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Una settimana intensa...

Sveglia alle 5. Partenza alle 5 e mezza con Josec e Ale. Mi sono accomodata sul sedile posteriore, con la gamba adagiata sul cuscino, sopra la mia valigia nera, al riparo da scossoni. Al gate ci aspettava Brian, il paziente di Gatonga con gli enormi occhiali da sole e un occhio malato sempre più gravemente.

Avevo sentito piovere tutta la notte e temevo il peggio. Invece la strada era appena morbida, non polverosa. Siamo partiti nel buio, ma piano piano il paesaggio si è illuminato. Abbiamo di nuovo preso la strada attraverso Ishara e per Brian era la prima volta. La luce non era forte così lui ha potuto togliere gli occhiali…ed io ho potuto contemplare i suoi occhi. Sembrava di guardare un bambino che si affaccia alla vita per la prima volta. Sorridente, con le labbra socchiuse dalla meraviglia, la testa che gira in tutte le direzioni per assorbire i dettagli. Il sole ancora basso creava delle ombre suggestive sul suo viso che sottolineavano la sorpresa. Io guardavo scorrere il paesaggio a ritroso, seduta con la schiena appoggiata al retro del sedile anteriore. Avevo proprio la sensazione di allontanarmi, come se stessi partendo. Ma per andare da un’altra parte, in un continuo movimento, una traslazione tra destinazioni contigue. E ancora una volta ho sentito di essere affine al viaggio, più che alla meta, biologicamente inadatta a mettere radici.

La strada scorreva veloce sotto alle ruote…

Come prima cosa abbiamo accompagnato Brian al Lions Hospital. Io sono scesa piano dal retro dell’ambulanza e ho preso la mia nuova postazione, davanti, in modo da gestire più agilmente tutte le mie successive previste manovre in centro città. Il caldo era già insopportabile, mentre chiamavo Zacchary e gli chiedevo di occuparsi di Brian. Gli dovranno togliere l’occhio dolorante. Per lui è un sollievo, dopo i mesi trascorsi stordito dal dolore che dal bulbo gli si dipanava su tutta la calotta cranica. Pole sana Brian…

E poi siamo piombati nella marmellata di macchine che intasa Nairobi ad ogni ora, ogni giorno, come un segno distintivo della capitale. Abbiamo raggiunto a fatica il centro. Ed è iniziato il mio supplizio, salite e discese al volo, corse sui marciapiedi sconnessi, gradini, sole a picco. Ho trascinato il mio gesso come fosse un’ancora che però non è riuscita a trattenermi. Volere è potere, aveva detto Ale prima ancora che fossimo sufficientemente svegli da renderci conto che forse non era poi una grande idea trascinarmi in giro per tutto il giorno. Ma non volevo lamentarmi o essere di peso, così ho forzato la mia andatura da elefante ferito e ho stretto i denti.

A fine giornata avevamo recuperato la maggior parte del materiale. E poi, stremati, abbiamo cercato un posto dove mangiare qualcosa e rilassarci un po’. Abbiamo trovato un autogrill lungo la strada, vicino a Mlolongo, dove avremmo dovuto trascorrere la notte. E lì finalmente ho soddisfatto il mio stomaco vuoto, forse non abituato a tanta prolungata astinenza. Un’intera tilapia alla griglia, un pescione di 20 centimetri che invadeva il piatto, contornato di pomodori, cipolle (accuratamente rimosse) e peperoni. Buonissimo!

Da lì, siamo andati a recuperare Marco, Marcella e Fabio di ritorno dalla loro breve vacanza a Mombasa. Felici, con l’entusiasmo sotto braccio, ci hanno raccontato le loro avventure (le ennesime…chissà perché, ogni viaggio qui diventa un’avventura originale). E ci hanno trasmesso il desiderio di riuscire a vedere gli stessi posti, a tuffarci nel mare, a calpestare ( con tutti e due i piedi!) la sabbia bianca.

Insieme ce ne siamo andati a Mlolongo, dove avevamo prenotato l’hotel, con Josec ormai stanchissimo dopo essere stati in giro tutto il giorno.

Mlolongo è un quartiere periferico di Nairobi. Un posto per camionisti. Si trova sulla strada per Mombasa. È ricco di locali dove trascorrere la serata, pub, ristoranti, discoteche all’aperto con musica Kikamba dal vivo. Una cozzaglia di edifici diroccati, grezzi, spersi su stradine di fango e rifiuti. Un tripudio di persone e bancarelle, colori e odori, situazioni. Una Chuka esasperata, portata all’ennesima potenza. Il caos. Il trionfo del divertimento senza briglie.

