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Guciarwa kwega Mwende!

Ieri sera abbiamo giocato a monopoli in inglese. I nomi delle strade sono diversi, così invece di Parco della Vittoria c’è Park Lane e le probabilità e gli imprevisti diventano chance e comunity chest. Durante gli ultimi giri del tabellone Ale guardava ripetutamente l’orologio interno appeso al muro proprio sopra lo stereo. Pensavo avesse qualche appuntamento via etere con qualcuno dall’Italia. E invece, aspettava semplicemente la mezzanotte…per farmi gli auguri! Mamma mia, non ci pensavo nemmeno…

È il quarto compleanno che festeggio qui in Kenya, il secondo a Matiri. Ho scartato subito tutti i regali che arrivavano a rate tra le mie mani, sempre avvolti nella carta di giornale. Un paio di ciabattine da parte di Colomba, comperate da Fede allo Zebra Market a Nairobi, con delle perline rosse profilate di bianco. Un paio di orecchini di Kazuri, fatti con una la pasta di vetro rossa cangiante, e un bracciale d’ebano da Fede. Bagno schiuma e crema per il corpo alla vaniglia e mango da Theresa. Un mouse luminoso, un paio di orecchini con fili di paglia intrecciati e una sciarpa kikoi a righe arancioni da Ale. Un compleanno semplice e sincero, in famiglia. Non abbiamo finito il giro a monopoli, anche se, pure nel parziale, io risultavo la perdente! Ma, come vorrebbe la regola, io sono fortunata negli affetti….ed è vero…

Stamattina sono andata a Ishara, con Theresa, a parlare con l’ingegnere responsabile della gestione del progetto delle strade nel Tharaka. Mi hanno riferito a lui alcuni ingegneri con cui ho precedentemente parlato, quasi un tam tam, un flusso discreto di personaggi sempre più influenti a cui chiedere di includere il nostro ultimo tratto di strada, la peggiore, la lingua tortuosa di sassi e sabbia disseminata di ampi buchi e gradini naturali, nel loro programma di mantenimento e futuro sviluppo di vie asfaltate. Avanzando sulla strada per Ishara, tra polvere sempre più rossa e natura sempre più rinsecchita, ho incontrato il mio amato albero, quell’ampio baobab che faceva ombra alla piccola casetta di fango e legno. Era completamente nudo. Solo una piccola traccia della sua verdissima chioma qua e là. In alcuni punti c’erano piccoli cespugli dorati, con foglie a 24 carati, pellicole preziose appese a rami ocra. Ed era pieno di bambini, studenti più grandi, che, uniformati nelle loro divise tipiche di istituti e classi definite, andavano a scuola. Siamo arrivati fino all’asfalto, lasciandoci alle spalle la polvere rossa.

L’ingegnere è stato decisamente collaborativo. Ha letto con attenzione la mia richiesta , la descrizione del nostro ospedale, l’importanza che riveste nel Tharaka e la conseguente necessità di strade che degnamente lo servano. Ha chiamato un suo collega probabilmente con più potere decisionale e gli ha spiegato la questione, dicendogli che gli avrebbe spedito tutta la documentazione e di occuparsene quanto prima. E poi mi ha suggerito un paio di ingegneri a cui rivolgermi a Nairobi, per insistere, elegantemente, ed assicurarsi che tra un incontro e l’altro non abbiano il tempo di dimenticarsi del nostro ospedale. Sawa kabisa

Siamo tornate per pranzo con la gradita notizia che in pochi mesi, probabilmente due, gli operatori verranno almeno a spianare la strada, a sistemarla coprendo le enormi voragini che ora rendono difficoltoso anche il minimo spostamento, trasmettendo all’abitacolo vibrazioni a volte insostenibili, soprattutto per una donna che sta per partorire e deve aggrapparsi con tutte le sue forze alle barre del lettino per non venire sobbalzata, proteggendo il suo prezioso carico, e concentrandosi per non spingere anzitempo. L’ennesimo regalo per il mio compleanno…una promessa.

