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Tu chiamale se vuoi emozioni....

Per due giorni sono stata malinconica, forse addirittura affranta per qualche minuto. Avevo la sensazione di guardare un film che avrei invece voluto vivere. Ed essere semplice spettatrice non mi è bastato mai.

Ma poi, così come gira il vento che sale dalla vallata, il mio umore è cambiato. Gli eventi attorno a me hanno suggerito la mutazione. O forse è solo un alternarsi di fasi fisiologico. O piano piano sto conquistando quella libertà che anelo tanto…


Tre gironi fa abbiamo recuperato una mamma che aveva appena partorito nel bush, sotto ad un’acacia. La bambina stava benissimo, cullata dalle altre mamme che stavano tutte intorno per una minima assistenza alla donna, abbandonata sotto ad un albero con la placenta ancora sospesa tra dentro e fuori. Marianna l’ha soccorsa suscitando lo stupore generale quando ha tolto l’ammasso di membrana e sangue. E poi hanno infilato la mamma con la sua bellissima bimba nell’ambulanza e Shimali l’ha guidata da Tuniai all’ospedale. La madre ha continuato a sanguinare mentre la piccola dormiva tranquilla sull’isola neonatale. Il marito e le altre mamme avevano invaso le panchine davanti alla sala parto nell’attesa. Ma poi tutto si è risolto nel migliore dei modi, con il marito che torna il giorno dopo a riprendere la moglie e la bambina e le riporta a casa, all’ombra di quello stesso albero che le ha viste protagoniste.


In uno dei miei pomeriggi blue (come si definisce qui l’umore di chi ha il cuore pesante) mi sono rifugiata in ospedale alla ricerca di distrazioni, di emozioni forti in grado di travolgere quelle che mi stavano accompagnando, unendo il mio lavoro all’evasione da un mood ormai divenuto insopportabile, fastidioso, detestabile. E lì, la mia fatina del buon umore, Ori, stava aiutando una donna a partorire, assistendola passo dopo passo con la sua inconfondibile dolcezza. Sull’isola neonatale sonnecchiava un torello di più di 4 kg, nato con un cesareo pochi minuti prima. Si succhiava pacioso la manina, sbadigliando, di tanto in tanto, sbirciando il mondo attorno con curiosità. La mamma sul letto, in posizione, stava spingendo, senza emettere un solo lamento. Sembrava stesse semplicemente spingendo un pesante mobile trattenuto dall’attrito col pavimento. Sukuma, mama, sukuma capisa! E in qualche minuto la testina bagnata del bambino è uscita, trascinando con sé tutti i liquidi uterini. Ori l’ha accolto, appoggiandolo subito dopo sulla pancia della mamma che lo ha stretto protettiva ringraziando, asante, asante sana.


Eccole le emozioni cercate, senza preavviso, nemmeno sperate. Eppure basta vivere e qualcosa di buono succede sempre…


Beh, a volte anche qualcosa di triste. Il fratellino di Gakji, la bimba di Ori, è morto due giorni fa. Era all’ospedale per problemi ai polmoni. Aveva un anno. Ed è morto di giovedì. La mamma non ha voluto portarlo a casa. Per 500 scellini è stato sepolto tra gli altri cadaveri dimenticati del nostro ospedale. Ori si è presentata sotto alla pergola, mentre scrivevo un elenco di progetti da caricare sul sito dell’associazione alla ricerca di finanziatori. Il suoi occhi verdi erano ancora più limpidi..ma scuri, diluiti dalle lacrime ma grevi. Ci si poteva vedere un cielo grigio riflesso. L’ho abbracciata forte, come tante volte lei ha fatto con me. E ci siamo sentite, come fossimo due corde che vibrano all’unisono.

Safri njema, mtoto


James, un infermiere della sala parto, ha frequentato un corso di aggiornamento che havoluto condividere con gli altri colleghi, amici, con cui dovrà mettere in atto delle procedure legate al partogramma. Si è preparato una lezione, così come altre volte hanno fatto Fede, Ermanno e Ale, per condividere la conoscenza, che non deve restare un patrimonio esclusivo di pochi, a detta sua. Anche questa è stata un’emozione speciale inattesa. Mi ha restituito la certezza che le cose possano davvero cambiare, che ci sia qualcuno che vuole che cambino, che migliorino. Che l’acqua stagnante non piace nemmeno qui e si cerca sempre di rimescolarla, anche se a volte dal fondo sale la melma. Asante sana James…


Questa mattina ho parlato con Sr. Jothi. Le ho fatto sbrigare una commissione per me, ieri. Portare un’importante lettera di raccomandazioni da un ufficio all’altro. Una lettera che ci permetterà di sdoganare il nostro proverbiale container in attesa a Mombasa in pochissimo tempo e senza pagare dazi o tangenti. E se davvero tutto scorrerà senza bumps elevati, come quello che mi ha bloccata nel gesso per 5 settimane, avremo il permesso ufficiale già mercoledì. Mercoledì! Il tutto grazie al signor Gachege che è stato in visita qui da noi con la Cooperazione Italiana alla ricerca di progetti da sovvenzionare. Ale ed io ne abbiamo approfittato per snocciolare la nostra delicata questione container e chiedere delucidazioni sul da farsi. Ma questa è più di una risposta. È un’insperata leva che aprirà la scatola di legno, strappando i chiodi che l’avrebbero altrimenti tenuta chiusa a lungo…


Le emozioni sono nell’aria, ovunque. Hanno molteplici sfumature. Si nascondono negli anfratti più impensati. Basta sentirsi in sintonia con ciò che ci circonda, senza ostacoli. Devono avere modo di fluire attraverso di noi, anche se noi nemmeno le cerchiamo o speriamo di trovarle. Possono celarsi in un tramonto che svela dove va a dormire Dio o in una tenda rossa cucita per la sala parto, in una stella cadente che strappa il cielo o in una tenera carezza nel buio, nel canto dei grilli, colonna sonora della notte, o nel sole che illumina un sorriso. Basta aprirsi e coglierle…

Tuonane..

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