la malattia lo ha ridotto sulla sedia a rotelle. Le quattro sorelle, invece, non hanno sintomi di sorta. Senza particolari indagini e conferme, abbiamo entrambe pensato ad una distrofia degenerativa che classicamente colpisce solo i figli maschi. Che miracolo si può chiedere a Pepu, ora, se non quello di insegnare ad Augustine i giusti accorgimenti per mantenere una limitata autonomia di movimento il più a lungo possibile prima di sedersi per sempre?
A volte i miracoli accadono, proprio in mezzo a noi…a volte rimangono nell’aria, irraggiungibili. Ronny è morto ieri sera. Ancora una volta, come per Lucy, il tempo non è stato un nostro alleato, ancora una volta il miracolo è rimasto sospeso proprio sopra le nostre teste….
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