Più tardi, nel pomeriggio, Colomba mi ha chiamata dalla pediatria. Alfred chiedeva di me. È stato operato al ginocchio da Gakujia, domenica, per rimediare alla sua artrite deformante che ormai era diventata troppo dolorosa. Alfred ha anche la malaria cerebrale. Vive delle allucinazioni che lo portano ad essere violento, a volte. Ha delle convulsioni, dei fremiti, grida. Anche l’infermiera della pediatria che si sta occupando di lui si è arresa, non sa cosa possa avere, perché cambi così rapidamente, alternando momenti di lucidità in cui chiacchiera e disegna (…ma non ride più…) ad altri in cui scalcia e lancia gli oggetti che gli capitano tra le mani. Quando Fede ed io siamo arrivate, Colomba lo stava cullando, cercando di calmarlo, in una delle sue tante crisi. Quando le ha detto Stefania è qui si è alzato. Ha voluto stringermi la mano nel suo solito energico modo..ma l’ago della flebo infilato e la stanchezza della malattia ne hanno indebolito la stretta. Sembrava l’ultimo eco di un ricordo di Alfred, qualcuno che in passato è stato ed ora non è più…la conseguente stretta al cuore è stata, invece, tristemente vigorosa…

Mi ha guardato in fondo agli occhi, chiamandomi, chiedendomi la torta che ricordava di aver mangiato a Natale e nel giorno della Befana. Stefania keki! Gli ho accarezzato piano il viso e mi sono sentita sconfitta dai suoi occhioni neri, grandi, tristi, persi in qualche angolo della sua mente. Gli ho promesso di tornare il girono dopo con la torta, quella che sapevo Fede e Theresa avevano cucinato per il mio compleanno. E l’ho salutato, prima di mettermi a piangere...

Mi sono lavata via parte di questa giornata. Sono rimasta qualche minuto in più sotto alla doccia, avvolta nel profumo di mango e vaniglia del mio nuovo bagnoschiuma. E poi ho indossato tutti i miei regali. La crema di Theresa, le ciabattine di Colomba, gli orecchini di Ale, il bracciale di Fede. Abbiamo cenato con pasta all’amatriciana riscaldata, spezzatino con patate e affettati misti direttamente dalla Germania. E come ultimo regalo (dopo l’ennesimo del pomeriggio, una bottiglia di Smirnoff Ice da Eva, la Pelata) ho soffiato sulla candelina della torta al cioccolato con le gelatine di frutta rossa a forma di cuore in superficie. Avevo qualche desiderio da esprimere, già pronto, e ho sfruttato l’occasione. Uno per me, uno per la mia mamma e il mio papà, uno per Alfred…e a seguire tutti gli altri!

Dopo cena siamo andati da Regina. Anche Ndegua è venuto con noi. Abbiamo preso l’ambulanza per Colomba, che non si sente a suo agio a camminare nel buio, tra i sassi. La luna piena sta calando, infatti, e non illumina più la strada. Ma lascia che si accenda il cielo. Dopo qualche giorno da protagonista cede il passo alle stelle, anche quelle da brividi, come la riconoscibilissima Orion’s belt che ho mostrato a Ndegua e che strappa il manto scuro parallelamente alla terra. Abbiamo giocato un’interminabile partita a biliardo, bevuto qualche birra fresca (avevamo avvisato Regina del nostro arrivo così ha mantenuto acceso il frigorifero abbastanza a lungo!), fumato e chiacchierato, come in una tranquilla serata in famiglia. E poi siamo tornati, intonando canzoni trash e tentando un’improbabile traduzione per renderne il senso anche al dottore decisamente divertito.

Ecco, ora ho guadagnato un giorno che porta in sé un anno, anche se per ora non avverto differenza! Mi sono mancati i miei genitori, che ancora una volta non hanno potuto vivere con me un giorno in definitiva speciale, in cui si diventa, proprio malgrado, i protagonisti, un giorno in cui sono concesse molte più cose, forse in virtù di un presunto diritto di consolazione solo per sopperire al tempo che inesorabilmente passa! Mi è mancata Sonia, il video che avrebbe sicuramente confezionato per me e che sarei stata curiosa di gustare, per vedere la mia vita attraverso gli occhi degli altri e quello che restituisce loro. Mi sono mancate Ori (ma ho sopperito alla mancanza indossando una delle sue magliette!) e Mari, che saranno però qui molto presto, quindi è solo una festa rimandata. Mi sono mancati i veri amici lontani che ho lasciato a casa. Ma sono stata abbracciata così tanto qui, sotto il tamarindo, che ho avvertito l’affetto e la serenità della festa. E questo è un regalo che ricevo ogni giorno..

Mama buega…

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