Un salto nel buio...
Il gallo fittizio del cellulare di Ale ha suonato alle 5 e mezza lunedì mattina. Fuori era buio, con un fresco vento mattutino. Ci siamo infilati nell’ambulanza pronta a partire, avvolti in due kikoi coloratissimi per ripararci dalla polvere. Davanti sedevano Sr. Prya e Apophie, diretta a Nairobi per rinnovare alcuni documenti. Dietro con noi, Bruno, il papà di Lucy, una sua zia e il suo fidanzato. Poche commissioni, questa volta, solo un pretesto per utilizzare la macchina dell’ospedale e andare a salutare Lucy, raccogliere i nuovi esiti degli esami e spedirli in Italia, chiedere informazioni sul suo visa. Mi sono appisolata a tratti, con la testa dondolante tra il sedile e il braccio di Ale, serrati dall’affollamento dell’auto. E mi è sembrato di lasciare a casa la solitudine, per oggi..
Il traffico di Nairobi ci ha catturati ancora una volta, una marmellata di macchine che diventa insopportabile, soprattutto quando sai che qualcuno, dall’altra parte della città, ti aspetta.
Ci siamo ritrovati nell’atrio dell’ospedale, ad aspettare Fede e l’ematologo che stavano scendendo, perché non si poteva salire che due per volta a salutare Lucy. Non so perché,ma quando ho visto Fede le ho dato la mano, per salutarla, come fosse un’estranea. Ma poi ho visto che baciava Apophie e Ale e ho realizzato che forse avevamo bisogno entrambe di un abbraccio. E così l’ho stretta forte, sempre più forte mano a mano che sentivo le lacrime sopraggiungere al mio orecchio e nei miei occhi. Mi ha sussurrato piano non cammina più, Stefy. E ho sentito il freddo portato dal temporale penetrarmi fino alle ossa e sgretolarle un po’. Mentre l’ematologo parlava con Apophie e Bruno, Fede, Ale ed io ci siamo concessi un espresso per scrollarci dal torpore prima di salire a salutarla. Lo scoramento di Fede ci ha atterrato l’anima, sembrava una pioggia lieve, fredda, che spegne poco a poco una fiamma piccola piccola. E poi, accompagnati dal fidanzato di Lucy, siamo saliti al secondo piano, letto numero 534. E ho ritrovato il suo sorriso. Lei era stesa, con le treccine raccolte in una coda di cavallo adagiata sul cuscino e la camicia da notte azzurra. Il viso dolcemente rilassato, sereno. Felice perché aveva vicino le persone care. Speranzosa perché le sue piastrine stanno comunque aumentando. E ha ripetuto pure a me la sua bizzarra e triste situazione, una distribuzione discreta di fluidi nei posti sbagliati. Il suo letto è vicino ad una finestra da cui può sbirciare le persone lungo i corridoi e le scale. Un’infermiera sta sempre con lei, le tiene compagnia, la fa chiacchierare…a Lucy piace così tanto chiacchierare, cantare…ballare….
Dopo poco siamo tornati in centro, all’ambasciata italiana per avere informazioni sul suo visto. Un visto d’ingresso medico, che necessita della lettera ufficiale da parte della regione, Emilia Romagna in questo caso, una lettera che richiederà tempo. Ma so che in Italia stanno cercando di muoversi il più velocemente possibile. Stiamo correndo in due continenti, su più fronti…ma il vincitore può essere solo uno..proprio il concorrente che non sta correndo affatto..
Siamo tornati all’Mp Shah con una nuova missione, recuperare i risultati degli ultimi test medici da inviare a Mauro per avere un quadro più completo della situazione di Lucy e capire se portarla in Italia è solo una massacrante utopia o, malgrado le condizioni e le difficoltà, l’unico modo per salvare la sua fragile vita. La caposala del giorno precedente si era rifiutata anche solo di mostrare la cartella clinica a Fede. Ma con la collega buona abbiamo avuto fortuna e, dopo un girotondo tragicomico di scale e permessi, abbiamo ottenuto l’ambito risultato. E al volo, siamo saliti sull’ambulanza già scalpitante per il ritorno.
Abbiamo lasciato Nairobi alle 6, tardissimo! Edward ha azzardato mille manovre al limite del lecito pur di uscire dal traffico, sfiorando macchine e passanti ai lati della strada, arrampicandosi sul ciglio in pendenza della carreggiata. E poi finalmente, siamo usciti dalla marmellata di lamiere, accelerando la macchina sull'asfalto. Ancora una volta, mi sono addormentata ripetutamente, stanca, abbracciata, mentre la strada scorreva sotto alle ruote scuotendo a volte l’abitacolo. Ancora una volta, siamo passati per Ishara, la strada asfaltata che improvvisamente termina, un lungo rettilineo che raccorda l’asfalto e lo sterrato, sottolineando lo stacco con un altissimo dosso, una piccola collina di sassi chiari. Edward ha raggiunto proprio quella collinetta correndo come un pazzo, accorgendosi solo all’ultimo, nel buio, del salto. Ha frenato, ma l’ambulanza si è impennata prendendo il volo, planando nell’aria come un aereo metallico, pesante e senza ali. È ricaduta a peso morto, trascinando con sé il suo contenuto. Io sedevo dietro, svegliata di soprassalto dall’accaduto. E mi sono ritrovata in aria, senza avere il tempo si pensare a come minimizzare i danni. La gravità mi ha schiacciato di peso sul sedile che, piegandosi, mi ha pressato il piede intrappolato. Ho sentito subito un dolore fortissimo alla caviglia. A biglie ferme, l’ambulanza è stata subito circondata da una decina di uomini, accorsi da chissà dove, richiamati dal frastuono. Cercavano di salire sulla macchina, forse di prendere qualcosa. E così siamo ripartiti di corsa, senza nemmeno poter accertare se avessimo rimediato qualche danno. La mia caviglia dolor
ante ha iniziato a gonfiarsi e a pulsare, potevo avvertire un dolore sordo ad ogni dondolio del piede, che su una strada sterrata diventa inevitabile.
Arrivati a casa, ho subito fatto una radiografia. Ho sperato fino all’ultimo che fosse solo una slogatura. Invece, la mia tibia appare incrinata, una crepa che la attraversa senza slittamento delle parti, una bellissima frattura, come ha detto il dottor Morethi tornato al St. Orsola per qualche settimana. Ale mi ha riportato a casa per un tratto con la sedia a rotelle su cui ho spinto tante volte Alfred, e poi
mi ha sorretto fino alla mia camera. È stato dolcissimo, premuroso. Mi ha aiutato a lavarmi, a mettermi a letto, è rimasto con me leggendomi una commedia di Eduardo de Filippo in dialetto napoletano, che ridere! Mi sono addormentata con la mia gamba appena dolorante, ma coccolata.
Ora sono qui, sotto alla pergola, con il mio gesso fresco fresco di giornata, dopo aver portato per un po’ una doccia per permettere alla caviglia di sgonfiarsi. Sarò così, dipendente, per circa un mese. Non potrò stare vicina a Lucy come vorrei e questo è quello che mi pesa di più. Questo è il male più grande. Il mio salto nel buio è niente in confronto al suo. L’incognita sul suo futuro duole più di qualsiasi frattura…

ciao cara Stefania
RispondiEliminami dispiace tanto per la tua gamba!
ti sono particolarmente vicina con il mio legamento crociato rotto che mi impedisce di piegare il ginocchio! fortunatamente non devo operarmi ma fare riabilitazione....
un bacione grande grande
Elena