L’ingresso della nostra guest house era sottile, appena percettibile tra le baracchine che vendevano frutta e schede telefoniche. Le nostre stanze erano al secondo piano, accessibili attraverso delle scale con dei gradini strettissimi e un’alzata esagerata, piastrellate, costringendomi a rallentare per non rischiare di volare all’indietro e scendere in tempi record! Ale ed io non siamo stati fortunati con la nostra stanza. Avevamo degli ospiti larviformi, neri, che nuotavano nell’acqua rimasta a terra nel bagno e le lenzuola macchiate di rosso (…speravamo che almeno un tentativo di lavaggio fosse stato fatto!), ma vivere così a lungo in Africa tempra il fisico e sviluppa il senso di adattamento ad ogni situazione. Così, senza problemi, ci siamo lavati, riposati alcuni minuti, e rifiondati nel traffico per raggiungere l’altro gruppo di volontari appena arrivati dall’Italia, tra cui Mauro e Marco.

La marmellata di macchine era ancora lì, come l’avevamo lasciata nel pomeriggio. Solo non arroventata dal sole. Ci abbiamo messo un’ora per raggiungere il Mediterraneo, il ristorante italiano dove a volte ci lasciamo viziare da pizza e pesce cucinato nel nostro stile. E abbiamo conosciuto Giulia e Simona, due laureate in medicina, Marco e Alberto, due dentisti, con le loro assistenti Anna e Denise, Mauro e il mio caro amico non più lontano Marco.

Dopo una cena deliziosa, abbiamo consumato la nottata bevendo birra e smirnoffice in uno dei locali dove ogni venerdì sera suona dal vivo un complesso di musica kikamba, isterica e sempre uguale ma ricca di ritmo. E ancora una volta ho avuto un’ancora che non mi ha permesso di ballare…uffi!

Abbiamo dormito solo poche ore, due forse, prima di accompagnare il fratello di Ale all’aeroporto. Un arrivederci sorridente, con gli occhi consumati di sonno e il bisogno di una colazione in grado di svegliare pure la Bella Addormentata (altro che bacio del principe!).

Dopo una nuova giornata a Nairobi, con Ale e Marco, siamo finalmente tornati a casa, stremati, impolverati, lessati dal sole a picco.


In settimana si è consumata la magia dei ritorni. Ori e Mari, con una nuova amica, Coloma, sono tornate a Matiri, accolte trionfalmente da vecchi e nuovi amici. Mamma mia, che gioia riaverle qui. D’improvviso non mi sono sentita più sola. Come respirare una boccata d’aria appena si riesce a riemergere dall’acqua mentre si annega. Mi hanno portato tanti regali, coccolata, invaso l’aria di risate e colori. Sembra che non se ne siano andate mai. È sempre così, si annulla in un secondo la distanza temporale che ci ha tenuto lontano le persone care, basta un attimo, un abbraccio, e si dimentica l’attesa. Karibu tena, amiche mie…


Abbiamo affrontato un problema delicato, tre giorni fa. Dobbiamo risparmiare a tagliare alcuni costi all’ospedale. E questo si traduce, tra l’altro, in un taglio ai salari. Abbiamo organizzato un meeting per proporre ai dipendenti la soluzione per loro più appropriata per arrivare a tale risultato. E loro hanno scelto. Nessuno verrà licenziato. Sacrificheranno parte del loro stipendio ma nessuno sarà costretto a tornare a casa a mani vuote. Tra la folla, Peter ha anche fatto la sua proposta per dare una mano in un momento di crisi che coinvolge tutti. Tutto lo staff farà un prestito all’ospedale, la tredicesima, aspettando le vacche grasse per la restituzione del nobile gesto. La sua proposta è stata addirittura applaudita. Ed io mi sono sentita fiera di lui, di tutti.


Questa mattina Ale ha tenuto la sua seconda lezione sui rifiuti e l’inceneritore. Con il personale medico. E questa volta ha avuto più soddisfazioni, accompagnando la classe addirittura in una visita guidata. Il piccolo proff!


Ho trascurato il mio blog, questa settimana. Sono stata a lungo latitante. Ho iniziato nuovamente, come l’anno scorso, ad interiorizzare, a raccogliere pensieri ed emozioni e tenerli stretti dentro di me, senza condividerli, senza scrivere…senza sentirne il bisogno. Ho anche iniziato a rubare dettagli da ciò che mi circonda con la mia macchina fotografica nuova e a concentrarmi staccandomi dalla realtà. Magari per un po’ lascerò le mie foto raccontare per me come trascorre la vita sotto al tamarindo…

Tuonane…

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