2 giorni a Nairobi...
Fede, Theresa ed io siamo partite per Nairobi venerdì mattina alle 6, con Edward e padre Silas. La mattinata era appena accennata, ancora insonnolita, quando siamo salite in macchina. Mi sono seduta dietro, con padre Silas, avvolta nel mio kikoi rosso vivo, e mi sono riaddormentata quasi subito, accarezzata dall’aria polverosa e fresca.
Abbiamo raggiunto Nairobi percorrendo la strada attraverso Ishara, più veloce, più spianata nel tratto sterrato. E siamo arrivati a destinazione in poco più di tre ore.
Prima tappa, i Lions. Per recuperare gli oculisti diretti a Matiri per la visita mensile e per un incontro ufficiale con il dott. Kahaan, per chiarire la nostra e la loro posizione in relazione al contratto firmato quasi un anno fa, secondo il quale ogni spesa riguardante l’ambulatorio oculistico dovrebbe essere a loro carico. Ma siamo ancora in attesa.
Padre Silas ed io abbiamo strappato l’ulteriore promessa di attenzione in 10 minuti e abbiamo raggiunto gli altri, diretti verso la Guest House, dove Fede, Thesy ed io avremmo trascorso la notte. Posati i bagagli, ci siamo fatte dare un passaggio in centro, fino alla Nyaio House. Ho recuperato il cartoncino plastificato identificativo della registrazione come alieno (cioè straniero residente) di Ale, anzi, del signor Alessanpro…beh, del resto sulla mia card io sono Stefama!!
Finite le commissioni ufficiali, ci siamo dirette in centro, a zonzo per la città, in cerca di negozi per lo shopping compulsivo e di un non ben identificato museo in cui esponeva un pittore locale. Il centro di Nairobi è un groviglio di strade e traffico, un gomitolo serrato in cui è spesso facile perdere l’orientamento. E così, capita di percorrere almeno tre, quattro volte la stessa strada, accorgendosene solo da un piccolo dettaglio precedentemente notato. Chiedere ai passati, poi, non aiuta, dato che per arrivare allo stesso posto danno almeno 10 indicazioni diverse incrementando la confusione e la sensazione di essere completamente persi! Alla fine, arrese, ci siamo limitate a gironzolare un po’, sostando nell’aera fumatori ogni tanto (buffissimo, una tettoia recintata con delle panchine, un cestino formato industriale al centro e un ragazzo sulla sedia a rotelle addetto alla vendita delle sigarette sfuse e dei fiammiferi..chissà, magari presto si organizzeranno pure per distribuire chai e chapati!!) abbandonando l’idea del museo. E nel nostro gironzolare pigro ed inconcludente, se si eccettuano le interminabili soste da Bata, sono stata colpita, tra la folla, dallo spigolo violento di uno scatolone errante e da un tombino ingannevole sollevato dal passo di Theresa, come nei cartoni animati, quando il topo fugge calpestando le assi del pavimento e il gatto si scontra con la tavola verticale, improvvisa. E, oltre all’abrasione all’alluce, schiacciato contro il cemento del chiusino, sono riuscita pure a rompere la ciabatta, ritrovandomi così zoppa a passeggiare per la città. Entrate nel primo negozio di scarpe per rimpiazzare quelle menomate, abbiamo speso almeno 40 minuti indossando modelli plasticati, pacchiani nelle forme e negli ornamenti, dovendo sempre scartare gli unici preferiti per mancanza del numero giusto. Alla fine, la necessità mi ha fatto optare per il meno sgradevole! E abbiamo continuato la nostra avventura di profughe, facendo prima una piccola sosta in un bar con angolo fumatori (Fede ne sente la necessità almeno ogni mezz’ora), bevendo un caffè acquoso, senza personalità.
A fine pomeriggio, abbiamo cercato un matatu che ci riportasse alla Guest House, impiegando quasi un’ora solo per trovare la stazione, ai piedi di un altissimo edificio verde, da cui partono tutti i matatu diretti in ogni angolo della città. E il nostro, il numero 14, mi è sembrato il più disastrato! In realtà, alcuni di loro, sebbene cadano a pezzi, ancora avanzano nel traffico, scalando i marciapiedi e infilandosi tra gli altri veicoli, incuranti di ulteriori nuovi danneggiamenti. Ci siamo sedute sul retro. La testa sfiorava il tettuccio, costringendoci a tenere la schiena ricurva per tutto il tragitto per evitare eventuali traumi. E finalmente, per soli 30 scellini,abbiamo raggiunto l’hotel. Dove, dopo la doccia, siamo crollate per una mezz’oretta prima di uscire nuovamente per la serata.
