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Attese...

Due notti fa è piovuto. All’inizio solo qualche goccia lieve, delicata, appena percettibile. Poi lo scroscio ha iniziato a rumoreggiare sul tetto e mi sono alzata per andare a recuperare la macchina fotografica dimenticata sotto alla pergola. Sono uscita dalla camera che non erano ancora le 6, cercando di evitare le pozzanghere che si erano formate all’ingresso, sotto alla mia porta. Fuori la pioggia cadeva copiosa, le gocce lucidavano tutto il pavimento del porticato. Ho iniziato a scattare, sostenuta dal muro. Le gocce che crollavano dal cielo senza freni e si schiantavano al suolo rimbalzando verso l’alto come trapezisti sulla rete di salvataggio. Le foglie decorate di piccole palline trasparenti allungate verso il basso in preda alla gravità. I rami su cui si rincorrevano le stille come perline infilate su un filo di cotone verde. E mentre scattavo, Ale è uscito dalla camera e mi ha raggiunto per sbirciare il temporale che lo aveva svegliato. Ma poi è prontamente tornato a letto lasciandomi nuovamente sola. In realtà, dall’altra parte della pergola, davanti alla stanza numero 2, Ori stava scattando le stesse fotografie, con la stessa fame di dettagli, respirando fino in fondo il profumo della terra rossa bagnata, esattamente come me. Si, sono felice che Ori sia qui…non mi sento più sola, mi sento duplicata, clonata, come avessi intorno una sorella che intuisce le mie sfumature.

Siamo rimasti in pochi, sotto il tamarindo, il grande gruppo chiassoso se ne è andato e si è ricomposta la famiglia. Oltre ad Ale e me rimarranno Ori, Mari, Coloma, Simona, Giulia e Marco. E poi è arrivato il chirurgo nuovo, Dr. Kiura (che per l’appunto significa Dot. Rospo!). È arrivato con un carico di pretese, il menù personalizzato, la stanza doppia presidenziale, la tenda per la doccia, suggerite senza dubbio da padre Silas. Ma poi si è ammorbidito, soprattutto a tavola…

Apophie lo ha lasciato solo quasi subito. Ed immediatamente ha iniziato a operare pure di notte, cesarei e ostruzioni intestinali. Ma ancora non sa gestire la responsabilità delle decisioni e così si trova ad affrontare parti difficili, ma comunque gestibili senza tagli e anestesia, suggerendo in breve un cesareo. E così, dalle otto di ieri sera, la sala è stata occupata già 6 volte, tra cui anche due cesarei importati da Marimanti proprio questa mattina. Ori e Mari stanno impazzendo. Sono bravissime, pazienti, dolcissime con le mamme, soprattutto quelle giovanissime al primo figlio che piangono per il timore e l’incognita del parto. Spiegano loro ogni cosa, massaggiando la schiena quando sono in travaglio, suggerendo alcuni esercizi per distrarsi dal dolore delle contrazioni. Se mai avrò un figlio, metterò la nostra vita nelle loro mani ad occhi chiusi…

Ma io credo che Kiura abbia solo bisogno di tempo per non soffocare sotto il peso delle responsabilità. È una condizione che conosco bene. Attendo fiduciosa…

Ma c’è un’altra attesa che mi vede protagonista. La rimozione del gesso! Questa odiata appendice che mi fa camminare come un elefante zoppo, lento e sgraziato. Mi sono presentata da Enok, fiduciosa e allo stesso tempo timorosa di essere delusa. Ho fatto una radiografia frontale. Una laterale. Ho atteso in ansia lo sviluppo. E, puntuale, la delusione mi ha mostrato la sua brutta faccia. La frattura è ancora lì, parzialmente recuperata. Ho atteso, legata ad una fievole speranza, proteggendola con la mano come fosse una fiamma davanti ad una porta spalancata. Enok ha mostrato la mia lastra a Kiura, che ovviamente mi ha detto di tenere il gesso ancora una settimana (o forse più?) e camminarci su, avanzando con una sola stampella, per spingere le due parti della frattura l’una contro l’altra, come quando si premono due pezzi di vetro che si vogliono ricomporre con la colla. Attendevo il verdetto seduta sulla panchina davanti alla sala parto, catturando momenti con la mia ormai inseparabile macchina fotografica. Ho sempre desiderato cogliere gli attimi delle immagini che mi sfilano ogni giorno davanti agli occhi. E ora lo sto esageratamente facendo. Click, ogni volta che un volto si rattrista o sorride, quando il vento increspa il rivolo d’acqua che scorre dopo la pioggia, quando il sole illumina una mano che accarezza un bambino. Ori era con me. E con noi Dorothy, una ragazza giovanissima al primo figlio, impaurita, dolorante dopo ore di contrazioni sterili. Ori le massaggiava la schiena, dolcemente, paziente. Le insegnava come respirare per distogliere l’attenzione dal dolore. Ed io attendevo, oltre al mio destino, di cogliere il senso della scena e racchiuderlo in uno scatto. Ale, impegnato con Marco e Kenneth nel cablaggio della nuova rete informatica, ogni tanto sfilava davanti a me. Mi ha chiesto se stessi aspettando di evadere finalmente di prigione. E ha risposto alla mia delusione con un rimprovero, criticando le mie aspettative, la mia ansia e insofferenza alla forzata condizione di stasi. Eppure lui per primo odia le catene, di qualsiasi natura e peso. Ma forse più di me ha sviluppato la capacità di accettare gli eventi senza aspettarsi mai niente, scoprendo ogni giorno come un regalo nemmeno voluto, forse. Adattandosi alle situazioni, succhiandone solo la parte migliore. Senza attese inutili. Invece io sono sempre in attesa…a volte nemmeno so di che….

Sono stata con Ori e Mari in sala parto per un po’. Ho colto l’ultimo atto di un parto. Mari ha accolto tra le braccia una bellissima bambina con gli occhi a mandorla, una cinesina. L’ha appoggiata sulla pancia ora vuota della mamma, mentre la puliva e ne tagliava il cordone. E poi l’ha suturata, ha cucito le lacerazioni aggravate dall’infibulazione che qui viene ancora praticata e rende il parto più difficile e doloroso. E mentre cuciva i lembi di pelle insanguinata, aspettando che la paziente si sentisse pronta, le chiedeva di non praticare la stessa tortura alla sua bimba, quando fosse arrivato il momento. Le tradizioni qui sono radicate nella terra, difficili da scalfire e non siamo certo noi mochongo che dobbiamo farlo, noi che nemmeno le conosciamo del tutto. Ma lentamente, come l’acqua stagnante di un grande fiume che comunque scorre al mare, anche le tradizioni più crude si stanno sgretolando…forse non per la cinesina nata sabato..ma magari per sua figlia...


Seduta all’ombra del tamarindo sento il vento soffiare tra le foglie. È una brezza discontinua, un respiro lento che spazza le fronde. Sembra quasi la risacca del mare. Chiudo gli occhi e mi sembra di essere su di una spiaggia bianca….in attesa…

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