Breaking News

Pennellate di nero…

La difficoltà ci sono precipitate addosso come una frana di sassi e spine. Mi sento impotente, un testimone inerte che non è in grado di partecipare ad un triste gioco. Il pubblico incredulo di una farsa che si consuma piano sul palco sfatto di un teatro vecchio. Un fantasma che vaga muto tra le persone, gli eventi, gli oggetti, le foglie, senza essere vista. Un dilettante perdente che azzarda sempre meno e non partecipa quasi più…


Lucy è tornata in ospedale. Si è presentata con la zia, dolorante ovunque, stanca, abbattuta. Ci hanno chiamato dal gate e siamo corse. Lei era seduta sulla sedia dei watchman, con i capelli rossi e neri raccolti in piccole trecce e gli occhi gonfi, solcati. Senza il suo bellissimo, inconfondibile sorriso. A fatica è salita sulla sedia a rotelle e l’abbiamo portata nella sonography, dove Apophie e Federica l’hanno visitata. Niente di nuovo, se si eccettua un po’ di cistite. Solita diagnosi, solito trattamento di trasfusioni. E solito devastante senso di solitudine che mi avvolge sensi, anima e pelle, senza che nessuno se ne accorga, come fossi un camaleonte perfettamente mimetizzato, come se un pittore crudele stesse pennellando di nero la mia tela prima colorata.

Ci siamo interrogati tutto il pomeriggio, sotto alla pergola, su che fare. Che strano parlare di pioggia e nuvole grigie quando fuori il sole è deliziosamente caldo e la vallata riprende colore. Il canto degli uccellini gialli e neri, le cicale di sottofondo, il ronzio delle vespe, si mescolavano alle nostre innumerevoli domande. Come affrontare un viaggio della speranza in queste condizioni? Come valutare quale sia la cosa migliore per Lucy, per noi che ci stiamo imbarcando in una cosa più grande di noi, frettolosamente pensata col cuore, rovinosamente tornata alla realtà con oggettivi problemi di organizzazione?

Verso sera siamo tornati a trovarla. Lei ci ha chiamati per salutare anche il suo ragazzo sopraggiunto da Chuka e all’oscuro del suo nuovo ricovero. È stato bello entrare nella sua piccola, affollata stanzetta. Un grappolo di amici aveva saturato tutti gli spazi liberi tra il muro e il letto. Lei, seduta, con le treccine sciolte sulle spalle e la flebo di sangue infilata nel braccio, sorrideva di nuovo. Al suo fianco il suo ragazzo. Ho respirato profondamente e ho intravisto il colore sotto al nero. Sono tornata quasi saltellando verso casa, fiduciosa.

Ma poi, nelle ore, nei giorni successivi, le domande si sono accumulate, i dubbi, le difficoltà oggettive. E hanno nuovamente pennellato di nero la tela…

Non avevamo pensato al visa per Lucy, mi ha attraversato la mente solo ieri il pensiero che forse non avrà semplicemente un timbro sul passaporto quando arriverà in Italia, ma dovrà ottenere il permesso di viaggiare direttamente qui, all’ambasciata. E infatti, sarà una pratica lunga e non necessariamente vestita di successo. Lucy deve avere un’assicurazione in Italia, dimostrare che avrà un alloggio e soldi sufficienti a mantenersi durante tutto il suo soggiorno. Niente di impossibile. Ma questo comporta un nuovo viaggio a Nairobi per lei che ora non può affrontare una passeggiata fino al gate. In attesa di una risposta che può arrivare in troppi giorni.

Ermanno, Marta, Valeria e Massimo, con cui dovrà viaggiare Lucy, si stanno interrogando sulle possibili conseguenze. Che fare se si sente male? Se avrà un’emorragia dovuta alla sua condizione e alla bassa conta piastrinica? Che fare se dovrà essere ricoverata d’urgenza ad Amsterdam? Che fare se…sembra di annegare in un mare di supposizioni…

E in tutto questo arriva il parere dell’ematologo italiano che si è offerto di aiutare Lucy. Secondo gli ultimi esiti e le oggettive difficoltà a portarla in poco tempo in Italia, pure lui ha messo in dubbio l’utilità di un simile viaggio della speranza. Che fare ora? Come dire a lei che dovrà indossare il suo vestito rosso per S. Valentino qui? Che la pizza e le lasagne le mangerà sotto al tamarindo? Che non dormirà nella mia camera e non si occuperà di Lilù? Mamma mia….

Passa in secondo piano tutto il resto. Le serate passate in sala operatoria mentre Antony, il tecnico, cercava di riparare la lampada scialitica o il condizionatore e contemporaneamente la pediatria è al buio perché è scattato un salvavita nascosto. O lo sfondamento del soffitto di una stanza del laboratorio gonfio di pioggia. O Sr. Prya che, allarmata, mi prega di informare Mauro che abbiamo bisogno di soldi per pagare gli stipendi a fine mese. O il mio vestito nuovo, cucito da Eva, con la stoffa comprata a Chakariga. O il tramonto rosa e arancio che illumina il fondo della vallata e l’antracite che cola sulle montagne laggiù. O Alfred che ride di nuovo con gli occhi perché gli è passata la malaria cerebrale. O la mia solitudine che mi isola dal contesto e a volte mi disseta, a volte mescola tutti i colori della mia tavolozza producendo un’unica macchia nera che pennella un quadro stinto…