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Le befane vengono di pomeriggio!!

Qui non si festeggia il 6 Gennaio. Non ci sono vecchine con un ampio foulard sulla testa, chine sotto il peso di grandi ceste piene, con le scarpe rotte e i vestiti rattoppati per l’usura…anzi, a pensarci bene, ogni donna anziana che vive in queste capanne nel bush corrisponde perfettamente alla descrizione! Sono solo più scure della celeberrima Befana e non altrettanto famose. E invece dei balocchi per i bambini buoni portano sulla schiena le taniche gialle dell’acqua riempite al fiume.

E così abbiamo importato la tradizione europea, una festa confezionata per i bambini golosi di cioccolato e dolcetti. Abbiamo preparato un paio di torte e un gerla pieno di banane (ne abbiamo così tante dalla nostra shamba che le potremmo vendere!). E, da perfette Befane (senza nemmeno travestirci perché così al naturale siamo tagliate per la parte!), Fede, Colò ed io ci siamo caricate sulle spalle un canestro a testa di foglie intrecciate colmo di regalini incartai con la carta del quotidiano locale, quelli tenuti da parte dal cesto di Natale.

In pediatria i bambini nemmeno ci aspettavano. Li abbiamo colti di sorpresa proprio durante la cena, dopo le 5. Quando Eric mi ha visto arrivare con il vassoio delle torte ha cominciato a gridare, saltando in braccio alla mamma che teneva teso un lenzuolino per proteggergli la carne scoperta dell’ustione che si sta rimarginando, caki caki! Ha subito capito che il tovagliolo di carta celava le piccole fettine dolci. Abbiamo spiegato con poche parole chi sia la Befana, quale sia la sua missione. E questo ha suscitato in loro un’ilarità sfrenata. Forse, nella loro testa, non è spiegabile l’immagine di una signora anziana che trascorre un intero anno confezionando regali che poi distribuirà in una sola notte, viaggiando su una scopa….beh, come dar loro torto!

Ci siamo inventate un gioco semplice per far vincere il regalo ad ogni bimbo, giusto un pretesto per trascorrere un po’ di tempo insieme. Dovevano lanciare il tappo della soda dentro una scatolina di plastica trasparente che progressivamente veniva allontanata. Pure il papà di Daniel si è cimentato nella prova! Anche Alfred si è lasciato convincere malgrado la sua giornata triste e stanca. È stato morso da un serpente, è qui da un mese. Apophie dice che il suo papà lo abbia abbandonato. Se ne è andato per cercare i soldi e non è più tornato, come era successo al piccolo Kirambia. Ma poi il suo baba era tornato. E a me piace pensare che anche il papà di Alfred torni molto presto. Ernesto lo sta cercando…

Alla fine abbiamo semplicemente distribuito i regali. Delle matite colorate, una bambola, che ha fatto impazzire le mamme, degli animaletti di plastica, i sonagli della Chicco per i più piccini..e per una nonna che li ha indossati al collo ed ha iniziato a ballare quasi fosse un monile tribale propiziatorio!

Siamo rimaste fino al tramonto, preparate alle zanzare con il repellente, ma sprovviste di torcia elettrica. E così siamo rientrate prima del buio. Ogni azione qui segue il ritmo del giorno, il soffio del vento, il rumore dell’acqua. Ci si fonde con la natura, se ne viene dominati a volte...

Verso sera è arrivata da Nairobi anche Sr. Ann, tornata finalmente a casa, dimessa dall’ospedale. Starà qui una settimana. Passerà le consegne a Sr. Raanhi che sta arrivando dall’India per sostituirla. E poi partirà per la sua terra per essere curata per la tubercolosi e la meningite da cui miracolosamente sta guarendo, come lei preferisce pensarla. In realtà, come invece dice Fede, l’ha salvata la medicina, la possibilità di farsi curare in una struttura privata, la fortuna di essere ricca, rispetto a chi non ha nemmeno qualche scellino per comperarsi una soda. Mi mancherà. Avvertirò l’assenza del suo affetto, malgrado le mie mancanze. Il suo burbero modo di dirmi di no per circa 5 minuti, salvo cedere dopo poco. I suoi rimproveri da zia affettuosa. La sua specialissima attitudine di appendere un ti voglio bene in qualsiasi punto della frase, senza preavviso, magari solo per giustificare quanto sta dicendo. La sua ingenuità nel chiedermi quando mi sposerò con il mio Ale. E la sorpresa nel cogliere il mio sorriso mentre cerco di spiegarle che siamo solo buoni amici. Forse resterà in India un anno, prima di fare ritorno a Matiri. E quindi io non la rivedrò…sarà la prima persona, di questo treno chiamato Africa, che dovrò salutare, il preavviso di un arrivederci che mi graffierà il cuore…mamma mia, per dirlo alla Sonia….


