È una terra luminosa in una palude buia. Si può entrare solo se corazzati. Ma il nemico da cui ci si deve proteggere non è all’esterno. È dentro, è il cuore. Che quasi soffoca e anch’esso necessita di riabilitazione per tornare a respirare di nuovo dopo l’apnea.
È un centro di riabilitazione per bambini disabili. Un’area vasta con edifici bassi sparsi su un tappeto d’erba bruciata color senape, a 1.800 metri d’altezza. Ci sono dormitori per i bambini ricoverati in modo permanente nella struttura, altre stanzone per quelli trattati quotidianamente, provenienti dalle zone limitrofi, il refettorio, le palestre super attrezzate, l’officina per confezionare scarpe speciali, protesi, carrozzine, standing e ogni ausilio che permetta ad un bambino rinchiuso in una scatola di uscire ed essere libero, oltre i limiti di un corpo sfortunato. Tuuru è una cartolina, ordinato e pulito, retto da suore italiane. E rappresenta la speranza per più di mille bambini e le loro famiglie.
Siamo partite presto, Cristiana, Nicoletta, Donata, Oriella ed io. Curiose di conoscere un’altra realtà che, come noi, cerca di svoltare una pagina pesante di carenze assistenziali e sanitarie in queste lande desolate e sperdute, dimenticate. Si passa da Meru e poi si prende una strada a destra, proseguendo oltre Chaaria. Si attrav
ersa una terra verde, fertile di alberi e di terre coltivate. e poi si arriva in una macchia arida. La savana sembra invadere la struttura, una manciata di edifici bassi disposti a patii successivi, accessibili gli uni dagli altri attraverso corridoi bassi ma luminosi. Agli angoli di ogni tetto sono posizionate delle grandi tank nere di raccolta dell’acqua piovana. Ma ora l’acqua non c’è, il cielo è arido pure qui (strano che non abbia un occhio di riguardo per questo posto…). E così suor Adriana, che ci viene in contro dopo poco il nostro arrivo, ha richiamato i genitori per venire a prendere i bambini e chiudere anticipatamente il centro per le vacanze. Lei è lombarda, vive qui ormai da vent’anni. È una fisioterapista, l’unica della struttura, se si eccettuano i volontari. Gestisce il centro di riabilitazione insieme ad altre suore e ad una cinquantina di operai locali ed educande. Una donna semplice, con i capelli brizzolati che spuntano dal velo bianco. Gentile, sorridente. 


Ci fa subito fare un giro attraverso il suo regno i cui reggenti sono i bambini disabili. Ci mostra le camerate vuote. Luminose, con i lettini tutti in fila, senza lenzuola, plastificati. Su alcuni di essi sono state lasciate le protesi di ferro e fibbie di cuoio. E poi passiamo ai bagni, con gli spazzolini colorati tutti in fila e il nome di ogni bambino scritto su un pezzetto di cerotto bianco per le medicazioni. E al refettorio ristrutturato, riverniciato di fresco di
azzurro delicato.

E poi, finalmente, in una stanza anonima, qualunque, eccoli. I bambini. Quattro di loro sono seduti su carrozzine attrezzate. Altri tre sono sul pavimento, stanno giocando, strisciando le gambine intrappolate (o liberate?) nelle protesi che li aiutano a mantenerle dritte ed usufruibili. Caroline è in piedi, appoggiata ad un tavolino basso, azzurro. E ci guarda, interrogativa. Tra i bambini in carrozzina c’è Sofia, una piccola Down con
capelli stranamente lisci e il sorriso spensierato che illumina la stanza. E in fondo Jedidah, una bimba abbandonata dai genitori per i suoi problemi cerebrali. Non riusciva nemmeno a stare seduta, appena poche settimane prima quando è arrivata al centro. Ci guarda e sorride, senza nemmeno interrogarsi su chi siamo o se ci meritiamo un regalo tanto grande come la sua (apparente?) felicità in risposta ai nostri ciao. La più grande (mi dispiace non ricordarne il nome) si alza e si aggrappa a me mentre sto scattando qualche foto. E non mi lascia più, sempre sorridendo all’infinito, sbavando sulla sua felpa rossa e arancione. Ancora qualche minuto e poi li salutiamo, proseguendo.

