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Giorni sulle montagne russe...

Non ho dormito bene questa notte. Contrariamente al mio solito, non sono riuscita a svenire istantaneamente, appena toccato il cuscino. Mi sono rigirata nel letto pensando, nella mia camera in penombra, sottolineata da Chopin. Mi sono svegliata ripetutamente, nel buio, talmente assorta che non mi sono accorta della pioggia.

Ieri, con il mio biglietto stretto tra le dita, ho iniziato il giro sulle montagne russe.

Prima discesa, Margaret che mi chiede, piena di entusiasmo facendo il pane, che deve mettere in valigia Lucy per venire in Italia ed affrontare un freddo mai sperimentato prima. E la zia di Lucy che invece vorrebbe che le prestassimo le valigie perché loro non ne sono forniti e giovedì, quando raccoglieranno tutto l’occorrente grazie ad una festa tra tutti gli amici e i parenti, almeno avranno un involucro da riempire. E giù, in picchiata, il mio cuore si è incollato alla spina dorsale, violentato dall’accelerazione.

Ma poi la giostra è risalita, piano piano, mentre il cuore placava la tachicardia. È successo quando un funzionario della cooperazione italiana è arrivato all’ospedale cercandomi, per comunicarci che sono stati devoluti soldi alla realizzazione di progetti in ambito materno infantile, per ospedali missionari in Kenya. E che forse il St. Orsola, con il suo ambizioso progetto della nuova maternità, poteva essere uno dei destinatari per i fondi. È decisamente più facile credere alla negatività, quindi aspetteremo increduli e fiduciosi una risposta che dovrebbe arrivare in un paio di settimane. E mentre il funzionario elogiava la nostra struttura in termini di pulizia ed efficienza infermieristica, vedevo le mia braccia stagliate contro l’indaco, mentre i vagoncini risalivano lenti sulle rotaie impennate verso il cielo.

E poi giù di nuovo, verso la terra fredda, quando la zia di Lucy mi ha chiamata per raggiungerla in ospedale. Lei e Margaret erano lì, affrante, nella stanza di Lucy, senza sapere che fare. Lei era solo una traccia di qualcuno esistito molto tempo fa, un personaggio vagamente riconoscibile attraverso i lineamenti spenti. Gli occhi infossati, piagati e gonfi. La smorfia di dolore costante che ha scacciato il sorriso. Il corpo lento, rigidamente incapace di piegarsi ed eseguire i movimenti desiderati. L’addome gonfio. La tosse insistente ma volutamente in parte trattenuta per limitare il dolore alla schiena. Ermanno e Federica erano lì, l’hanno visitata. Poi è arrivata anche Apophie. Io ho aspettato fuori, appoggiata con le spalle al muro, con i miei jeans e la maglietta bianca di Oriella che mi ostino ad indossare forse anche per sentirla vicina. Di fronte a me, la porta della stanza di Lucy. Ai suoi lati, come guardiani tristi di uno scrigno che nemmeno avrebbero voluto aprire, Peter e Margaret. Guardavano vuoti il pavimento, volgendo lo sguardo ai lati opposti, senza voler nemmeno incrociare uno gli occhi dell’altra, quasi avessero paura di leggervi la rassegnazione che in realtà già aleggiava nell’aria. In silenzio. Senza respirare, quasi. A stento ho trattenuto le lacrime, non volevo dare terreno fertile alle loro paure. E così ho tenuto dentro le mie. E intanto precipitava la mia giostra, in caduta libera verso il fondo. Fede mi ha freddato mentre cercavo di dare una risposta sul da farsi, sta morendo Stefy….e in quel momento sono morta un po’ anch’io, mentre il vagoncino sbatteva violentemente contro il fondo, rimbalzando. Ho dato un bacino a Margaret, che sembra una mamma premurosa, e uno a Lucy. E poi siamo tornate verso casa, inciampando quasi tra i sassi della stradina. Abbiamo aggiornato gli altri e deciso che avremmo parlato con la famiglia l’indomani. Mamma mia, con una buona notte così non si può che amplificare il bisogno di affetto sincero…

