Sono tornati i tamait!!
Venerdì mattina ho preceduto la sveglia di almeno un'ora. Ho aperto la porta della mia camera e mi sono trovata davanti un tappeto di piccole ali ambrate. I tamait! Che buffo, ho sorriso come se rivedessi un vecchio amico, con una piccola serenità nell'anima ed una dolce nostalgia. Le ali dei tamait che si accumulano sotto alla mia porta mi ricordano Ori, Pepu, Fede. Erano qui l'anno scorso, quando queste larve dolciastre sciamavano per raggiungere la luce , quando salivano dondolando lente dalla terra e invadevano l'aria luminosa, quando volavano come elicotteri da guerra in ricognizione nella sala parto mentre gli infermieri cercavano di far partorire le mamme. E ora sono tornati...precedendo di poco Pepu e Fede che stanno arrivando a Matiri...e poi, mancherà solo Ori...
Ho fatto colazione e sono rientrata in camera per prendere il mio computer ed andare in ufficio. E dal bagno mi è rimbalzato un riflesso tremolante. Pensavo fosse la lampadina, i suoi ultimi sussulti prima di morire. E invece era il riscaldatore elettrico dell'acqua per la mia doccia. Il filo che lo alimenta stava andando a fuoco! Ho staccato l'interruttore e ho iniziato a soffiare sulle fiamme, d'istinto. E le fiamme si sono prontamente consumate, lasciando solo una striscia nera sul muro ed una scia di bruciato nell'aria. E' stata una fortuna entrare in camera proprio in quell'istante. Ho lasciato Stanley al lavoro sui fili bruciati e son andata in ospedale .
Ernesto mi ha braccata subito, appena voltato l'angolo della pediatria, con la sua pila di cartelle cliniche, per decidere ancora una volta chi può andare a casa senza pagare e chi invece se lo può permettere. L'ho seguito nella stanza 2, il primo letto sulla sinistra. Una mamma sedeva di lato con il suo bambino steso sulle gambe. Era avvolto in una delle copertine verdi a pois bianchi arrivate col container. Stava sbadigliando ed io ho notato subito il suo sorriso rilasciato non appena la mamma gli ha avvicinato il naso alla guancia. Non mi sono invece accorta che le sue manine non c'erano. Le braccia piccole di bambino appena nato terminavano con i polsi. E lui rideva. Mi ha ricordato Chuknorris. E forse, quando sarà più grande, riusciremo a fargli avere delle protesi per poter essere almeno autosufficiente. Gli ho scattato la foto per l'assicurazione e ho salutato la sua mamma chiedendole di tornare con tutti i documenti. Nella stanza 4, invece, c'era un bambino talmente piccolo da sembrare prematuro...eppure ha tre mesi. Un bel mostrino magrissimo, come un bambolotto dalle dimensioni sbagliate, con gli occhietti che sembrano due fagiolini neri persi nel visino minuto. Anche lui stava andando a casa. Dopo poco, mentre camminavo per il corridoio del ward, sola, una mamma mi si è avvicinata ridendo, mostrando i suoi denti consumati e scuri. Un viso familiare a cui non ho saputo dare un nome. Sono la mamma di Dorika, mi ha detto lei. Dorika è la bambina down che rideva sempre e aveva la peggio quando giocava con Rita, miss bel caratterino. Trattata da Nicoletta e Cristiana nei pomeriggi in cui improvvisavano l'asilo nella palestra dell'ospedale. Ora è a Turuu, con Eveline Joy. E cammina. La mamma mi ha mostrato orgogliosa l'ultimo arrivato che dormiva tutto infagottato al centro del letto. Gli ha scoperto il viso paffuto e sereno. E ho rivisto gli occhietti allungati di Dorika...