Mamma mia, che giornata occidentale!! Forse ne avevo bisogno, sebbene sembri una perdita di tempo, un vezzo frivolo, un giorno dissonante in una vita impegnata e dedicata al lavoro e agli altri. Ci sono momenti in cui, come mi ha fatto notare un caro amico lontano, pure io ho bisogno di attenzioni e di coccole, che io stessa mi sono dedicata, per questa volta, in un tale superficialissimo modo.
Pure Josec e Nicholas erano a Nairobi per altri impegni, così avevo programmato di trascorrere un venerdì sera tra amici, cenando e ballando nella famigerata Mlolongo di cui mi aveva tanto parlato Ale. Ma Josec ci ha rifilato subito un due di picche asserendo che le sisters lo avevano sequestrato per alcune commissioni serali. E così, dopo aver chiesto il permesso a Benjamin, abbiamo aspettato Nicholas e la macchina nuova del Dream, tutta per noi! E siamo andati a mangiare in centro, al Taco’s (quanti ricordi….), pienissimo di vita, di birra e di musica. E lì ho ricevuto la telefonata di Josec che, finalmente libero, ci aspettava a Mlolongo. Bene!
Il taco’s è un locale di cucina messicana, o almeno che vorrebbe essere tale. Abbiamo ordinato fajitas e quesadillas, birra e chips. E poi abbiamo atteso l’arrivo di un amico di Fede. Un amico che nessuno di noi conosceva e questo ha generato la gaffe della serata, nel momento in cui lei si era assentata per qualche istante. Thesy ed io abbiamo individuato un ragazzo corrispondente alla brevissima descrizione fatta, palesemente alla ricerca di qualcuno che non riusciva a trovare nella confusione del locale affollato. E lo abbiamo chiamato chiedendogli il nome, che per pura coincidenza era lo stesso, Tito, e dicendogli che Fede stava tornando. Ma poi, una volta sul posto, si sono incrociati, guardati e ognuno ha proseguito come non si conoscessero affatto…ed era proprio così! Mentre il suo amico era seduto qualche tavolo più in là, aspettando noi. Beh, abbiamo fatto il pieno di risate, Nicholas compreso. Dopo cena ci siamo rimessi in macchina, direzione dance e perdizione, provando più volte a chiamare Josec che però non rispondeva più…
Mlolongo è un quartiere di Nairobi, apparentemente malfamato (ma personalmente non ho visto niente di diverso dal resto della città), ricco di locali in cui ballare kamba music fino all’alba, in particolare il venerdì sera, quando l’aria è invasa dalla musica dal vivo. Il locale scelto era all’aperto, con un’ampia pista coperta (chiamata Mwende Court!), un’area con il biliardo, una zona rialzata per mangiare e l’area cucina per succulente grigliate di carne. Io mi sono lasciata catturare istantaneamente dalla musica, smaniante di scendere in pista e ballare, o meglio, imparare a ballare la loro musica. Ma Theresa era troppo timida per lasciarsi andare, Fede era piacevolmente distratta dal suo amico, Nicholas aspettava di essere sufficientemente ubriaco! Mi sono sentita la bambina capricciosa che insiste per avere il gelato mentre i genitori glielo vietano. Ma alla fine, ho vinto e mi sono precipitata tra la piccola folla a ballare con Nicholas.
Alle due eravamo a letto, stanche, leggermente ubriache, divertite. Mi sono addormentata subito, sentendo appena i rumori della strada di sottofondo, chiudendo gli occhi sulla stanza lievemente illuminata dalla luce artificiale delle insegne.
Il giorno dopo, Josec ci è venuto a prendere alle 10, dopo aver fatto colazione al solito (ormai, molte cose sono diventate usuali nelle mie uscite a Nairobi) hotel di fronte alla Guest House, a base di mandazi e special tea. Ci ha accompagnate in centro, al Masai market. Gli ultimi acquisti di Theresa prima di riprendere il volo per la Germania. Ho contrattato come fossi una local, comperando alcune borse colorate e decorate a mano e un paio di ciabattine ricoperte di perline.
