Breaking News

Something to think about...

Ieri sono andata a Meru per un meeting di tutte le istituzioni, scuole,dispensari e ospedali, presenti nel territorio della Diocesi e da essa gestite…che poi significa che le gestisce qualcuno e poi loro ne ricavano pure del profitto. Anyway, sono partita alle 8 con Sr. Prya ed Edward. Raccogliendo pure dei consensi da Sr. Ann prima di partire per il mio abbigliamento elegante…mah, un paio di jeans, una maglietta marrone, le mie inseparabili infradito, una collana di legno color castagna e crema.

La strada per Meru si è asciugata ormai. Il fango che ci ha intrappolate meno di un mese fa, spaventando Pepu per i continui slittamenti della macchina, ora è solo un ricordo (e sembra pure lontano), sostituito da un mare di polvere rossa su cui le ruote a volte galleggiano. Il verde fresco della vegetazione ai lati della strada è ora tinteggiato di rosso, decorato dalla terra al passaggio dei matatu e dei lorry che ne sollevano in eccesso. Ma oltre la strada, lontano, il verde riacquista il suo prepotente dominio e io, come sempre, mi sono persa in contemplazione degli alberi.

Nkarini, Tuniai, Matiri Girl, Mitungu, Nkubu e si arriva all’asfalto. E poi da lì un sali e scendi veloce, con l’ambulanza lanciata finalmente sulla strada liscia e scorrevole. Siamo arrivati a Meru alle 10, in orario per il meeting…ma in anticipo sull’arrivo degli altri in accordo con il senso del tempo africano. E così ci siamo concesse, Sr. Prya ed io, una soda nell’attesa, mentre Edward è andato in centro per rifornire le bombole di ossigeno, comprare l’anti veleno e i farmaci ordinati da Ken e sbrigare altre commissioni per l’ospedale. Uscite dal centro convegni, proprio sulla sinistra, c’è un chiosco che vende bibite e una quantità incredibile di altri articoli nemmeno logicamente accomunabili se non in un grande supermercato. E ho iniziato con la prima riflessione della giornata. Ho pensato al prezzo della Coke, qui in Africa. È un prezzo ridotto per consentirne l’accesso a tutti, 25 scellini (ora è aumentata di 5, Sonia…) che permettono di usufruire di un liquido non contaminato (ma di sicuro non innocuo) data la scarsità di acqua. Ma non è forse più utile provvedere alla costruzione di impianti di depurazione e sistemi di distribuzione capillare di acqua pulita invece che continuare ad arricchire una multinazionale? E poi, perché l’idea di adattare il prezzo dei beni al mercato che li accoglie non viene applicata ai farmaci, soprattutto a quelli salva vita? Non ci sono sconti, qui, per quelli. E spesso solo pochi se li possono permettere. E quei pochi sono quasi sempre quelli che ne hanno meno bisogno. Come l’antiveleno, che costa 4.500 scellini alla dose, 45 euro. È lo stipendio di un mese di lavoro di un operaio, cioè di qualcuno che già è fortunato, da queste parti, perché ha un impiego redditizio. E gli altri? A Nairobi di sicuro tanti pazienti troverebbero il prezzo accessibile..ma quanti serpenti ci sono a Nairobi? Qui entrano nelle capanne di notte e mordono anche sul viso, strisciano tra l’erba mentre i bambini giocano, raggiungono le donne che lavano i panni al fiume…

Finita la pausa di riflessione, la prima, siamo tornate al centro congressi diocesano, un edificio lussuoso, entro i limiti del lusso possibile a Meru ovviamente, con un parco curatissimo attorno, un prato inglese che nemmeno nel giardino di casa mia, in Italia, riuscirei ad ottenere. Erano ancora tutti nelle dinning room a fare colazione. E già che c’ero, ho divorato un panino dolce rubandolo da un cesto stracolmo. E finalmente, con quasi un’ora di ritardo, il meeting è iniziato. Il vescovo era seduto al centro, con la sua tunica bianca profilata di rosso. Il pubblico era formato quasi esclusivamente da suore e preti, i laici erano solo tre, una coppia di giapponesi..ed io! E mi sentivo proprio fuori posto. Sorelle africane, italiane, inglesi che gestiscono le scuole e gli ospedali della Diocesi, padri che sono a capo di piccole chiese evangeliche sparse nel bush. Uno di loro stava scrivendo l’agenda del giorno, i vari punti da discutere riferiti alla gestione e alle linee guida che la regolano legalmente. Il primo punto da sviluppare era prayers. Io ero distratta ad osservare l’abbinamento dei colori davanti a me, il muro color senape fino a circa un metro e mezzo dal pavimento, color crema poi, lo zoccoletto rosso bordeaux, la lavagna rettangolare nera profilata di azzurro, due grandi cavalletti di fianco, uno beige e l’altro cioccolato, come un biscotto Ringo senza però la crema. E ascoltavo in cuffia la mia musica….buffalo soldier, dreadlock rasta…dammene ancora, te ddr'emozione ca me libera ntra' l'aria…

