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Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole….

Ieri mattina subito dopo colazione, mi ha chiamata Fede dall’ospedale. Mi ha fatto parlare con un amico che chiedeva insistentemente di me. Alfred. Con un filo di voce, emettendo faticosamente ogni sillaba, mi ha chiesto una torta e mi ha detto di avere la malaria. Sono corsa da lui, con un pacchettino di biscotti tra le mani. Lui era seduto nella stanza di lavoro degli infermieri, accanto ad Apophie. Quando mi ha vista un sorriso muto ha preso forma sulle sue labbra. Ma gli occhi sono rimasti assenti, quasi rispondesse automaticamente ad una sollecitazione esterna che nemmeno passava dai sensi. Mi ha abbracciata forte. Stretta davvero. E forse entrambi ne avevamo bisogno. Gli ho mostrato i biscotti e ha sorriso più forte. Ma sempre senza gli occhi. E poi non mi ha lasciata più, non voleva che me ne andassi, che uscissi dal suo campo visivo. Ha stretto insieme Theresa e me. Lo abbiamo accompagnato in sala operatoria. Apophie gli voleva aspirare del liquido dal ginocchio operato una settimana fa. Abbiamo fatto una breve corsa in sedia a rotelle, rubandogli un altro sorriso. E poi ci siamo seduti ad aspettare insieme il suo turno. Mentre mangiava i biscotti ha avuto una delle sue crisi convulsive e la testa gli è schizzata all’indietro, sbattendo sulla pelle tesa della sedia, per fortuna. Sembrava in trance, con gli occhi socchiusi e la fronte corrugata. Gli ho stretto la nuca per evitare che si facesse del male. Apophie è arrivata e ha deciso di infondergli il farmaco con cui lo sta trattando. Mentre gli prendeva il braccino magro e cercava una vena che non fosse ancora rinsecchita dall’usura, lui le indicava il punto esatto dove bucare, senza nemmeno fare una piega mentre lei gli iniettava piano piano il contenuto rigurgitato dalla siringa. L’unica preoccupazione di Alfred era che non me ne andassi. Ma poi Pam, la sua infermiera preferita, lo ha convinto a tornare a letto un po’ in attesa della medicazione, proponendosi di riaccompagnarlo. E io sono tornata verso casa, salutandolo con un bugiardo tuonane kaere.

Nel tardo pomeriggio è tornato Ale da Chuka, dopo l’ennesimo viaggio dedicato all’iscrizione a scuola di suo figlio e al recupero di tutto l’occorrente per la sua permanenza nella struttura almeno fino ad Aprile. Era soddisfatto di aver trovato ogni cosa risparmiando sul previsto, così orgoglioso di avergli comperato solo cose nuove e di non mandarlo alla scoperta del mondo con cose di seconda mano. Era così tenero guardarli, mentre sistemavano tutto nel baule di latta serigrafata, chiudendolo con un paio di lucchetti. Mi ha addolcito la giornata…

E a sera, proprio prima di dormire, una musica lieve mi ha coccolata un po’…


Stamattina Fede ha tenuto la sua prima lezione sull’ECG, questo sconosciuto! La sua intenzione è quella di trasmettere l’importanza di utilizzare l’elettrocardiogramma ogni volta che si sospetta una patologia cardiaca. Partendo da zero, spiegando ogni cosa, dall’attività elettrica del cuore alla lettura della carta millimetrata su cui viene stampato il tracciato. Ha lavorato sulla presentazione per una settimana, sfruttando anche la presenza di Theresa per la traduzione in inglese delle sue nozioni. Ieri sera era tesissima, si sentiva impacciata per la sua pronuncia, per le sue imprecisioni linguistiche, anche se a torto perché invece se la cava benissimo. Ma la capisco, la difficoltà del parlare davanti ad una platea in una lingua non propria, il desiderio di essere perfette, mi appartengono tan bien. E invece è andata benissimo. Sono andata a sbirciare, perché lei ha proibito la mia presenza per non imbarazzarsi ulteriormente, e Mbaabu stava leggendo le diverse slide mentre lei ne dava delucidazioni approfondendo il significato come una professoressa accademica. Davvero brava. Ma non avevo dubbi…

Poi con Theresa, siamo andate alla clinic mobile a Nkaarini, con Josec che, in ritardo da Chuka dove ha recuperato le ultime scatole della Meds, è salito al volo sull’ambulanza già allestita con i box dei vaccini e dei farmaci. Abbiamo percorso la strada attraverso Charkariga e siamo sbucati sulla main road proprio in prossimità del luogo adibito a clinic mobile, dove si trova un piccolo edificio, costruito nel ’99 dagli alpini di Montebelluna, come è inciso sul cemento del pavimento. Siamo arrivati che già le mamme erano sul posto. Un drappello di colori e chiacchiere da ubriacare. Bellissime, nelle loro stoffe cangianti. Dolci, con i loro bambini appesi alla schiena e riparati con l’ombrello.