Questa mattina, subito dopo una colazione più volte interrotta, ci siamo chiusi in ufficio. Antonia, Ivana, Rita, il chief di Chakariga, Bruno (il papà di Lucy), lo zio Damiano, accompagnato da un altro relative, ed io. Rita ha tradotto, rispettosa delle loro tradizioni, chiedendo quasi permesso mentre ci intrufolavamo nella loro vita, quanto abbiamo pensato di fare per Lucy, per aiutala al meglio, senza alimentare false speranze o metterla in ulteriore pericolo. Per ora verrà trasferita all’MP Shah, un ospedale privato di Nairobi, che solo per l’ammissione chiede mille euro come caparra. È il più economico tra i pochi costosissimi ospedali (ma le cure salva vita non dovrebbero essere gratuite?) che sono in grado di trasfondere piastrine che le permetteranno di riprendere il fiato necessario a risalire e volare verso l’Italia. Ma i nuovi esami potrebbero anche evidenziare un peggioramento che renderebbe inutile tutto se non un’attesa dolorosa, assistita per soffocare il dolore, nel tentativo giornaliero di scorgere un segnale lieve di miglioramento. In ogni caso, non la lasceremo mai sola. Lucy non è solo una paziente, è un’amica, un tassello dalla grande famiglia del tamarindo…

Mi sono fermata a parlare con Peter, appoggiata alla ringhiera della pediatria, mentre attendeva la lezione di aggiornamento del corso di Ermanno. Il sole faceva appena capolino tra le nuvole di una giornata grigia dentro e fuori. E troppo lentamente il vagone ormai ammaccato ha ripreso a salire quando gli infermieri entusiasti hanno chiesto di poter fare un maggior numero di lezioni di tal tipo per sfruttare le conoscenze di chi ha maggiore esperienza e bagaglio culturale.

La giostra si è impennata stasera, quando Cesare, Ale ed io siamo andati da Reginah a prendere un aperitivo. Il market era al buio e così abbiamo spostato il tavolino e le sedie nel mezzo della strada, dietro l’ambulanza aperta, sotto alla luna che illuminava come fosse un piccolo sole. Incredibile, sorseggiare una birra tiepida e scorgere la propria ombra disegnata tra i sassi dai raggi argentati di una mezzaluna prepotentemente già luminosa. E il vagoncino saliva veloce verso la sommità, tremando appena sui binari. Potevo quasi sentire l’aria sul viso…

E poi di nuovo giù, appena un po’, quando, tra una briscola e una birra, è stato sollevato il problema dell’immagine restituita dal sito internet del nostro ospedale e soprattutto dell’attività dei volontari. Qualcuno dall’Italia ha criticato il fatto che alcuni di noi si sono concessi un meritato riposo, dedicandosi una settimana di vacanza in posti incantevoli e ora facilmente accessibili economicamente e fisicamente, come il paradiso di Zanzibar. Come se la mondanità, che fa parte della sfera privata di ognuno di noi, togliesse valore al nostro operato, come se fossimo forzati ad essere solo operai dediti al lavoro e al sacrificio e non persone con difetti e necessità umane. Vorrei rispondere a queste persone lontane che anche se non siamo perfette macchine da fatica, stiamo cercando di fare del nostro meglio e ci teniamo davvero al nostro ospedale, che spesso prendiamo per mano e cerchiamo di guidare tra i rovi, lungo una strada irta di sassi e spine, ferendoci anche, a volte. Ma non abbastanza da rinunciare. Non è facile vivere sulle montagne russe, e capita di aggrapparsi a cose sbagliate solo per non venire sbalzati fuori...

Il vagoncino si è fermato alla stazione, in piano, ma in un precario equilibrio instabile. Sono entrata nella mia rete bianca, nella penombra della stanza illuminata dalla luna. Ho sentito il cuore rilassarsi, piano piano, senza sollecitazioni. Mi sono abbandonata avvertendo la stanchezza e la mia solita solitudine malinconica, con il biglietto delle montagne russe stretto tra le dita…

1 commento:

  1. "Ama il prossimo tuo come te stesso"...ma non basta dire "io lo amo", l'amore bisogna dimostrarlo con i fatti e tu, Stefania, senza tanto parlare e cambiando radicalmente la tua vita, hai fatto e stai facendo mettendo tutto di te a completa disposizione del tuo prossimo più lontano, più sconosciuto, più bisognoso d'aiuto: la tua volontà fragile e forte allo stesso tempo, la tua silenziosa intelligenza, la tua maniera educata, gentile ma ferma per far sì che tutti vadano più d'accordo anche fra tanti contrasti, il tuo tempo che inevitabilmente passa, il tuo amore sincero, per chi necessita di aiuto in tutti i sensi, compreso perfino il tuo conto corrente. Non è facile tutto questo ma tu l'hai fatto! Brava Stefania, brava Amore mio! La tua innamoratissima ma obiettivissima mamma !!!!!!!!!!!che prega con tutto il cuore che il Signore ripeta lo stesso miracolo con Lucy come ha fatto con me...non disperare amore mio, non disperare ma spera e prega fino all'ultimo.........

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