Un cesto pieno di sogni...
Giovedì.
Verso mezzogiorno la zia di Lucy si è presentata alla casa del tamarindo. Abbiamo parlato sotto ad un sole torrido, quasi fastidioso, sui gradini. Mi ha chiesto se potevamo accompagnare Lucy a casa per qualche ora per la festa per lei organizzata, al fine di raccogliere fondi, vestiti e preghiere. Apophie era d’accordo, quindi mi chiedeva semplicemente di darle un passaggio. Ho chiamato Ale e siamo saliti in macchina, diretti all’ingresso dell’ospedale dove lei ci aspettava sulla sedia a rotelle, con la divisa dell’ospedale a quadratini bianchi e purple, il viso stanco ma sorridente, il rosario di perle tra le dita. Il suo ragazzo l’ha spinta fino alla macchina e l’ha aiutata a salire, mentre Fede mi correva incontro e mi diceva di aspettare…l’x-ray toracico appena fatto evidenziava un versamento nel polmone destro, la causa della sua devastante tosse continua, forse indice di una cardiopatia o di un ingrossamento linfonodale conseguente la sua patologia. Ma poi Apo ci ha comunque dato il permesso di portarla a casa per alcune ore. Sembrava quasi volesse concederle un’ultima occasione di stare tra i suoi amici e parenti accorsi per starle vicino in qualche modo….
L’abbiamo aiutata a scendere dall’ambulanza, sofferente nell’espressione e nei gesti. E già tra le capanne del suo place sbucavano gli amici, numerosi, accorsi per sostenerla. L’abbiamo lasciata lì, promettendole di tornare a prenderla e di partecipare per un po’ alla festa.
Sotto la pergola, nell’attesa, non abbiamo fatto altro che parlare di lei, di cosa avremmo potuto o dovuto fare. Alla luce dei peggioramenti giornalieri che ci mettono in ginocchio senza pietà. Fede continuava a ripetere che la malattia ha vinto. Ed era come una sciabolata tra le costole. E per la prima volta, da quando sono qui, avrei voluto essere altrove.
Poco dopo le 4 siamo andati a prenderla. C’eravamo tutti, gli amici mochongo al completo. Stavano pregando quando siamo entrati tra i pilastini di cemento che lasciano sottintendere un cancello d’ingresso per ora fantasma. Ci siamo avvicinati piano, in silenzio. Non erano molti, ma piano piano stavano arrivando, riempiendo tutti gli spazzi vuoti tra le capanne di fango e gli alberi. Lucy sedeva su una stuoia distesa per terra, con la schiena appoggiata alla capanna. Vicino a lei si sono seduti Fede e una manciata di bambini. Antonia, Marta, Cesare, Ale ed io ci siamo distribuiti tra le panchine, accomodati tra gli altri amici senza però riuscire a confonderci. Eppure io ultimamente sono così invisibile. Tra gli ospiti intravedevo il volto stanco di Lucy e la pelle chiara di Fede stagliata contro il fango rosso scuro. Tra i miei piedi pigolavano dei piccoli pulcini liberi di vagare tra l’erbetta fresca. Alle mia spalle il vitellino bianco di appena due settimane sedeva in attesa della mamma di ritorno dal pascolo, chiamandola, di tanto in tanto, con il suo infantile ma sonoro muggito. Era tutto così surreale. Lo zio Damiano che cercava di spiegare a tutti gli altri le oggettive difficoltà di un viaggio della speranza che può tramutarsi in tragedia, la necessità di portarla ora a Nairobi, in un ospedale in grado di trasfonderle piastrine per rafforzarla ed essere (forse) in grado di affrontare un viaggio ben più lungo. Margaret che serviva cioccolato caldo. I pulcini che pigolavano per ritrovarsi, persi tra i passi invadenti degli astanti. Una vecchia chocho , magra e scalza, seduta su una sedia traballante indossando elegantemente dei vestiti lerci. E così, ubriaca di emozioni, nascosta dietro ad un paio di occhiali scuri, sono stata chiamata a parlare a nome degli amici italiani. Lo so, non ne sono una degna rappresentante, e forse qualcuno di loro si è soffermato a guardare senza ascoltare le mie tremolanti parole, ma, ci giurerei, mentre parlavo ho incrociato gli sguardi all’altezza dei miei occhi, non più bassi. Ho sussurrato piano che nessuno di noi poteva dare alla famiglia e a Lucy la certezza della guarigione miracolosa. Ma che potevo prometterle che non sarebbe mai stata sola. Poi, accennando canzoni tristi di preghiera, uno alla volta tutti i presenti si sono avvicinati alla borsa appoggiata su un tavolino nel mezzo del giardino e hanno lasciato discretamente la loro offerta. Ale continuava a bisbigliare piano che si sarebbe aspettato una festa molto più vivace, non un funerale annunciato. E quasi come una risposta, la signora al mio fianco si è alzata e ha cominciato a battere le mani a tempo dondolando in una danza lenta, seguita da tutti gli altri. La vecchia chocho consumata ed elegante ha disteso i suoi 1000 scellini sul tavolo. Chissà dove li avrà presi..magari sono tutti i suoi risparmi, quello che rimane di una vita di duro lavoro e rinunce.
