Lucy....
Tra domenica e lunedì sono arrivati rinforzi. Prima tre medici, Massimo, Ermanno e Valeria. Poi Ivana, Antonia, Marta, Lia e Morena. Ora le tavolate si sono allungate, è finito il silenzio sotto alla pergola lasciando il posto alle chiacchiere e ai pranzetti succulenti.
Ieri mattina mi sono svegliata poco prima delle 5. Ancora ubriaca di sonno ho sistemato tutti i documenti nella borsa nuova, arancione senape. Sotto alla pergola mi aspettava solo il buio. Ho messo sul fuoco il caffè. Ma Josec è arrivato a prendermi prima che fosse pronto. Così, sono salita in macchina senza nemmeno aver fatto un tentativo per svegliarmi. Al gate ci aspettava un drappello di gente. Un paio di ragazze con le loro mamme, dirette alla nuova scuola delle sister per l’intervista di valutazione per l’iscrizione al primo anno, una paziente sola che chiedeva un passaggio al Kenyatta Hospital per iniziare la chemioterapia, Lucy e una sua amica che doveva raggiungere Thika. E in tutto questo la portiera posteriore si è rifiutata di aprirsi. Così una alla volta tutte le donne si sono infilate nel retro dell’ambulanza ancora fresca di notte scavalcando il sedile anteriore. Lucy ed io davanti, il che, contrariamente a quanto pensa lei che ora si ritiene very slim, non è stata una grande accoppiata data la dimensione dei nostri cuscinetti! Così mi sono ritrovata spiaccicata contro il finestrino, seduta solo per metà sul sedile e per l’altra metà sulla maniglia della portiera, con la testa che sbatteva contro il vetro ad ogni sasso. E questo, alle 6 di mattina, può scatenare pesanti pensieri negativi. E così il mio mood ha rischiato di precipitare rovinosamente verso un baratro senza uscita. Appena qualche lacrima è scesa a ripulire la mia pelle ricoperta di polvere rossa, rigandomi le guance. Il sole rischiarava sempre più intensamente il paesaggio, togliendo piano piano il velo di foschia della notte e scaldando l’aria. Ma poi il mio amato cartoon ha iniziato il suo show, con colonna sonora gospel annessa. E pure Lucy, scrollata dal torpore, ha iniziato a ballare, schiacciandomi ancora più contro il finestrino. Ma non faceva più male, ormai…
Arrivati a qualche chilometro da Nairobi abbiamo perso il primo pezzo del puzzle gita della speranza e abbiamo poi proseguito incontrando il muro di traffico del mattino alla barriera nord di Nairobi (altro che tangenziale di Milano!). Ma l’ambulanza è in grado di fare una magia non concessa ad alcun’altra macchina sul mercato. È in grado di aprire le file di auto, di arrampicarsi sui bordi spioventi delle strade, di far operare i poliziotti per fermare tutto il traffico ed aprirci il varco. È sufficiente accendere la sirena!
E così, finalmente, Lucy ed io siamo arrivate a destinazione mentre Josec ha proseguito con le altre ladies diretto alla scuola delle sisters, oltre l’aeroporto. Prima tappa, Antonio’s per la colazione che non ero riuscita a fare al Tamarindo. E poi, piano piano, siamo arrivate fino al negozio d’angolo per fare le foto passport size necessarie. Lucy camminava a fatica, trascinando sotto al sole la gamba destra dolente. Io le stringevo la mano e sentivo tutto il suo peso caricato tra le mie cinque dita. La giornata era sgradevolmente calda e questo l’ha affaticata ulteriormente. Nella fretta della partenza non aveva indossato nulla sotto al tailleur pantaloni color carta da zucchero, così era destinata a tenere la giacca tutto il giorno. Dopo le foto, siamo tornate alla Nyayo House per procedere con la pratica del passaporto, che ci darà finalmente la possibilità di prenotare un volo aereo per sabato prossimo, quando il gruppo di amici italiani tornerà a casa. Durante il breve ma interminabile tratto di strada per arrivare al burocratico edificio, osservavo le nostre mani congiunte. Sotto al sole, la sua mano marrone usciva dalla manica azzurra e si serrava alla mia, rosa, pallida, nuda. Mi sono persa guardandole oltre la mia borsa arancione, un dito chiaro, uno scuro, come la tastiera di un pianoforte brunito. Mi sembrava che le persone ci guardassero in modo strano, sorprese. Ma