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Che bella domenica....

Ieri mattina, verso le 6 e mezza, ero giĆ  dalle parti della grande buca per i rifiuti organici, a controllare che il mio cazziatone avesse sortito l'effetto desiderato. E infatti, oltre alla terra e ai sassi non c'era altro. Anche questa notte ho interrotto il mio sonno, ma le 4:15 era davvero troppo presto per iniziare a lavorare! Mi sono rigirata nel letto cinque minuti e poi sono piombata in un sonno profondo ma agitato, denso di sogni brevi. Per altre quattro ore...
A colazione non c'era il solito vento ad aspettarci. Subito la giornata si è presentata calda, terribilmente calda. La primavera si avvicina, la pioggia anche. Se ne sente l'eco lontano che la precede. Mentre Mila e Andrea (è arrivato mercoledì, un vecchio amico di Matiri, tornato qui dopo due anni di distacco) erano alla messa, io ho continuato con il bricolage iniziato la sera prima. Sto facendo delle cornici per le mie innumerevoli fotografie ora appese al muro semplicemente con del nastro adesivo, quasi fosse l'impronta grezza di una creta che devo ancora lavorare. E assieme alle nuove cornici, ho spolverato anche i vecchi ricordi...
Dopo pranzo, ci siamo messi in cammino per andare a trovare Judith a cui l'avevo più volte promesso. L'avremmo trovata a metà strada ad aspettarci. Ho indossato il cappello giallo che Ale mi ha regalato a Natale per ripararmi dal sole a picco come fosse un ombrello.

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Judith abita lontano, sulla strada per Kamarandi, oltre il politecnico, oltre la casa di Pepe, oltre quella di Moses, oltre. DSC00844La lunga strada rossa e polverosa si insinua su un altipiano da cui si scorge tutto il Tharaka..o almeno così sembra. Una vallata senza confini si apre alla vista come uno scrigno. Il vento soffiava appena, sollevando delle nuvolette rosse dal terreno. Si aggrappava alla mia tesa larga, sollevandomi la testa, quasi volesse farmi incedere senza guardare a terra. Che importa controllare di non mettere i piedi in fallo se poi non ci si gode il viaggio. Meglio rischiare di cadere ma gustarsi quello che ci sta attorno. I bambini ci accompagnavano da lontano, gridando wadi co? Dove state andando? La strada sembrava non dovesse più. Mila cominciava a dare segni di stanchezza, lamentandosi per il caldo e la distanza. Ma poi, ferma al primo villaggio, abbiamo incontrato Judith che ci aspettava da un po'. Indossava una gonna verde, come il kikoi sulla sua testa, ed una maglietta rossa. Abbiamo ripreso a camminare insieme, sempre seguendo la main road. Dopo altri venti minuti l'abbiamo lasciata, proseguendo sulla sinistra, tra le siepi. Mila continuava a chiedere quanto manca? E Judith a rispondere keep quite, almost...almost. E' buffo, come dice lei, non importa quanto lungo sia il viaggio, si comincia ad essere stanchi quando si sta per arrivare...DSC00885
Dopo quasi due ore, siamo giunti alla sua capanna. Due ore. Noi eravamo stanchi come avessimo fatto il giro del mondo a piedi. Lei, incinta di sei mesi, lo fa tutti i giorni per venire al lavoro. La sua capanna ĆØ di fango, con il tetto di paglia che non resisterĆ  alle prossime piogge. Davanti alla casa, la sua arida shamba di terra e palme DSC00900 amputate. Oltre il cancello di legno, ci ha accolto il marito, un signore nell'apparenza distinto, con gi occhiali piccoli e tondi da insegnante. Ero curiosa di conoscerlo, di vedere che volto avesse l'uomo che pesa sulle spalle di Judith come un figlio, senza aiutarla mai. Lei mi ha presentato il resto della famiglia, i suoi cinque figli. Ci hanno fatto accomodare all'ombra di un albero spoglio, davanti alla capanna che funge da camera da letto (per tutti e 7), di fianco a quella che rappresenta invece la cucina, dove lei ĆØ sparita per tutto il tempo. Ci hanno offerto una soda e poi la loro cognata ricca, invitata per l'evento, ĆØ uscita dalla cucina con tre piatti di brodo scuro in cui galleggiavano pezzetti di capra e carote. Il tutto accompagnato da chapati ancora caldi. Mentre Mila affermava che le fosse passata tutta la stanchezza e che ne valeva la pena arrancare per quasi sette chilometri sotto il sole, io mi sentivo piccola piccola. Quante volte Judith mi ha chiesto di prestarle qualche soldo per comperare da mangiare perchĆØ a casa non avevano nulla. E noi, in quella stessa casa, stavamo mangiando la carne. Noi e il fratello ricco, mentre il resto della famiglia si divideva un pentolone di githeri (fagioli e mais). E dopo pranzo, ĆØ comparso pure un thermos di cioccolata calda, bollita con l'acqua. E ancora, per finire, ci hanno regalato due piccoli polli spennacchiati. Mentre noi avevamo portato solo delle magliette per i bambini. Me ne sono quasi vergognata...

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Ho chiesto al marito di Judith di venire all'ospedale a firmare le pratiche per l'assicurazione sanitaria. Lui era contrario, fino a qualche giorno prima. Secondo lui era solo una perdita di tempo perchĆØ lei, lavorando, avrebbe comunque saputo far fronte a qualsiasi spesa. Ma lei confidava su di me, nella mia visita di cortesia che in realtĆ  doveva servire anche per convincerlo. E ha funzionato...
Abbiamo salutato tutti, prostrandoci internamente per ringraziare tanta gentilezza. E ci siamo incamminati di nuovo, con la pancia ed il cuore gonfi.

Lungo la strada, fortunatamente, abbiamo incontrato Rita e i suoi bambini in visita a Mwende, la ragazza con la protesi di ferro a cui Pepu ha insegnato a camminare. Era lƬ in macchina..e ovviamente ci ha dato un passaggio, cosƬ ci siamo risparmiati un'ora di strada. Ci siamo pigiati nell'abitacolo, i bambini dietro, nel portabagagli, noi tre sui sedili posteriori, Mwende davanti. Io tenevo in braccio Anie, la piccolina. La stringevo per non farle sbattere la testa contro il finestrino ogni volta che la macchina prendeva una buca. La stingevo, ed era come aggrapparsi alla serenitƠ. Undici bambini, cinque adulti e due pennuti di ritorno a Matiri! Che bella domenica....

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