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Tamasha!

Movida. Ovvero due giorni di vacanza, estremi, esagerati come lo siamo noi, Ale ed io.


V E N E R D I’ : I L C O N C E R T O

Siamo partiti per Nairobi col matatu, alle 8. Seduti comodi, come si può stare seduti su degli spuntoni ricoperti di plastica sottile. Al mio sedile mancava parte della gommapiuma, proprio all’altezza dei reni. Così ogni buca (voragine, dopo le piogge) o pietra della strada si ripercuoteva lungo la mia schiena. Siamo arrivati fino a Chuka e poi abbiamo cambiato mezzo di trasporto. Appena scesi ci hanno assalito per farci salire su quello piuttosto che su quell’altro matatu. E la scelta non è stata delle più felici. Siamo incappati in un vero teppista del volante, nervoso. Accelerava quasi dovesse spiccare il volo, per poi sbandare sui numerosi bumps disseminati lungo la strada o frenare improvvisamente per raccogliere nuovi malcapitati. By the way, scortati dalla nostra buona stella, abbiamo raggiunto sani e salvi Nairobi, distraendoci con l’mp3 gentilmente offerto da Ale, sparandoci nelle orecchie Morgan Heritage. Una volta in centro, dopo una sosta all’area fumatori e una camminata straziante sotto il sole a picco con i bagagli (si va beh, appena una borsa), siamo saliti sull’ultimo matatu che finalmente ci ha portati alla guest house, l’ala nuova. La nostra stanza era carina, luminosa, pulita. Un armadio 4-stagioni inutile, a consumare lo spazio appena sufficiente per il letto, un tavolino ed una sedia. E poi il bagno, un corridoio strozzato con tutto il necessario in serie.

Riposati e docciati, siamo usciti di nuovo, per la movida anticipata già prima delle 6. Che fare nell’attesa di cenare al Carnivore, prenotato per le 8? Semplice, aperitivo! E così, dopo due smirnoff ice black ed un piatto di patate al forno corredate di chili e ketch up eravamo già sazi di vita. Eppure, testardi, abbiamo voluto continuare! Moses, l’amico di Kitingi, ci ha accompagnati al ristorante. Un ristorante di Nairobi dove vengono serviti svariati tipi di carne con salsine prelibate, nell’atmosfera tipica dei lussuosi lodge dei safari di Hemingway. Costosissimo, ma sorprendentemente saturo non solo di bianchi turisti ma anche di ricche famiglie keniote. Beh, non è proprio il nostro mondo, ma una volta almeno abbiamo finto di non contarci i soldi nelle tasche! Il primo cameriere che ci ha incastrato portava con sè un baldacchino di legno in cui erano disposti i bicchieri già prepararti con ghiaccio per il dawa (che sorprendentemente in Swahili significa medicina), un cocktail tipico di Nairobi, fatto con ghiaccio, appunto, miele, lime e vodka. E senza nemmeno darci il tempo per gustarlo come aperitivo, un altro, ci hanno portato del pane col burro, che abbiamo evitato, e del passato di verdura verde fresco per preparare lo stomaco alla grande abbuffata di carne. Abbiamo ordinato un vino rosso (il più economico ovviamente!) e dopo poco ci hanno piazzato davanti un piatto di ghisa nera, bollente, e la piramide a vassoi circolari di legno, girevoli, con le diverse salsine da abbinare e alcune verdurine per dissetare il palato. E al centro la bandierina bianca della resa, con il numero del nostro tavolo…il 13, ovviamente! E poi lo show ha avuto inizio. Ha aperto le danze un cameriere con uno spiedo su cui aveva infilato delle salsicce di maiale e senza quasi chiedere ne ha depositata una sul piatto, suggerendoci la salsa giusta da coordinare. Bene. E poi è stata la volta delle cosce di pollo, delle polpettine di struzzo, del tacchino, delle costine di maiale al miele caramellato, del coccodrillo (chiedo scusa ai vegetariani per questo elenco..). Tutti serviti direttamente nel piatto nero dagli spiedi dei camerieri che gironzolavano per il locale. E per finire, qualcosa di tipicamente africano….gelato, espresso e sambuca!! Abbiamo gradito la cena fino all’ultimo spazio libero nello stomaco, prima di arrenderci abbassando la bandierina bianca per far cessare il pellegrinaggio dei camerieri al nostro tavolo.

