Condensato di emozioni..
È una notte da brividi. No, non per il freddo. E nemmeno perché ho paura.
Se ne sono andati tutti a letto. Peter e Ndegua, il dottore che starà con noi per sei settimane ad aiutare Apophie che finalmente si è concessa qualche giorno di ferie, Colomba, stroncata dal cocktail serale, e Ale, bloccato da un torcicollo che progressivamente lo ha costretto ad arrendersi. Sono uscita sotto alla pergola buia, con la mia lunga camicia colorata con due ampi spacchi laterali che ormai uso per dormire. E ho sentito i brividi scorrermi lungo la schiena, dal tallone, su su, fino alla nuca. La luna rischiara la terra attorno e, più lontano, tutta la vallata. Sembra un giorno silenzioso. Illuminato ma muto, senza rumori. Solo i grilli lievi. Anche loro ipnotizzati dalla palla brillante che invade il cielo. E le stelle impallidiscono al suo cospetto. La sua luminosità è quasi imbarazzante al confronto. Un riflettore puntato su un sipario calato. Mi sono seduta per qualche minuto sotto al tamarindo, unica attrice di un palcoscenico vuoto. E ho lasciato che la luce mi scorresse sul viso, come una colata tiepida. Il tepore della notte non riesce nemmeno a spazzolare le foglie. Tutto è stagnante. Rilassato, addormentato….
Due giorni fa, quando sono andata in ospedale a consegnare il campione ed i soldi al paziente con gli ampi occhiali da sole, mi sono fermata nell’ambulatorio dei miracoli. Mi ha tristemente attratta un lamento, quasi il cigolio di una bicicletta non oliata, arrugginita. Era il tentativo di un bambino denutrito e disidratato di piangere e chiedere aiuto. Ma il fiato gli si spezzava in gola ed usciva rotto. La mamma si era allontanata un attimo, era solo sul lettino. Mi sono avvicinata. Gli ho accarezzato le manine incrociate sulla pancia. Lui si è appena voltato ed ha affondato la lama fissandomi di sbieco con gli occhioni spenti, alzando appena lo sguardo oltre il tubicino dell’ossigeno. Sono stata lì qualche minuto, fino a quando è tornata la sua mamma. E poi li ho salutati…mama buega. È morto appena dopo due ore….
Ogni volta che salto dalla stradina di sassi e terra rossa ai gradini di cemento che affiancano la pediatria, Eric, seduto in braccio alla sua mamma sul terrazzo, mi grida mochongo, muga! sorridendo e mandandomi un bacino con la mano, mentre la mamma gli suggerisce piano il mio nome. Anche Alfred, se nei paraggi, si avvicina e mi saluta sbattendo forte la sua mano sulla mia. E Daniel, che ride spalancando la sua bocca di denti cariati.
Ogni giorno porta con sé un ventaglio di emozioni, quasi fosse uno spaccato di un’intera vita condensata in poche ore. Forse per questo qui sono tanto intense. Non ci sono i fisiologici periodi di stasi tra una e l’altra. E a volte l’una sfuma piano nella successiva, mescolandosi. E capita di piangere anche quando Carolina, immobile nell’erba, aspetta paziente che gli uccellini dal becco rosso finiscano di banchettare con i suoi parassiti. O di sorridere con cuore leggero ad un bambino morso da un serpente che ti guarda muto mostrandoti il bendaggio sporco di betadine. Sembra quasi di essere insensibili o pazzi. In realtà non c’è semplicemente il tempo di vivere un momento separato dagli altri, non c’è sequenza discreta di emozioni, solo un’onda continua che porta in una o nell’altra direzione.
Sono rientrata in camera scostando tutte le tende. Voglio addormentarmi con la luna che bacia il mio cuscino, quasi una mamma che mi culli nel sonno…
Mama buega…
Arriva sempre un momento in cui si ha un bisogno disperato di coccole ed attenzioni perchè sono anche quelle, non solo quelle dedicate agli altri, che ti riempiono la vita....
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