Poi il vescovo ha iniziato a pregare, a leggere alcuni passi della bibbia riguardanti l’attesa della Sua prossima venuta. Un’attesa durante la quale il loro compito è quello di preparare lo spirito delle persone all’accoglienza. E i miei pensieri hanno cominciato nuovamente a cavalcare a briglie sciolte, complice la mia insofferenza per le istituzioni (certo, è un mio limite, la mia incapacità di accettare delle sottili catene che catalogano e a volte sembrano discriminare..). Ho pensato a tutte queste chiese evangeliche cresciute come funghi nel bush, dedicate a persone che nemmeno le hanno inizialmente richieste, nate con lo scopo di raggiungere anche l’ultimo degli ultimi per metterlo al corrente che forse tutta questa sofferenza ha un senso. Un informare che a volte diventa una forzatura di pensiero, uno snocciolare una serie infinita di regole da seguire (ma scritte da chi? Da altri uomini..) altrimenti risulti sbagliato. Ma forse la avverto solo io questa sfumatura. Ma nel dubbio di una vita futura, non è meglio cercare di migliorare questa? Mah, forse è più semplice dare un motivo per accettare e sopportare la propria sofferenza che aiutare concretamente a superarla. Ma allora, se sono così concentrati sullo spirito, perché si circondano di così tanti beni superflui? Ho spento il mio i-Pod e ho cercato comunque di ascoltare, non mi pongo limiti nemmeno nel cambiare eventualmente idea…

Finito il meeting, a cui ha partecipato anche padre Joe che ho rivisto con piacere, abbiamo aspettato Edward e poi, dopo altre commissioni, siamo tornati a casa. Ci siamo fermati al mercato di Nkubu per comperare le carote e i pomodori per l’ospedale. E lì, l’immancabile ragazzino di strada, ipnotizzato dal mio colore chiaro, mi ha chiesto dei soldi per comprerarsi il pane. Era vestito di stracci, sporchi. Nella manica della giacca portava una bottiglietta di plastica piena di colla. Ogni tanto ne aspirava una generosa boccata. Io non gli ho dato i soldi, so bene,e gliel’ho detto, che gli servirebbero solo per comprare altra colla e fumarsi definitivamente il cervello, consumarsi il fegato. E non voglio essere complice di questo, non potendo fare altro. Ho chiesto ad Edward come possono procurarsi la colla. Pensavo la rubassero o ci fosse qualcuno che la compra per loro. Invece no, entrano semplicemente nel negozio e la acquistano. Al negoziante poco importa di vendere un’arma in quel modo, di essere complice di un lento omicidio. It’s only a business. Magari fingono di pensare che la colla possa servire loro per riparare le scarpe.

Da Nkubu, abbiamo dato un passaggio a Peter, il nostro cartoon di ritorno dagli offs. Portava con sé un mocio per lavare il pavimento con un cespuglio di fili on top di cotone fuxia. Peter, what is this? E lui con la sua inconfondibile risata cadenzata mi ha risposto it’s my valentie flower, Stepania! Lo adoro..

Abbiamo pure dovuto sostituire una ruota bucata. Ci siamo fermati proprio nel punto triplo del colore, davanti al mio albero di riferimento, con il tronco color latte e le foglie verde fresco, proprio dove la strada rossa sfuma in quella beige. E mentre Edward cambiava la ruota, io mi sono isolata un momento, ai piedi dell’albero, ad ascoltarne il suono, come di seta frusciante. Le fronde dondolavano dolcemente all’aria calda. Nessuno lungo la strada, ma si poteva sentire qualche voce dal bush, qualche risata di bambini. Ho chiuso gli occhi e ho sentito il vento fluire attraverso le mie narici e raggiungere i bronchi. E in quell’istante si sono fusi tutti i miei pensieri in uno solo..e mi sono sentita viva…

Anna, Aldo e Luciana sono andati a Kathwana stamattina…ma di questo, racconterò più tardi…

Tuonane kaere..

1 commento:

  1. Ciao cugina! Credevi che non ti avrei più seguita? Invece no, fedele giorno dopo giorno alla lettura del tuo diary. Che dire?
    E' sempre bello leggerti fra le righe di questa "avventura del cuore",condividere le tue sensazioni ed emozioni. Il brutto è viverle da spettatori, come me e come tutti quelli che non hanno il coraggio di scelte coraggiose come la tua. Ti voglio bene, Ale

    RispondiElimina