Walking in the rain..
Non mi sono svegliata bene stamattina. Nemmeno ieri. La pioggia mi ha portato la malinconia che da tempo avevo quasi dimenticato. Ha iniziato a piovere due giorni fa, di notte. Ho sentito ogni goccia caduta, fuori e dentro. Fuori, sulla vallata arida che l’ha assorbita a bocca aperta, avida, rinascendo ad ogni istante. Dentro, nella mia stanza, attraverso il soffitto saturo. Dentro, nella mia anima forse troppo sensibile agli eventi esterni.
Sono sotto alla pergola. L’aria è satura del profumo della polvere bagnata. Le nuvole sono basse sulle montagne in fondo alla vallata. L’umidità fuori esce dalla terra, filtra tra gli alberi e li avvolge di una leggera nebbiolina rendendola opaca. La pioggia ha ripreso a scivolare lenta dal cielo, delicatamente, come per accarezzare la natura. Mentre di notte è violenta, scrosciante, prepotente. Uno stormo di uccellini gialli e neri, chiassosi, sta strappando le ultime foglie della canna da zucchero nata sotto al tamarindo, piccole striscioline per farsi il nido, mentre un uccellino grigio dal becco rosso, tutto solo, li osserva da un ramo, quasi intimorito.
È ancora presto. Se smette di piovere Theresa ed io andremo a Kathwana. Mentre aspettiamo che il cielo si apra, o forse semplicemente che cambi l’umore, sto aggiornando il mio diario…e penso ad Alfred. Ieri vaneggiava di nuovo, ma sta meglio. Voleva andare a casa. Diceva a tutti che se non lo avessero lasciato tornare alla sua capanna avrebbe chiamato me, che sono la sua amica e il capo dell’ospedale! Ha iniziato a camminare di nuovo dopo l’intervento al ginocchio e con i farmaci per la schizofrenia anche la sua mente si sta calmando e lo tortura meno di frequente. Colomba ha dovuto tranquillizzarlo una sola volta ieri, tenendolo tra le braccia come un cucciolo impaurito.E poi è arrivato un ragazzino di 16 anni…che ne dimostra però solo 12 ed ha il cuore grande come quello di un vitello. Fede gli ha fatto l’elettrocardiogramma che ha evidenziato una grave disfunzione valvolare. Probabilmente porteremo anche lui a Chaaria, come Eloise. E forse lo step successivo sarà di farlo operare in Sudan, come Elias prima di lui.
Ale è partito con David per andare a Meru e ad iscrivere il suo figlioccio alla scuola di Gitumu, sulla strada per Chaaria. Era nervoso come un papà che debba provvedere a tutto il necessario per non far sfigurare il suo bambino già dal primo giorno! Mi ha dato un bacino sulla guancia ed è salito in macchina…e quasi mi è sembrato di intravedere il sole filtrare tra le nuvole grigie.
Ho infilato il mio cappello di paglia para-pioggia e para-sole, le fidate scarpe da ginnastica che ormai hanno un perenne color terra africana orgogliosamente indelebile e siamo partite pure Theresa ed io, mentre Fede e Colomba sono rimaste all’ospedale.
Siamo passate attraverso il back gate. Mentre aspettavamo Cipriani con le chiavi per aprire il lucchetto che lo blocca, ho dato un’occhiata a Silas e gli altri mentre ripulivano l’upper tank piena di fango. Si poteva sentire l’eco dell’uomo calato al suo interno, mentre fischiettava una canzone in Kitharaka e lanciava secchiate di melma verso l’esterno.
