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Scritto in un giorno di pioggia...

Sono in ufficio, inchiodata qui dalla pioggia. Il diluvio all'improvviso, preannunciato dal cielo color pesca di qualche minuto fa, dalla mia caviglia, dal caldo esagerato di oggi. E già si sente nell'aria l'odore della terra, delle foglie schiacciate al suolo dalle gocce grosse come noci, come se mescolati all'acqua cadessero dal cielo degli oli essenziali aromatici. Le stuoie parasole dondolano nel vento come antichi acchiappasogni indiani. Di tanto in tanto i lampi illuminano il cielo e la stanza come il flash  di una foto fragorosa. Chissà se smetterà per cena. Non mi resta che scrivere...

Ieri la sveglia mi ha brutalizzato alle 5. Dondolando mi sono spinta giù dal letto e ho provato, invano, a destarmi con la doccia fresca. E' solo stata un'ulteriore violenza! Ho sentito Edward mettere in moto l'ambulanza e sono corsa fuori, salendo in macchina senza aver fatto la mia preziosa colazione. Faustino, Elias e la mamma di Julius, il bambino ricoverato al Kenyatta, ci aspettavano al gate. E, come sempre accade, anche qualcun altro che ha approfittato del passaggio. Siamo partiti in 7, deviati sulla strada per Chakariga dai lavori in corso. Stanno scavando gli scoli laterali per evitare l'accumulo di fango e l'impossibilità di avanzare per la maggior parte dei mezzi. Abbiamo incrociato i bambini diretti alle diverse scuole dell'area, riconoscibili dalle divise. Nell'ordine, allontanandomi da Matiri, l'arancione e l'indaco, l'arancione e il verde rasta, il rosso cupo e l'azzurro polvere, il giallo sole e il blu marino. Ognuno portava, oltre ai libri, un contenitore giallo (quelli dell'olio per cucinare) con l'acqua e un barattolino di plastica rossa o blu con il manico che servirà per il pranzo. A kathwana abbiamo raccolto anche la moglie di Faustino con il suo ultimogenito e più in là Andrew, uno dei blu [personale di supporto] dell'ospedale. Sulla strada per Ishara, invece, sono saliti un paio di poliziotti, un uomo ed una donna, con un detenuto ammanettato. Così, all'alito birroso di Faustino, si è aggiunto l'aroma di cipolla dall'ascella dell'arrestato! Ho pensato al bambino, all'immagine dura di quest'uomo in manette sedutogli davanti. Forse sarebbe stato meglio evitarlo. Ma poi ho realizzato che qui i bambini sono testimoni di realtà ben più crude e spaventose di un paio di braccialetti argentati che brillano ai polsi di un uomo mesto e trasandato che tira su col naso.
Sono scesi tutti all'incrocio con la main road da Embu, ha proseguito il viaggio con noi verso Nairobi solo la mamma di Julius. Il traffico ci ha serrati di nuovo in una lunga fila di macchine per almeno un'ora. E poi Edward ci ha fatte scendere all'ospedale, per iniziare la luuuunga procedura della dimissione di Julius che finalmente torna a casa, mentre lui si sarebbe occupato di sbrigare tutte le altre commissioni per l'ospedale. Siamo salite al terzo piano, a piedi perchè la mamma temeva l'ascensore (e non ha torto, la manutenzione non esiste e mentre salgono dondolano come fossero giostre al parco giochi). E Julius ci è venuto in contro sul pianerottolo, appena fuori dal reparto di oncologia pediatrica, con altri bambini. E la magia dei bambini mi ha stregata di nuovo, l'ingenuità e l'istinto con cui ti prendono per mano attratti da chissà quale immagine di te che inspira in loro fiducia. Gigi la trottola (non so nessuno dei loro nomi...ma ognuno di loro era specialmente particolare) ha subito trasformato la mia borsa comprata in Sudan in un tamburo e le mie braccia in liane a cui appendersi, copiando le gesta del più grande, il piccolo boss, che però non riuscivo a sollevare più dello spessore di un soldo. Di tanto in tanto appariva anche uno scriciolino silenzioso, esile, dolcissimo. Mi si avvicinava e mi fissava con il suo sguardo da piccolo cerbiatto e il suo sorriso delicato. Gli accarezzavo una guancia e lui chiudeva gli occhi e si inclinava da un lato a prendere tutto il tepore del gesto, accarezzando a sua volta la mia mano. Gigi la trottola e il piccolo boss si rincorrevano usandomi come perno, come scudo reciproco. E poi correvano lungo il corridoio gridando e ridendo insieme agli altri. Che bello vedere i bambini giocare, un'immagine senza confini e senza tempo che non conosce diversità (nel senso più negativo del termine) ma solo sfumature diverse di una stessa splendida realtà. E tutto questo mentre, con la mamma e altre 20 persone, facevamo la fila davanti al piccolissimo ufficio per le dimissioni dove ci è stato consegnato il conto dell'ospedale. Un conto di 40 mila scellini che ancora l'assicurazione fatta ad agosto non può pagare perchè non ancora valida. Ma fortunatamente Rita è riuscita ancora una volta ad aiutare, sopperendo alla mia limitata disponibilità di contante in questo momento. Ottenuto il primo pezzo di carta, siamo scesi alla cassa. Cosa tutt'altro che originale! Eravamo circa 50 in una lunga fila serpentosa, davanti ad un solo sportello, mentre