Dalla finestra di una stanzina piccola intravediamo un altro gruppo di bambini. La sezione dei denutriti, sebbene tondi come palloni e sorridenti come il volto della salute. Tra loro Jack (o forse era Kim, non ricordo), che parla italiano e siede su una carrozzina speciale. Sta preparando il chai con i mand
azi per colazione. È il segretario di suor Adriana, la aiuta a tradurre le parole che non comprende. All’orecchio sinistro ha un vistoso cerotto da cui si intravede la ferita bordata di sangue raffermo. Non muove la testa, la tiene piegata da un lato e sbircia da sotto con i suoi occhioni scuri. E non muove le gambe. Eppure sorride, di più, ride. Mentre io vorrei gridare e farmi piccola piccola. Cristiana si tuffa a giocare con loro mentre io scatto un po’ di foto alla stanza, ad altri spazzolini tutti in fila. E lì, tra i nomi, c’è anche il mio. Mwende…

La nostra visita prosegue, mentre il mio cuore si sgretola un po’ e mi sembra quasi di avvertirne la polvere portata in giro dall’aria fresca. Visitiamo la palestra. Bellissima, enorme, attrezzata come solo in occidente si può fare. C’è persino un teatrino di burattini appesi. E le biciclette, i palloni colorati, uno specchio, le spalliere arlecchino, i giochi. Almeno qui, recupero un po’ di fiato…
Sulla sinistra della palestra c’è l’officina ortopedica. Un’enorme stanza laboratorio dove quattro operai locali confezionano scarpe, protesi, carrozzine, attrezzature ortopediche varie. Appesi al muro due enormi quadri azzurri (è il colore predominante..ricorda il cielo..un cielo sereno…) colmi di stampi
preformati di legno per le diverse misure di scarpe. Ci sorridono ma continuano a lavorare mentre suor Adriana descrive i dettagli a Cristiana, Nicoletta e Ori. Io mi estraneo per un’ora..o forse solo qualche minuto, soffermandomi su uno scaffale su cui giacciono, intrecciate, decine di vecchie protesi in disuso, un groviglio di ferro e fibbie da cui emerge una scarpina blu consumata, intrappolata. Ma poi il sorriso di una nuova suora mi riporta alla realtà. Una suora rotonda come il mondo, con un sorriso (di nuovo…è come un marchio distintivo qui…) ed uno sguardo furbo da anima navigata ma sempre entusiasta. Ci racconta dei suoi trent’anni in Africa.

E poi passiamo al vecchio refettorio, dove è appena iniziato il pranzo. Alcuni bambini siedono da soli, con enormi bavaglini verdi, e mangiano il ghitheri. Altri sono agganciati alle carrozzine, mentre alcune novizie li aiutano, imboccandoli, a nutrirsi. E in tutto questo, una piccola radio appoggiata sul davanzale, disperde un’allegra canzone.
Più in là, un’altra stanza, altri bambini che vengono aiutati a mangiare perché da soli non lo sanno fare. I deambulatori, per chi almeno si arrangia a camminare, sono parcheggiati da un lato. Gli altri siedono sulle carrozzine. Una di loro è solamente un sacchettino di ossa su cui si posano le mosche. Passa quasi inosservata. Forse l’ho notata solo io. Sento le altre ridere nella sala da pranzo. Io sono sotto al portico. Con lei. E mi sento un sacchettino di sassi incastrato in gola. Non riesco nemmeno a deglutire se non con estrema fatica. Mi astraggo di nuovo..e questa volta sembrano giorni. Piano piano la sua immagine perde nitidezza. Forse ho pianto, non me ne sono accorta. Ero solo concentrata a respirare e a cogliere i contorni del suo viso affranto. E ho sentito il plin plin di una goccia che ha cominciato a scavarmi il cuore. E giurerei di aver sentito pure dell’aria fredda passarvi attraverso…
Siamo tornate a casa cariche di spesa e di persone. E di emozioni. Di pensieri...
Non resisterei un giorno intero a Tuuru. Avrei bisogno di evadere, ogni ora, per respirare. Per riposare. Non sono forte abbastanza. E poi penso a chi evadere non può mai. E mi sento ancor più soffocare. E riaffiora il mio non è giusto che avevo quasi dimenticato…
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