forse era solo una mia impressione. Arrivate all’ufficio, ci hanno subito incanalate all’interno, in attesa davanti ad uno sportello occupato dove una signora senza tanta predisposizione al dialogo gentile ci ha rispedito fuori, sotto ad un tendone bianco, dove avremmo dovuto compilare il form per la richiesta del passaporto. E dove abbiamo scoperto di necessitare di un garante che conoscesse Lucy per certificare che quanto scritto fosse vero. Ovviamente un garante che fosse cittadino del Kenya. E così ho dovuto chiedere aiuto a Josec, che nel frattempo era oltre l’aeroporto ad accompagnare le due ragazzine con le madri per il loro tentativo di ottenere l’iscrizione sponsorizzata alla scuola prestigiosa, pregandogli di portare una copia della sua ID card. Lo abbiamo aspettato a lungo, sforando nella pausa pranzo. E così abbiamo deciso di tornare nuovamente da Antonio’s e pranzare, nell’attesa della riapertura dell’ufficio, tutti insieme. Ma Lucy era sfinita dalle innumerevoli scale e aveva pure iniziato a tossire insistentemente, fino ai conati, e così ho dovuto correre avanti per comperarle una preziosa bottiglietta d’acqua, lasciandola sola. E quando, al ritorno, ho provato a chiamarla e non ha risposto al telefono, ho avuto paura. Ho iniziato a correre. Ma svoltando l’angolo ho visto l’ambulanza, Josec…e Lucy seduta davanti. Buega capisa!
Non aveva appetito, lei, così ha assaggiato appena un po’ di sukuma e bevuto una soda al limone. A fatica. Mentre Josec ed io ci siamo, ovviamente, strafogati di chapati, carne di capra in salsa al pomodoro, patate, fagioli e riso. E poi siamo tornate all’ufficio dell’immigrazione per continuare, con la benedizione di Josec, il travagliato processo di richiesta. Il volto di Lucy si solcava mano a mano che l’attesa si scaldava, spezzata dalla tosse dispettosa e dalla fatica di stare in piedi. Ma poi, grazie a Fede, abbiamo recuperato il numero di un amico di Tito che lavora sul posto. E, pagando 2 mila scellini in più, abbiamo ottenuto il passaporto! Una vittoria insperata che ora ci permetterà di prenotare il volo.
Lucy era felice di poter finalmente venire in Italia. E il suo entusiasmo ha lisciato le rughe di fatica che le si erano accumulate sulla fronte. Continuava a dire che nel giro di un mese tornerà a casa correndo…e io voglio crederci…
Appena fuori dalla Nyayo House le ho comprato un gelato, come avessi per mano una bambina. E mi ha fatto pensare alla mia mamma, quando mi comperava un gelato pur di farmi mangiare qualcosa. 30 scellini di sorrisi alla fragola e panna….
Tornando a casa l’ambulanza era nuovamente piena ed il viaggio è stato un incubo ricorrente. In coda, sotto al sole a picco, serrata tra Josec e Lucy, ho sofferto l’immobilità delle gambe, l’aria viziata e torrida dell’abitacolo. E ho pensato a quanto potesse essere stata pesante la giornata per lei. Eppure, già progettava di indossare, in Italia, il suo vestito rosso per San. Valentino, di mangiare pizza, pane e lasagne tutti i giorni, di imparare la nostra lingua, di vedere tutti i posti di cui le abbiamo sempre parlato, di prendersi cura della mia Lilù, la mia cucciolina ormai vecchia. Ho pensato alle cose di cui avrà bisogno, dei vestiti pesanti, della sua musica per non sentirsi troppo sola. L’unica cosa compresa nel prezzo del biglietto sono gli amici che troverà in Italia e che non le faranno mai mancare niente, è una certezza…
Ancora una settimana e la saluterò. Potrebbe non tornare più qui.. E questo pensiero mi scuote come un boato urticante che lacera dal basso e risale facendo male. Lucy. La nostra Lucy. So che tutti le staranno vicino, non sarà mai sola. Ma l’affetto non basta. I suoi fratelli faranno dei test qui, in Kenya, sperando che siano compatibili perché un trapianto sembra essere l’unica soluzione per salvarle la vita…mamma mia, questa si che è dura da digerire…mi sento devastata da questo pensiero…forse per questo sono tanto fragile in questo momento e rendo facile il lavoro a chi mi riesce a ferire…
Mama buega...
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