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Il mio disegno...

Il mio letto, così avvolto nella rete per tenere lontane le zanzare, ma soprattutto i ragni, deve avere una connessione spazio-temporale con una realtà parallela. Ieri notte mi sono addormentata malinconica, avvertivo l’assenza e mi doleva il cuore. Stamattina, dopo l’ennesimo tentativo del mio cellulare di svegliarmi, sono uscita dal bozzolo rinata. Ho ascoltato Roy Paci mentre mi facevo una doccia corroborante. E insieme alle tracce della notte, ho lavato via anche i residui della tristezza. È un’altalena che mi accompagna sempre, un’inspiegabile susseguirsi di alti e bassi che formano un grafico non interpretabile. Ma mi piacerebbe mettere su carta le mie fluttuazioni ed unire i puntini..chissà quale sarebbe il mio disegno…

Sono entrata in ufficio per stampare alcuni forms che ho preparato per Sr. Prya. Ho preso la carta dal mobile, scrollandone dalla superficie gli insetti rinsecchiti a zampe per aria e i ragni ancora vivi. E ho capito che era arrivato il momento di fare una profonda bonifica del luogo! Ho sbrigato alcune cose in ospedale e poi sono andata a casa a reclutare Luciana per darmi una mano. E armate di candeggina, guanti sterili (va beh, non esageriamo!!), spugnette e scopa ci siamo chiuse in ufficio a disinfestare e pulire. Beh, chiuse non direi, la porta era spalancata, troppo caldo oggi. E così, seduti sui rami della mia papaia, i bambini più grandi ricoverati in pediatria si godevano lo spettacolo delle due mochongo al lavoro. Ho ripulito il mobile voluto da Ale per l’ufficio, tolto i cadaveri delle zanzare e dei coleotteri, le cartacce, i documenti non più utili. C’è stato un fuggi fuggi generale quando l’ho investito con una generosa spruzzata di doom, ragni di ogni dimensione che scappavano in ogni direzione. Mamma mia, mi sembrava di averli tutti su di me. Certo che l’Africa per un’aracnofoba non è il posto ideale! Ma sono sopravissuta, ormai riesco quasi (ed il quasi è importante) a guardarli da vicino…se precedentemente avvisata che sono nelle vicinanze. La sorpresa è ancora qualcosa che non gestisco. Ad un certo punto, uno di loro, una femmina carica di uova, è sbucata proprio davanti al mio naso (e stranamente sono riuscita comunque a vederla!). E ho gridato terrorizzata spaventando pure Luciana. Che ridere! Ci abbiamo messo due ore a finire, scartando una quantità industriale di carta e di insetti morti. E poi, soddisfate, siamo andate a consumare il meritato pranzo.

Nel pomeriggio sono tornata in ufficio a sistemare la duty roster delle ragazze della casa, le gals. E dopo aver presentato loro la nuova tabella degli impegni giornalieri, hanno ripulito lo store, steso tutta la biancheria, raccolta quella asciutta, lavato le stanze e le credenze. Forse è la volta buona…

Mi ha chiamata Mbaabu dall’ospedale. Era nel ward con il dottore nuovo, Ken, non Kim come avevo capito la prima sera (sempre in conflitto con i nomi, io!). Mi hanno parlato di Monene, un bambino che progressivamente, dopo essere caduto dal dorso di una capra, ha perso l’uso delle gambe. E la paralisi sta avanzando verso l’alto. Ha bisogno di una Tac e di un probabile intervento neurochirurgico. E ovviamente qui non è possibile. Ho chiesto al dottore se possiamo aspettare, dato che una macchina andrà scuramente a Nairobi il prossimo martedì e così possiamo ottimizzare i viaggi e portarlo al Kenyatta Hospital. Ma il bambino peggiora a vista d’occhio. Non ha tempo, nemmeno una settimana. Andrà domani, anche se la macchina si sposterà solo per lui. I suoi genitori possono pagare 10 mila scellini per le cure. Io pagherò il trasporto. E mentre parlavo con Sr. Prya per avvisarla del fatto, in modo che si potessero fare altre commissioni eventualmente, è arrivata Fede, portando per mano un bambino magro magro, un mucchiettino di ossa appena legate per riuscire a camminare. Con loro, l’altro gemello, la vecchia nonna, che è poi anche la nonna di Moses, e James, il ragazzo che lavora per le sister Feliciane che organizzano le sponsorizzazioni per i bambini bisognosi. Ma la sponsorizzazione è estesa solo a Moses, per farlo andare a scuola e assicurargli tutte le spese mediche. E solo eccezionalmente, quando lo necessitano, la copertura riguarda anche le spese mediche dei gemellini. Uno dei due aveva delle chiazze in rilievo sulla testa e sulle braccia. L’altro stava a guardare, tranquillo, in silenzio. Tutti e due avevano la febbre. Ed erano talmente magri che i vestiti non avevano appigli. Scivolavano via. Anche la vecchia nonna era un sacchettino ricoperto di pelle raggrinzita, tra le cui pieghe, come per ogni anziano, ci si può leggere la storia di una vita spesa nel bush. Ho chiesto a James di portarmi i loro estremi domani, li inseriremo nel supporto alimentare dell’ospedale. Devono poter mangiare regolarmente, variando l’ingerito. Loro se ne stavano lì, con le loro manine piccole piccole in tasca, le scarpine consumate e i vestitini ormai troppo sporchi per essere lavati. In silenzio, respirando appena. Ci guardavano con degli occhioni che possono mettere in ginocchio. E aspettavano. Qualcosa. Domani darò loro anche le scarpine lasciate da Pepu…

Sono in ufficio, aspetto la cena bevendo una Tusker. E scrivo. A volte mi sembra di non avere niente da raccontare. Eppure le parole fluiscono come un torrente. Dalla mente, dal cuore, senza filtro. Qui anche una semplice giornata di ordinaria amministrazione può essere densa, intensa, da ricordare. Sono qui e parlo con Ken, mi sto raccomandando per il bambino che deve andare al Kenyatta domani. Gli ho chiesto se c’è un modo per farlo ammettere senza lasciarlo in attesa su una barella tutto il giorno in mezzo ai mille pazienti del pronto soccorso. Mentre parlavo mi rendevo conto di animarmi e forse trasudava dai miei pori la passione (oltre alla birra) che metto in tutto questo che sto vivendo. L’incapacità di accettare i troppi limiti, la testardaggine a non mollare fomentata dai pochi ma preziosi risultati. Lui mi ha chiesto, a bruciapelo, perché me la prendo tanto a cuore. Non sapevo che rispondere, in realtà, non lo so. Forse semplicemente perché vorrei cambiare alcune cose che non ritengo giuste. Ma sono troppo piccola per farlo, posso solo provarci. E lui mi ha sorriso, dolcemente. Si è alzato ed è andato a controllare il bambino. I have to take care of that child because of your heart, mi ha detto. Mi ha lasciata in sospeso un momento a guardare il buio oltre la porta. E tra le stelle ho visto delinearsi il mio disegno...

Mama buega…safari njema Monene

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