Abbiamo salutato Fede, che è rimasta a Nairobi con il suo amico Tito e con Margareth, e ci siamo diretti all’aeroporto, sostando nel traffico per quasi un’ora. Giunti sull’obiettivo, abbiamo avuto solo alcuni istanti per un breve ma intenso saluto. Ho abbracciato stretta Theresa e abbiamo pianto silenziosamente insieme. I giorni qui sono volati, bruciati sotto il sole, impolverati da questa terra rossa, lavati dalla pioggia improvvisa e fuori stagione. Un’altra amica che ho dovuto salutare e da cui mi devo momentaneamente separare, rinunciando alla sua comprensione e ai suoi abbracci muti che arrivavano sempre al momento giusto, appena prima di avvertire la solitudine. Ma quando qualcosa di bello termina o si interrompe, non ci si deve rammaricare per il tempo finito, ci si deve piuttosto riempire della serenità, dei ricordi e del tempo guadagnati…
Tuonane Thesy…
Ho pranzato con Josec e poi ce ne siamo tornati a casa, a Matiri, insieme. Abbiamo attraversato il centro di Nairobi in più di un’ora, sciogliendoci sotto il sole, cotti dal calore della macchina che assomigliava sempre più ad un forno.
Mi sono addormentata a più riprese, dondolando la testa colpita dal sole, fendente come una lama rovente. Abbiamo di nuovo percorso la strada da Ishara, incrociando una mandria di almeno 300 cammelli che a Dicembre hanno lasciato il Samburu e stanno proseguendo verso Nairobi per essere venduti e macellati. La macchina avanzava nel mezzo del branco, impaurita dalla loro possanza, mentre io ero divertita dal loro allegro dondolare, dalla loro camminata morbida, dal loro buffo fermarsi e volgere la testa nella nostra direzione, incuriositi, forse.
Mano a mano che avanzavamo, scendeva la sera. L’aria mi spazzolava dal finestrino aperto, impolverandomi i capelli. Ho socchiuso gli occhi e respirato forte. Li ho riaperti scoprendo il riflesso del tramonto alle mia spalle nello specchietto della macchina. L’ottava meraviglia del mondo. Il sole giallo ammiccava appena sotto alle nuvole, colorando di luce tutta la striscia di cielo imprigionata tra la terra e i cumuli schiumosi color antracite superiormente e giallo arancio inferiormente. I raggi tagliavano le nubi lasciando delle scie che si diramavano verso l’alto, quasi fossero una corona. Il profilo scuro degli alberi della savana conferiva una velata artificialità alla fotografia, tanto bella da non sembrare vera. Mi aspettavo di vedere spuntare anche il collo lungo di qualche giraffa o di sentire il barrito degli elefanti in lontananza. E mentre il sole scendeva lento, l’aureola incastonata tra terra e cielo si colorava di arancio, infuocata dal tocco della luce sempre più fioca.
Sono arrivata a casa che era ormai buio. Stanca. E dopo una serata solitaria sotto alla mia amata pergola fresca, mi sono rifugiata nella mia rete, tra le mie lenzuola, protetta, forse, dai fantasmi che aleggiavano fuori. E mi sono addormentata con il tramonto negli occhi…
Tuonane…
"Il sole giallo ammiccava appena sotto alle nuvole, colorando di luce tutta la striscia di cielo imprigionata tra la terra e i cumuli schiumosi color antracite superiormente e giallo arancio inferiormente. I raggi tagliavano le nubi lasciando delle scie che si diramavano verso l’alto, quasi fossero una corona. Il profilo scuro degli alberi della savana conferiva una velata artificialità alla fotografia, tanto bella da non sembrare vera. Mi aspettavo di vedere spuntare anche il collo lungo di qualche giraffa o di sentire il barrito degli elefanti in lontananza. E mentre il sole scendeva lento, l’aureola incastonata tra terra e cielo si colorava di arancio, infuocata dal tocco della luce sempre più fioca."
RispondiEliminaNon so se hai fatto delle foto, ma di quest'ultima visione non ce n'è bisogno....bravissima!
P.S.: mi piacerebbe sapere se e cosa ti manca dell'Italia e se e cosa vorresti portare con te qui dall'Africa..
Giuseppe
Wow! Nice post! That's why I love your blog. Keep up the good work.
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