Questa mattina, alle 9, era fissato il meeting con il management team. Mi sono svegliata dopo l’ennesimo tentativo del mio cellulare di riportarmi in vita dal lungo e profondo sonno che mi ha catturata stanotte. Ho aperto gli occhi e mi sono soffermata sull’ondeggiare lento della zanzariera gonfiata dalla brezza che filtrava dalla finestra aperta. Mi è quasi sembrato di essere sull’oceano…

Ho fatto colazione e, armata di blocco per le note e matita appena temperata, sono andata nello studio di Sr. Prya per la riunione, portando con me il collirio che il paziente con gli occhiali da sole mi aveva chiesto. Mentre aspettavamo Apophie e Rita, anch’esse convocate, sono andata a cercarlo. Era seduto su una delle panche bianche all’esterno, con Godfrey, il nostro ottico, fresco fresco di contratto (ieri ci ha ringraziato per l’attenzione accordatagli, per aver riconosciuto il suo lavoro e avergli pure dato un piccolo aumento…). Stavano chiacchierando, in attesa, dondolando i piedi come bambini seduti su sedie troppo grandi. Gli ho consegnato il farmaco, dicendogli che Edward, a Nairobi, stava cercando di comperare anche l’altro. Mi ha mostrato la lettera di licenziamento ricevuta proprio ieri. Era un dipendente di un vivaio governativo a Gatunga. Ora, dopo diverse assenze per il problema all’occhio, gli è stato pregato di dare le dimissioni. Godfrey gli ha detto piano che non è giusto, che dovrebbero capire che uno è ammalato e ha bisogno di aiuto. Lo ha detto con una tale dolcezza e comprensione che mi aspettavo gli accarezzasse anche la testa per farsi sentire ancor più partecipe alla sua sfortuna….

Il meeting è stato intenso, ho preso, in accordo con il resto del team, delle decisioni importanti. Istituire nuovamente il sistema delle lettere di richiamo, per esempio. Viene concesso di rimediare agli errori, ovviamente, può succedere a tutti una distrazione. Ma quando si è un infermiere e dalla tua distrazione dipende la vita di una persona, non si può sempre porgere l’altro occhio e fingere di non aver visto. Si diventa complici. E l’attenzione al paziente langue….

Ho riportato gli scellini nella busta di plastica al paziente di Gatunga, stasera. Si è fermato a dormire qui, solo questa notte, per aspettare il collirio che Edward non è riuscito a trovare a Nairobi. Gli ho trovato una sistemazione nella stanza numero 9. Con lui è accomodato un paziente proveniente dallo stesso villaggio, che ha camminato per 10 ore per giungere all’ospedale. È arrivato tardi, ormai lo visiteranno domani. E io non me la sono sentita di farlo dormire su una panchina all’esterno. E pensare che a volte dormono pure sul ciglio della strada perché impiegano anche più giorni per giungere da un posto all’altro. Avessero loro la scopa della Befana!!

Tornando a casa ho incrociato un paziente con problemi psichici, un giovane ragazzo con un berretto di lana verde, tenuto strettamente per mano dal padre. Mi ha ordinato di chiamare gli infermieri per medicarlo. E poi mi ha chiesto di accompagnarmi a casa. E per tutto il tempo, il padre fissava il pavimento, senza lasciarlo mai, quasi si vergognasse dei suoi sproloqui.

Ora sono qui, seduta sul pavimento della mia stanza, ascoltando musica jazz mescolata al canto dei grilli che filtra dalla finestra aperta. La mezza luna rischiara l’aria che entra piano tra il muro e la tenda appena scostata...e sorrido, seppur malinconica....

Mama buega..

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