Siamo scese lungo la solita stradina disseminata di sassi e fango. Mi sono sentita chiamare da lontano. Erano la zia e il papà di Lucy che andavano al mercato con altri amici. Abbiamo fatto la strada insieme..o per lo meno, il primo tratto, perché poi loro sono corsi avanti! Siamo state abbondantemente superate da due signore cariche di stuoie e di cesti, che correvano nel fango, senza nemmeno scivolare, con le scarpe di plastica ed i vestiti eleganti. Noi a stento mantenevamo l’equilibrio sulle rocce lucide di pioggia. Proprio prima di raggiungere il ponte è iniziato a piovere di nuovo. L’acqua scivolava sulla tesa del mio cappello come fosse una grondaia, colava in un rivolino che mi scendeva davanti agli occhi. Passato il ponte siamo salite verso sinistra, as usual, perdendo il gruppo e rischiando di cadere più volte, intrappolate dallo strato di fango che si andava via via addensando sotto alle scarpe. Il tratto di foresta equatoriale era tagliato da un fiumiciattolo arancione, gonfio di acqua che scorreva come sulle rapide. Le felci attorno erano rigogliose come mai. Pochi giorni di pioggia e qui tutto riprende un verde fresco facendo scordare l’aridità della stagione. Arrivate a Kathwana, quando ancora il sole faticava a trafiggere le nuvole, abbiamo fatto colazione dai soliti amici di Sonia, che ormai sono pure amici miei. Una soda a temperatura ambiente e due
mussumamu, da gustare sotto alla tettoia, appena in tempo per ripararci da un nuovo scroscio di pioggia, l’ultimo della giornata. Siamo entrate al mercato che stavano appena scoprendo le bancarelle riparate con dei teloni neri di plastica. E subito i colori delle stoffe ci hanno catturate. Ho comperato tanti teli per nuovi vestiti. E solo poi mi sono accorta che il colore dominante era sempre l’arancione. Allora davvero è il mio colore preferito!
Theresa mi chiedeva di continuo conferma dei prezzi. Dei cesti, della frutta, delle stoffe. Ormai li conosco, so il prezzo locale e il muzungo price che a volte propongono approfittando del colore chiaro della pelle. Abbiamo aspettato il matatu per il ritorno sedute sotto alla tettoia, mangiando un chapati bollente. Un personaggio evidentemente ubriaco si è seduto davanti a noi, esordendo con un I’m not married che lasciava già intuire la domanda successiva! E nel giro di due secondi mi ha chiesto se lo amassi, se volessi sposarlo e soprattutto di pagargli qualcosa da bere di abbastanza alcolico! Ed io con gentilezza, ma anche con il grado di saturazione ereditato da Sonia nella sua battaglia a questo razzismo al contrario, gli ho risposto semplicemente di chiedere a qualche suo amico di provvedere per lo meno alla bibita!
Alla fine il matatu da Chuka non è arrivato, impantanato somewhere sulla strada fangosa. Ma fortunatamente Josec stava tornando da Nairobi col suo carico di sisters! E ci hanno dato un passaggio a casa. Bwega kabisa!
Al ritorno abbiamo trovato un nuovo amico, un toro appena portato dal paziente morso sulla lingua da un serpente, come pagamento del suo conto. Fede lo ha chiamato Possenzio, per via della sua aggressività, soprattutto verso Carolina che, come tutti i bambini, gli voleva gironzolare intorno per fare amicizia.
Il sole ormai era alto nel cielo ed ha iniziato a scaldare facendo fuoriuscire la pioggia dalla terra, micronizzata come una nebbiolina che piano saliva verso l’alto. E la strada ha ripreso il rosso vivo della polvere non più umida.
A sera è arrivata una triste notizia che, insieme a piccole sfumature a cui forse oggi ero troppo sensibile, mi ha ripiombato nella malinconia del mattino. Un ematologo italiano ha ricevuto e letto le analisi di Lucy. La situazione è decisamente peggiore del previsto, al limite del tempo disponibile. Non ci sono speranze di trattamento qui, per lei. Per la sua leucemia che la sta consumando piano. Mi si è stretto il cuore, paralizzato il pensiero, quando Mauro me lo ha comunicato al telefono. L’unico ricordo che mi galleggiava sugli altri era il suo viso sorridente mentre mi presentava il suo ragazzo e mi diceva che si vogliono sposare a Dicembre e già cercavamo di organizzare il mio ritorno per l’evento. O quando, con Federica, parlava di andare in Italia. E infatti ora ci dovrà andare. Per seguire quella flebile speranza di guarigione che altrimenti qui le sarebbe negata. Non abbiamo molto tempo, le faremo avere un passaporto, un biglietto aereo e una promessa. Un ciclo di chemioterapia e forse un trapianto. I suoi fratelli faranno i test qui in Kenya nella speranza di trovarne uno compatibile…
Mamma mia! Mi si è sbriciolato lentamente del ghiaccio nel guscio, ricoprendomi e facendomi gelare. Sono andata a letto bisognosa di un contatto caldo, che lo sciogliesse un po’…
Colomba è partita stamattina, alle 6. Mi sono svegliata per salutarla. Mi mancherà, soprattutto il suo abbraccio al momento giusto. Sono tornata in camera ancora un po’ fuggendo al fresco del mattino. E lentamente il ghiaccio ha cominciato a sciogliersi….
Tuonane…
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