Chiaroscuri...

Una notte rovente. Gocce di sudore che colano dalla fronte, dal petto. Vapore dalle labbra e dalla pelle. Impossibile dormire, alla continua ricerca della posizione che più aiuta a disperdere il calore all’esterno.
Dopo una notte nel forno si desidera solo il refrigerio della mattina presto, quando l’aria frizzantina ristora ed è bello rabbrividire appena un po’. Ma martedì mattina, sebbene fossero solo le 5, sotto alla pergola non si muoveva una foglia, solo tre automi addormentati che gironzolavano ancora assopiti aspettando il caffè. Marco, Ale ed io, pronti per Nairobi again.
Siamo partiti nella notte. La luna era ancora sorprendentemente alta, nascosta dietro un macramè di nuvole grevi stagliate su un cielo che si illuminava piano, in silenzio. Eppure, lungo la strada, i bambini già camminavano lenti per andare a scuola, ancora addormentati nelle loro divise colorate.
Il giorno si è illuminato ad Ishara, dove comincia l’asfalto, mentre noi ci addormentavamo lasciando Josec e l’abitacolo in balia della polvere e dei suoi canti (isterici) religiosi preferiti.
Niente di diverso, a Nairobi, la stessa giornata persi nella marmellata di macchine arroventate dal sole. Il soffocante grigiore dell’aria inquinata che, nei polmoni, si mescola alla terra rossa accumulata durante il viaggio. E il respiro diventa affannoso, pesante. Tempi morti per trascinarsi da un angolo all’altro della città e sbrigare tutte le commissioni. Ci siamo divisi: Ale e Kenneth alla ricerca del materiale per cablare la rete informatica, Marco ed io al ministero della sanità per consegnare tutti gli incartamenti per le pratiche di sdoganamento dell’ormai mitologico, imminente container. L’unica nota differente, tra le tante dolenti, di una giornata omologata è stato lo scippo delle carte di credito e della bustina di pelle porta tabacco di Ale, sul matatu per il centro città. Un copione già visto (a Zanzibar, durante la nostra breve ma intensa vacanza, gli hanno rubato esattamente le stesse cose…che capitan Mosquito ci abbai seguiti fin qui?!??) che ci ha bloccati alla stazione di polizia per circa un’ora, tra fotocopie di moduli ufficiali pagati 5 scellini in un ristorante e code interminabili solo per scoprire che si deve attendere di nuovo ma da un’altra parte. Povero panzerotto, derubato di nuovo!
Ci siamo fermati a Thika, a fare la spesa al Tusky’s, che non vende alcolici per politica aziendale, ed in cui ci siamo sentiti dei piccoli criminali, o almeno dei ragazzacci sbandati, per aver chiesto a più commessi dove fossero il vino e le birre.
Siamo ripartiti che erano quasi le sei. E il buio ci ha colto di nuovo tornado a casa. È sceso dall’alto, schiacciando il cielo azzurro sulle montagne, spremendone il colore che le ha imbevute. Alcuni tratti della strada restituivano un paesaggio alieno, con grandi rocce chiare illuminate dalla luna. Una luna che sbirciava come una piccola pupilla contornata da un occhio di nuvole scure. Che contrasti incredibili. La luce fredda, intensa, dietro un sipario bucato, come un riflettore che lo illumini dal fondo per giocare con le ombre cinesi e lasciarci indovinare che c’è dietro.
Il chiarore, l’oscurità. E l’una non esiste senza l’altro. Una coppia inscindibile, al di là del tempo e dello spazio. Come due facce della stessa piccola moneta che è la realtà, la vita…
Ieri è tornato Brian, con gli occhiali scuri che celavano il suo segreto. Un occhio malato che pensavo fosse stato rimosso invece è ancora lì, nella sua nicchia. Nel delirio di Nairobi non ho potuto procurargli il collirio e la crema ordinateli dai Lions. Ma comunque è passato a farsi medicare. E poi è venuto a salutarmi..e a ringraziarmi per tutto il poco fatto per lui. Mi ha portato un barattolo di miele, miele affumicato colto da arnie appese tra gli alberi, corredato di alveare e qualche ape. Miele delizioso. Lo ha assaggiato davanti a me, come da tradizione, per dimostrarmi che è buono, che l’ha raccolto lui e non rubato. Un miele chiaro, semplice, pulito, che sa di buono…
Nel pomeriggio, alla Primary, ci sono stati i giochi sportivi durante i quali gli studenti gareggiano per disputare chi sia il migliore, per divertirsi, per incontrarsi con i genitori ammessi, almeno per un giorno, all’interno della scuola. Dei giochi della gioventù sotto il sole africano. Ale ed io abbiamo raggiunto gli altri da Regina subito dopo, per un aperitivo in centro. E Ori ci ha raccontato del trattamento violento riservato dai maestri ai piccoli atleti, colpevoli di aver posato per istantanee per cui avrebbero dovuto, a detta loro, farsi pagare. In qualche modo, ancora una volta, è stato istigata un’intolleranza inconscia verso i mochongo che si insinuano di prepotenza in questo delicato equilibrio e a volte lo violentano. Un chiaroscuro non sempre sfumato, contrasti che non si smussano. Ma mentre sedevamo sulle sedie e sulla panca ricavata dal tronco di un albero lisciato, i bambini si sono riversati lungo la strada, fermandosi a spiarci. Ed io ho rubato decine di scatti, espressioni, gesti, senza pagare alcun obolo.
Da quando Ori e Mari sono qui l’ospedale si è riempito di mamme. Ma pochi parti spontanei, quasi tutti cesarei (fino a 6 in un solo giorno!), alcuni difficili, che ci hanno inchiodato serate intere in ospedale…alcuni aridi. Sono morti dei bambini, senza un perché. Ma, by the way, c’è forse un motivo che si possa ritenere valido per la morte di un bambino? Ha forse una spiegazione l’oscurità? Ma allo stesso tempo nemmeno il chiarore di una nascita, il vagito fresco di un neonato sano, hanno spiegazione. Eppure non è altrettanto difficile accettarli…
La luce si insinua tra le foglie, i sassi, negli anfratti delle cose, nelle pieghe di volti e dà vita alle ombre che impreziosiscono i dettagli. Senza chiaroscuri il mondo sarebbe tranquillo, facile…piatto…noioso…
Tuonane…
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