Alla fine di una giornata iniziata in modo tanto burrascoso per anima e corpo, ho deciso di fare un giretto al market, uscire dal recinto dell'ospedale che a volte mi rinchiude più del visibile. Ho chiamato Marco e Kanake, lo studente di Meru. Sono sempre insieme, due giovani dottori che cercano di dare una mano e di imparare più cose possibili, lasciandosi guidare da Kiura ed Edward. Anche Kanake, come Marco, lo fa volontariamente, senza alcun compenso, godendosi l'opportunità di conoscere una realtà diversa dalla propria, con l'umiltà per aiutare e la curiosità per scoprire. Insieme sono andati alla clinic mobile. Insieme andranno al mercato di Kathwana. Insieme sono stati 12 ore in sala operatoria. Insieme vanno a bersi una birra da Regina dopo il lavoro. Insieme lavano i piatti dopo cena. Siamo usciti dal cancello e abbiamo camminato nel buio fino al pub di Regina, senza pensare alla polvere. Arrivati in centro, ho seguito il sonoro di un film conosciuto emesso da un altoparlante sguaiato. Davanti alla pompa dell'acqua c'era uno schermo (un lenzuolo teso tra due tronchi) su cui stavano proiettando I 10 comandamenti. Che buffo rivederlo così, con i piedi nel fango e l'Africa attorno. Da Regina ci siamo uniti a Nicholas ed Edward, i drivers, che stavano chiacchierando davanti alla tv. Kanake ha giocato a biliardo con Nicholas che rideva a labbra serrate e alzando le spalle ogni volta che faceva un bel tiro, compiacendosene. La pioggia ci ha colto proprio all'ultima buca. Siamo tornati a casa ancora una volta cantando sotto la pioggia (e anche questo mi ha riportato a Ori e Fede...). Kanake, ad alta voce, ripeteva le parole di Marco: mi innamoro solo se lei assomiglia alla mamma...senza saperne il significato. E appena gliel'ho tradotta si è rifiutato di andare oltre! Abbiamo raggiunto la pergola fradici ma felici...
Venerdì notte gli oculisti da Nairobi mi hanno telefonato dichiarandosi completamente bloccati nel fango sulla strada da Ishara. L'acqua torrenziale ha strappato via il ponte di supporto che stavano costruendo come deviazione dai lavori in corso. E così ora è impraticabile, si tornerà ad usare la vecchia strada per Chuka. Sono arrivati quindi ieri mattina dopo aver dormito nel matatu, pronti ad operare i pazienti. Più tardi ci ha raggiunti anche un rappresentante della classe dirigente dell'ospedale dei Lions per controllare come stesse andando la nostra collaborazione e per darci due buone notizie, finalmente! Dopo aver tanto insistito hanno staccato l'assegno di risarcimento per le spese viaggio del loro personale affrontate dall'ospedale e per cui loro invece avrebbero dovuto provvedere. L'altra buona notizia era legata al clinical officer che attendiamo ormai da un anno e mezzo. Arriverà a Gennaio, uno specialista che sarà presente al St. Orsola ogni giorno per risolvere, anche chirurgicamente, i problemi dei nostri pazienti oculistici. Il nostro piccolo ospedale assomiglia sempre più ad un Policlinico! ^_^
Stamattina il tappeto di tamait si è trasferito tra le mie 4 mura. Sono entrati filtrando attraverso ogni più piccolo buco o spessore tra gli infissi, attratti morbosamente dalla luce, come se istantaneamente la fonte luminosa li chiamasse e loro, innamorati, non possano far altro che raggiungerla a tutti i costi. Questa notte erano centinaia attorno alla luce della 6. Ho lottato contro quelli filtrati all'interno del la mia stanza e poi, curiosa, ho sbirciato fuori per controllare se avesse ricominciato a piovere. Ma il rumore avvertito era solo il fruscio delle loro ali, milioni di ali rigide come carta ma impalpabili come veli di seta. L'inconfondibile odore di metano e mandorla che li accompagna stava impregnando l'aria. Ho acceso qualche
incenso alla cannella e frangipane e ho infilato un asciugamano sotto alla porta per evitare che strisciassero dentro. Invano. Sembrava un film di Hitchickok, gli insetti che circondano la preda penetrando attraverso cunicoli che loro stessi scavano...beh, dai, meno male che non sono pericolosi, sono solo troppi! Marco mi ha chiamato dall'ufficio, bloccato all'interno dallo sciame. L'ha attraversato stringendo il computer sotto braccio e arricciando le spalle per evitare che gli entrassero nella maglietta. Io, coperta con un kikoi effetto befana, ho spento tutte le luci esterne e l'ho raggiunto in camera, la 2 (la prima stanza di Ale...e a tratti la mia mente ha viaggiato un po'...), per il nostro appuntamento cinematografico..anche se la scelta del film non è stata delle migliori!
Tornata in camera ho acceso qualche altro incenso, ho rimborsato bene la rete sotto al materasso e ho dormito istantaneamente...
Vado a lavare via dal portico il tappeto di ali, ora...tuonane!
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