nell'ufficio di fianco, che solo occasionalmente dialoga con il pubblico, erano in 5 a raccontarsi le gesta del giorno prima. Mentre attendevo, osservavo la gente accanto a me, distrattamente. Una mamma, subito prima di me nella fila, ha estratto una banana dalla borsa, l'ha sbucciata e l'ha data al suo piccolo che attendeva seduto sulla panchina, pulendogli prima le mani con un fazzoletto. Le mamme sono uguali in ogni angolo del mondo, ho pensato, ecco un'altra magia che ha solo sfumature diverse. Arrivata tra i primi 8, quasi al traguardo, ho iniziato a chiacchierare con un ragazzo che mi chiedeva come fare per venire a studiare in Italia. E poi, quando già mi sfregavo le mano per la vittoria, il cassiere si è assentato. Mio Dio! Palla di domopack pronta ad esplodere!! Lui si assenta per il pranzo (si, era già l'1) ed io è da ieri che non mangio? Ma il poverino si era solo preso una microscopica pausa per non esplodere ed è tornato a servire la folla stanca già rumoreggiante. Secondo pezzo di carta collezionato! E poi su di nuovo, con l'ascensore stavolta (ed è allora che ho capito le ragioni della mamma di Julius!). Travolta di nuovo dai bambini, mi sono seduta (previe le solite paroline temibili have a sit che non lasciano presagire tempi brevi) ad aspettare l'ultimo pezzo di carta, la cartella clinica. Ma seduta io non ci so stare mai a lungo e così ho iniziato a passeggiare per il reparto, sbirciando dentro le stanze della terapia intensiva decisamente ben attrezzate. In una di queste, una mamma sedeva accanto del suo piccolo che faticava vistosamente a respirare e per questo aveva una mascherina dell'ossigeno sulla bocca. Lei era tutta protesa in avanti, quasi sospesa sulla sedia, pronta a scattare al minimo allarme. Osservava istericamente la mascherina e la flebo a controllare che tutto funzionasse al meglio. E ho rivisto quelle sfumature diverse che mi hanno fatto pensare alla mia mamma. Ho finto di sbadigliare per imbrogliare le lacrime. E mi sono riseduta vicino ad Elisabeth, una bambina incredibilmente dolce,  che parlava perfettamente inglese e mi traduceva quello che il piccolo boss stava cercando di dirmi in Kiswahili. Hanno riso curiosi ai miei tatuaggi, soprattutto quando hanno visto il geco sul piede. Io parlavo ad Elisabeth e lei raccontava il significato di ogni tratto permanente sulla mia pelle. E un pochi minuti attorno a me c'erano almeno 10 bambini, tra cui il grande boss che dispensava ordini agli altri. Ma l'attesa si stava protraendo oltre l'accettabile, così sono andata a sollecitare l'infermiera che apparentemente si stava occupando della cartella clinica di Julius e che invece stava comodamente seduta in un ufficio a chiacchierare con una sua amica. E' stato sufficiente coglierla dietro la porta socchiusa per farla alzare e spendere appena 5 minuti per staccare la pagina principale del fascicolo del ricovero e consegnarmela. E poi, quando ormai il mio stomaco stava collassando su se stesso, siamo usciti dal reparto, mentre i bambini più piccoli schiamazzavano come paperelle salutando Julius e me (bye Stefania!), il loro amico che tornava a casa dopo aver trascorso due mesi con loro e la muzungu irrotta nelle loro vite per poche ore. Il grande boss ha chiamato Julius uscendo dal gruppo, quando ormai gli altri erano distratti da nuovi giochi, e gli ha stretto la mano mettendogli l'altra sulla spalla, da uomo a uomo.
Abbiamo aspettato Edward intrappolato nel traffico seduti sul prato, all'ombra, come si usa fare qui. E dopo un'ora è arrivato, con Apohpie che era giunta dall'Italia il giorno prima e aveva speso la notte a Nairobi. Era raggiante, bellissima nel suo completo nero, il top rosso bordato di pizzo che spuntava da sotto alla giacca e la collana di perle di vetro regalatale da Antonia a ricordo della loro visita a Murano. Mi ha abbracciata entusiasta, stringendomi forte. E mi ha raccontato la sua intensa settimana durante la quale ogni giorno qualcuno la accompagnava da qualche parte, quasi avessero una time table per definire chi fosse di turno per farle assaporare l'Italia. E' stata anche in sala operatoria, stupendosi per l'eccezionale numero di strumenti a disposizione, per i telini verdi usa e getta che non si devono sterilizzare ogni volta come si fa qui, per la pulizia sterile in ogni angolo. E ha riportato una valigia piena piena di placche per ortopedia, che qui sono tanto preziose, e tubicini vari! E poi, che buffa mentre raccontava ad Edward che le strade di Ferrara sono completely flaaaaaaaaat, che ci sono più chiese che ristoranti in ogni città visitata e che gli italiani ogni volta che devono festeggiare un amico lo fanno seduti attorno ad un tavolo da pranzo...

Ha smesso di pivoere. Sono tornata a casa sprofondando nel fango. Si sentono milioni di grilli cantare nel buio e le ali di Bruce, il pipistrello, che ora può farsi una scorpacciata di insetti. Sbirciando oltre la pergola si intravede un angolo di cielo...è da brividi!

Mama bwega.

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