Alla fine della raccolta, Nicholas, un infermiere del Dream Center, ha preso la parola per descrivere un dono. Una cesta, intrecciata a mano. Una semplice cesta che si può comperare a Kathwana per 50 scellini. Vuota. Ma la sua preziosità sta nel fatto che la posso riempire con tutte le cose belle e i sogni che troverò lungo la mia strada. Una cesta grande, capiente. Di buon auspicio, perché quando sarà colma le cose belle collezionate saranno tante. Ho ricevuto pochi regali, nella mia vita, preziosi quanto questa cesta. In un momento come questo, poi, in cui ho bisogno di attenzioni per colmare questo senso di solitudine, quest’impotenza, questa fragilità che da superficiale si scorge essere fino all’osso. E subito, ho adagiato sul fondo delle spirali di foglie di banana intrecciate il mio primo sogno….
Ho condiviso la cesta con gli altri mochongo, perché ognuno di noi sta facendo qualcosa per Lucy. La cesta andrà ad arredare l’angolo più bello dell’ufficio dell’associazione, per parlarci di Lucy per sempre.
Venerdì.
L’ambulanza ha lasciato l’ospedale alle 6 col suo carico di speranze. Fede, Ermanno e Valeria hanno accompagnato Lucy all’MP Shah, un ospedale privato di Nairobi dove verrà trattata nell’attesa di volare (forse) in Italia. L’acconto richiesto è di 50 mila scellini, l’accomodation giornaliera di 4 mila. Le hanno ripetuto tutti gli esami, il bone marrow, la tac, l’ecocardio. Ora la diagnosi è differente. Leucemia acuta. Con un versamento nel polmone destro ed un ematoma nella spina dorsale che le provoca il dolore alla gamba. Anche le vie urinarie si ribellano ormai e le hanno dovuto infilare un catetere. Ma il cuore è sano. Almeno quello il destino gliel’ha risparmiato. Lei è dolcissima, quando le chiedono come sta risponde che ha dell’acqua nei polmoni, del sangue nella schiena e non riesce a fare pipì…ma le piastrine stanno aumentando, quindi si riprenderà presto! Mamma mia…vorrei gridare e fermare questo treno in corsa…
La trasfondono ogni giorno. Ma per una pappa piastrinica servono almeno 6 donatori. E questa ricerca è a carico del paziente. Incredibile, 50 mila scellini di caparra e non sono in grado di trovare 6 donatori ogni giorno per darle del sangue fresco…
Mi sento impotente. Incompresa. Trasparente. In questo momento in cui tutto sembra precipitare, il mio muto grido d’aiuto non raggiunge alcun orecchio. Ma certo, il grido di Lucy sovrasta ogni altro, ora…
Chiedo scusa per la mia mancanza di ottimismo. Chiedo scusa se guardando la vallata so vedere solo la foschia che al tramonto l’avvolge e non la luce cha la bacia fino a tardi, ora che le giornate si sono allungate. Chiedo scusa se i grilli ora sono solo un rumore, se la polvere rossa mi sporca. Chiedo scusa se non riesco ad intravedere le stelle del cielo e la luna appare solo come un riflettore velato da nuvole sparse, batuffoli di cotone pesanti come sassi. Chiedo scusa se penso che questa terra, così meravigliosa per certi versi, sia disgraziata, perché se nasci qui non hai a disposizione che pochissimi mezzi per rispondere al destino spesso infame. Chiedo infine scusa per la mia leggerezza e la mia incapacità, non avrei mai voluto danneggiare un così prezioso dono, un’oasi di speranza in questo desertico bush….
Forse domani, comincerò nuovamente a riempire di sogni il mio cesto….
Mama buega…
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