Siamo scesi e a fatica Josec ha aperto la porta di legno cresciuta con l’umidità nei giorni scorsi. All’interno, una scrivania con alcune panche. Tre stanze comunicanti, una per la raccolta dati, una per le vaccinazioni e la terza come magazzino per il materiale servito per la costruzione e la manutenzione. Le mamme, richiamate dal movimento sotto alla tettoia, si sono messe in fila per pesare i loro pargoli. Abbiamo distribuito una decina di imbracature che si scambiavano tra loro e lo scroccone ha dato il via alle danze. Una dopo l’altra le donne appendevano il manico dell’imbracatura alla bilancia assicurata ad una trave della tettoia. E uno dopo l’altro i piccoli buddah sfilavano sotto ai miei occhi, un tripudio di pieghe di ciccia perse nel verde e jeans della stoffa usata per le imbracature. Bellissimi, da consumare di baci. Alcuni piangevano spaventati, tendendo le manine verso le mamme che, protettive, stavano loro vicinissime. Altri sorridevano al mio viso bianco mentre li apostrofavo come ciccioni. Una serie interminabile di culetti nudi, di cosce e cellulite. Josec aiutava gli infermieri, indaffarati con vaccinazioni e forms governative da compilare, a scrivere sulle cartelle dei piccoli il peso e a ridistribuire le stesse, sgridando le mamme che avevano saltato alcuni mesi di clinic mobile non comprendendone l’importanza.

Finite le vaccinazioni, gli infermieri visitano i casi meno gravi di pazienti che si rivolgono loro. Prescrivono alcuni farmaci che vengono distribuiti e pagati come in ospedale. Josec ha pagato per una di queste che non si poteva permettere più di 50 scellini di spesa, dicendomi che solitamente fa così, immedesimandosi nel paziente, soprattutto se si tratta di bambini, pensando a suo figlio e a ciò che farebbe se fosse nelle stesse condizioni. E ci ha pure offerto un paio di sode per contrastare l’arsura. Il posto dove si fa tappa per la clinic mobile, infatti, è apertamente sotto al sole, preda del calore e dell’aridità dell’area.

Lungo la strada del ritorno ho avvertito una sensazione strana che mi ha messo al tappeto. La sensazione di aver perso un giorno, di non aver fatto abbastanza per il mio lavoro e quindi per l’ospedale. Di aver rubato delle ore preziose alla mia esistenza. Non sono riuscita ad assaporare il gusto fiorito dei bambini ciccioni che le mamme affidano alle cure dei nostri infermieri…

Questa sera dopo cena, Philip è venuto a casa, sotto alla pergola ad avvisarci. Lucy stava male,dovevamo andare a prenderla. Ho chiesto ad Ale di guidare fino a dove, solo il giorno prima, eravamo andati in visita, portando una torta al cioccolato e conoscendo il futuro marito di Lucy. Lei stava nel letto, piangeva, non voleva andare all’ospedale perché era sola. L’ho rassicurata che non l’avremmo mai lasciata sola e l’ho aiutata a salire in macchina.

Apophie è subito corsa e ha chiamato il responsabile del laboratorio, Alex, per i test e per il cross match. Lucy aveva bisogno di sangue fresco e quello dello zio non era completamente compatibile e Alex ha controllato che il mio lo fosse. Lo era. E così ho chiamato Mbaabu per infilarmi l’ago, grosso quanto un tronco d’albero ormai cresciuto, e prendere una sacca del mio sangue allungato con birra e martini, questa sera. Ma andava benissimo, lei ne aveva bisogno . E così, proprio mezz’ora fa, ho salutato Lucy, guardando quel liquido rosso scuro scendere piano nelle sue vene, appeso al muro, vicino alla zanzariera bianca che avvolge il suo letto.

Apophie mi ha detto di non farmi vedere da lei piangere, perché ha bisogno di essere incoraggiata più di chiunque altro. Lo so, ma anch’io questa sera ho avuto bisogno di incoraggiamento, seduta sul suo letto, tenendole la mano e asciugando le sue lacrime con il lenzuolo. E Ale lo ha capito, avvicinandosi e stringendomi le dita, dolcemente, come cade un albero, senza fare troppo rumore.

Non c'è possibilità di cura per Lucy qui. Stiamo correndo contro il tempo per portarla in Italia. Mi rifiuto di credere che sia senza speranza, non la nostra Lucy...


Non è stata una giornata persa. E forse non lo sono mai quelle vissute qui. Giorni incerti che si susseguono. Nuvole e sole che si mescolano.
Mama buega...

2 commenti:

  1. ...resoconto di una "giornata particolare che di "particolare" ha l'ordinarietà del luogo...
    Dear Stefy,
    anche questo scampolo di vita a Matiri, così come l'hai scritto, ha il potere di proiettare il lettore direttamente sul posto e farlo sentire coinvolto. Scrivi bene.Comunque ti si legge con vero piacere.
    Chissà che alla fine con un collage di "giornate particolari" non se ne possa ricavare un bel libro della "TUA AFRICA"!
    Au revoir.
    Giuseppe
    P.S.: quando cade un albero, non lo fa mai "dolcemente e senza far rumore"....

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  2. .."dolcemente come cade un albero" è una citazione del mio libro preferito, Il piccolo Principe..."senza far rumore" l'ho aggiunto per descrivere il modo discreto ed in sordina con cui sono stata consolata...quasi per restare nascosto, anonimo...
    Chissà, magari un giorno davvero raccoglierò tutti questi giorni e ne farò un libro...
    Grazie Giuseppe!

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