Subito dopo il conto (mamma mia, che botta!) abbiamo pagato la nostra entrata al Carnivore Garden adiacente in cui si sarebbe svolto il concerto di Morgan Heritage. Erano solo le 10 e già la musica reggae scuoteva l’aria, carica di alcool e fumo. Eppure lui non era ancora arrivato, ci si stava solo scaldando un po’. Ale ed io ci siamo messi subito in corsa, fermandoci al bancone per una birra. E la serata ha avuto inizio…o meglio, semplicemente ha avuto un’accelerata! Abbiamo anche incontrato un suo vecchio conoscente (sempre incontrato ad un concerto), Peter che è rimasto con noi per un po’. E la musica andava. Nel delirio musicale, hanno suonato anche “Ganja farmer”, di Sonia…nel senso che era la canzone che lei ascoltava circa 34 volte al giorno, a ripetizione (da lobotomia, come dice Ale). Mi sono persino guardata intorno aspettandomi di vederla spuntare! Ah, nella bolgia, ancora una volta, Ale è stato derubato della sua bustina di pelle con il tabacco…che monotoni! E poi, all’1, Morgan è arrivato, sottolineato da un boato e uno spostamento di massa umana verso il palco, almeno di quelli che si reggevano ancora in piedi! Ale ed io ci siamo intrufolati tra la gente recuperando posizioni fino al palco. Abbiamo ballato e cantato a squarcia gola a lungo, fino alle 3, fino a quando hanno cominciato a prendere di mira la mia borsa. E così ci siamo allontanati dalla folla impazzita e siamo rientrati al Carnivore, o meglio al Simba Saloon, il dopocena del ristorante. Un ultimo dawa (pagato con le monetine perché avevamo finito i soldi..i soliti pellegrini squattrinati!), mille chiacchiere e poi, appena prima delle 4, Moses ci ha riaccompagnati alla guest house…solo per recuperare altri scellini, gli ultimi, e uscire di nuovo! Beh, avevamo degli arretrati, 7 mesi di St. Orsola Hospital senza via di fuga. Era la nostra nottata di evasione, di completo stordimento mondano. Di tamasha. E l’abbiamo vissuta fino all’ultima goccia! All’alba della 6, ci siamo addormentati storditi, ridendo, forse…non lo ricordo…


S A B A T O : I L M A T R I M O N I O


La solita sveglia insolente, il solito gallo di plastica, spento con il desiderio di lanciare il cellulare contro il muro. Alle 8. E poi un fruscio sordo alla finestra. E un gallo vero, questa volta, ha risposto al richiamo. Impossibile da spegnere! Abbiamo dormito fino alle 10, poi, svegliandoci in stato comatoso ma ridendo (sorprendentemente avevamo ancora forze). Fortunatamente Moses, che ci avrebbe dato gentilmente un passaggio, non era ancora pronto per venirci a recuperare.

Il viaggio fino a Embu, per il matrimonio di Christian e Pamela, due infermieri della sala operatoria, è stato un semi-incubo. Chiusi nei vestiti della festa (Ale indossava una camicia rossa di lino, dei jeans..ma il pezzo forte era il cappello da gangster, nero, che gli ho regalato), sotto al sole che batteva proprio dalla nostra parte, distrutti dalla movida e dal sonno, siamo arrivati al centro commerciale per comperare il regalo per gli sposi, con gli ultimi scellini rimasti. Shimali, già al matrimonio con Donata e altri amici dello staff, ci è venuto a prendere. E finalmente siamo arrivati a destinazione, anche se in ritardo, subito dopo la messa.

Il posto scelto per il rinfresco era il parco di una scuola. Ampio. Verde. Ombreggiato e ventilato. Quello che ci voleva! Donata ed io ci siamo stese sul mio kikoi rosso, all’ombra, ad assaggiare il pranzo nuziale. Il solito abbinamento di riso scotto alle carote, con qualche traccia di capra, e il muukimu, un pastone di banana verde, patate, carne e fagioli neri. E, contrariamente al solito, c’era anche una soda da bere. Evviva! Ale si è mescolato tra i maschietti, Alex, James, Evans, Kenneth e Allan, che non poteva mancare. Io mi aggiravo rubando istantanee.

Dopo circa un’ora dal nostro arrivo, finalmente, ecco gli sposi. Christian elegantissimo, nervoso, imbalsamato. Pamela scontatamente bellissima, con un vestito bianco con pizzi sintetici in rilievo, ma senza l’usuale coroncina a led luminosi, come vuole la pacchiana tradizione delle nozze in Kenya. Lei sorrideva, il sorriso tipico della mamma in attesa. Abbiamo consegnato in anticipo i regali del nostro gruppo. L’ambulanza doveva rientrare a Matiri prima che calasse il buio…eravamo senza fari! E così, proprio mentre gli sposi pranzavano, mi hanno chiamata ad alta voce, Mr. Stefania, e cacciato in mano il microfono per ringraziare, a nome di tutti, e salutare.
E poi, infine, siamo rientrati, portando con noi almeno 12 degli invitati che dovevano tornare a Matiri. Pigiati come sardine in una scatola di latta sotto al sole, siamo arrivati a casa prima del tramonto. Sfiniti. Credo di essere arrivata alla mia stanza raccogliendo i pezzi con un cucchiaino…


Solo una cosa da aggiungere, anche a nome di Ale, a questi due giorni di tamasha...cambiatece de bancooooooooo!!

1 commento:

  1. cazzarola Ste...fiato sospeso...fino alla fine del racconto...grandiosa..che giorni micidiali da invidia!!!!ma so che hai dato sfogo a troppi momenti di repressione..meritatissimi cucciola mia!!!Grzie delle foto del matrimonio erano bellissime!!ah...appena ti ricordi metti su le foto del leaving party!!..we are very together...buy!MAKENA

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