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A volte il tempo vola talmente in fretta che lo vorrei fermare…

Una mattinata iniziata presto, con una sveglia spenta solo due volte ed il cielo coperto, velatamente grigio. A colazione il latte era ancora caldissimo, appena fatto.

Sono andata in ospedale appena dopo colazione. Joseck, che stava partendo per Meru per commissioni e per dare un passaggio al dottor Gakujia, mi ha fatto notare che Carolina, che sta crescendo a vista d’occhio, e Apophie, la nuova mucca pezzata, bianca, nocciola e cioccolata, con due grandi corna arcuate, hanno degli ospiti conficcati nella pelle, delle grosse zecche grigio scuro. E così gli ho pregato di comperare anche un buon antiparassitario per loro. Gli uccellini col becco rosso che sostano spesso sul loro muso o sembrano quasi bisbigliare qualcosa nelle orecchie, non bastano a tenerle pulite.

Sono passata da Sr. Priya per chiedere di Ann. È ancora al Nairobi Hospital, con la stessa diagnosi di meningite tubercolare, ma sta migliorando. Tornerà a casa martedì.

Uscendo dal suo ufficio, proprio dopo la curva, davanti alla cassa, sono stata braccata dal papà di un bambino ricoverato nella stanza numero 3 della pediatria. Non parlava bene inglese. Indossava una camicia leopardata e dei pantaloni consumati. Voleva che lo seguissi per vedere il suo piccolo, come, come! mi ha ordinato. Sono entrata nella stanza afosa, calda come un forno acceso. E di fianco al lettino numero 16, seduta sulla sedia, c’era la nonna con in grembo un fagottino, un lenzuolino lercio da cui spuntava solo la testina del neonato. Lo ha scoperto per farmi vedere la sua condizione. Piccolissimo, un sacchettino di pelle, con un’infezione della cute sulla testa e sulla coscia sinistra. Il padre continuava a dirmi che il bambino era molto malato e che non aveva i soldi per pagare il conto. Quasi il suo diritto a non pagare fosse inversamente proporzionale alla salute del figlio. Gli ho assicurato che avrei parlato con Ernesto per capire la sua reale necessità. Non rifiuto aiuto davanti ad un reale bisogno, ma non posso lasciarmi andare alla compassione, non lo meritano nemmeno. E infatti, parlando con Ernesto, ho scoperto che in realtà aveva 3 mila scellini e che quindi poteva pagare quasi completamente il suo conto. Buega..

Uscendo dalla pediatria, mi sono fermata all’ambulatorio dei miracoli, come lo chiamo io, l’ambulatorio pediatrico dove vengono trattati i bambini più critici, che necessitano di ventilazione forzata. Da ieri sera c’è un cucciolo denutrito, disidratato. L’infermiera gli stava iniettando una sostanza opaca, biancastra, nella via presa in una vena della testa. Nemmeno Peter, ieri sera, era riuscito a trovare un vaso nel braccio o nelle manine. Pure i capillari erano collassati appesi alle ossa. Non aveva nemmeno la forza di piangere, emetteva appena un flebile lamento soffocato, mentre la mamma lo accarezzava per distrarlo. Mi sono allontanata, con la gola asciutta e gli occhi umidi…

Fuori dall’ingresso posteriore, seduto sulla panchina bianca, mi aspettava il paziente con problemi all’occhio che avevamo accompagnato dai Lions tempo fa. Era venuto a ritirare i colliri che avremmo dovuto comprare a Nairobi. Ma ieri tutti i negozi erano chiusi per i festeggiiamenti dell'ultimo dell'anno, così dovrà spettare ancora qualche giorno per continuare il suo trattamento. Mi ha affidato i suoi soldi, nel sacchettino di plastica. Ha trattenuto per sé solo 50 scellini per una soda. E poi, con i suoi enormi occhiali da sole recuperati da qualcun altro, probabilmente di terza mano, si è allontanato sorridente, dicendomi che sarebbe tornato la prossima settimana.

Nel pomeriggio, subito dopo pranzo, è stato consegnato il diesel ordinato per l’ospedale. Sei mila litri preziosi provenienti da Meru, arrivati su un’auto cisterna che si è arrampicata tra sassi e buche abissali. Mentre parlavo con il responsabile per progettare la posa di una nuova tank in metallo per contrastare gli efflussi acidi del diesel, davanti ai workshop è iniziato il teatrino dei controlli, sovrinteso da Ale. E poi, l’uomo con la maglietta turchese e il cappellino viola, ha connesso un tubo rovinato alla cisterna, stringendo la fascetta che la avvolgeva e posizionando la metà di un tubo arancione sotto alla giuntura per non disperdere il prezioso contenuto. E così Ale ha finalmente trovato il modo di trascorrere un intero pomeriggio fuori dalla sua stanza, lontano dal pc…

Nel frattempo, Fede scriveva dei forms per la tabulazione della somministrazione dell’insulina nei pazienti diabetici da consegnare in reparto ed io cercavo di aggiornare il sito dell’associazione inserendo nuovi dati. Colomba, armata di palloncini, era in pediatria e così sotto al portico del tamarindo potevano arrivare le risate sottili dei bambini che giocavano.

Stiamo consumando l’ennesima serata calda, senza vento, appena una leggera brezza tiepida. Due gechi si accoppiano sul muro, sotto alla luce spenta della stanza numero 5. Il buio che avvolge il tamarindo e le due ambulanze addormentate sotto alle sue fronde è totale. La luna è assente, il cielo leggermente coperto, striato di nuvole. Anche questo sabato volge al termine…a volte il tempo vola talmente in fretta che lo vorrei fermare….

Mama buega...

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