Fare a pugni con la vita…
Stamattina non ho dormito a lungo. Ma sono rimasta ugualmente a letto ad osservare il mondo attorno a me, ascoltandone il suono. I muri bianchi con i kikoi e le foto appese. Il canto degli uccellini gialli e neri che volano in cerca di fronde per il nido. Il sole che filtrava attraverso le tende e la zanzariera e mi baciava il viso. E ho deciso di aggiungere un po’ di colore alle pareti, di decorarle. Mi sono alzata e ho rovistato nell’armadio magico da cui Sonia estraeva sempre qualche sorpresa per i bambini. E ho trovato una tavolozza di acquerelli completa di pennello. Ho usato i colori dell’Africa calda, il giallo ocra, il rosso tiziano, il marrone mattone e l’arancione. Mentre su una parete ho tracciato spirali e raggi azzurro cielo con puntini distribuiti, sembrava quasi uno dei tatuaggi all’henne che fanno lungo la costa (ho pensato a Paola mentre dipingevo, ai quadretti che aveva fatto per me e mi è mancata..). All’ingresso ho disegnato un pentagramma con una sola nota…
Finito di decorare, mi sono fatta una doccia fresca per stemperare il calore accumulato. E poi sono andata in ospedale. Gakujia era appena andato via, poco prima di pranzo, ma gli altri ancora non erano di ritorno. Sapevo solo che Aldo era stato chiamato d’urgenza per un parto, probabilmente difficile. Infatti erano tutti in sala operatoria per il cesareo. Ho incrociato subito Fede che mi ha sussurrato disarmata che il bambino nato non respirava. Le si vedevano solo gli occhi oltre la mascherina verde. Occhi spenti, tristi. È uscita e siamo andate insieme in sala parto, dove Peter e altre due infermiere stavano cercando di rianimare la bambina. Aveva la testina piegata all’indietro mentre Peter cercava di infilarle il tubo endotracheale. Il suo corpicino giaceva inerme, gli occhi chiusi. Non respirava affatto. Anzi, un respiro spontaneo ogni 5 minuti. E continuava ad uscire una sostanza bianca dal tubicino. Edema polmonare. La mamma aveva atteso troppo a lungo prima di venire all’ospedale. O forse abita semplicemente troppo lontano. Hanno provato a farla partorire naturalmente, ma non riusciva a spingere. E così le si è rotto l’utero, togliendo l’aria alla bambina. Peter continuava a dire che il corpo non aveva problemi ma che ormai il cervello era morto, troppo tempo senza ossigeno. Non si è mai mossa spontaneamente da sola. Anche Aldo, dopo aver ricucito la madre, ci ha raggiunti, scuro in volto, visibilmente preoccupato. Ha cominciato a massaggiare il petto delle bimba, a comprimerlo per aiutarla a respirare, a massaggiarle i piedini cianotici e le manine serrate. Le schiaffeggiava il culetto per stimolarla, per avere una reazione. La benedizione di un pianto o almeno di un lamento. Ma lei era in condizioni visibilmente peggiori di Polmoncino ( che ora sta bene ed è andato a casa con la sua mamma). Non un battito di ciglia. Solo un respiro improvviso in mezzo a tanti tentativi di rianimazione. Un respiro che era quasi un sussulto, uno spavento. Alzava i pugnetti al cielo, quasi a combattere contro l’aria che la feriva….contro la vita, che già la metteva in ginocchio. Io ero in disparte, seduta su una sedia dipinta d’azzurro. La guardavo mentre Aldo cercava di farla respirare. E non sapevo che sperare. Se vedere il suo pancino dilatarsi spontaneamente o vedere la resa di Aldo. Una bambina con gravi lesioni cerebrali è condannata qui. Se la famiglia è povera non sarà in grado di accudirla. Magari la lascerà morire. Se la mamma ha bisogno di lavorare per crescere gli altri bambini sani non avrà tempo per lei...
Sconfitta, ancora una volta, sono tornata a casa. Anna era in camera. Sentivo la sua musica triste e i canti a festa del coro di Matiri alla missione. Che contrasto, come il verde e il rosso della natura. Mi sono persa nei miei pensieri seguendo la traccia di polvere sollevata da un matatu sulla strada per Chuka. Tagliava la vallata.
Ci siamo preparate e saltando in un altro film, abbiamo deciso di raggiungere gli altri alla festa per il coro. Stanley mi aveva appena chiamata. Non potevo mancare, ero l’ospite d’onore. Ma prima siamo passate a salutare Lucy, Fede ed io. Non sta bene, continua a tossire e a vomitare quanto mangiato. Aveva la febbre. Ed era in attesa di una trasfusione. Ma il sangue in ospedale era finito con gli interventi di questa mattina. Fede me lo ha detto in italiano..ma Lucy ha capito e ha iniziato a disperarsi. Ho cercato di calmarla, di dirle che non era un problema, le avrei dato il mio se necessario. E domani lo farò. E poi dovrà fare altri esami..e forse la trasferiremo al Kenyatta. Piccola Lucy. Così impaurita…
Il nostro giretto alla festa è stato in realtà molto breve. Il tempo di raccogliere gli applausi per il mio arrivo (che vergogna!!), di assistere alla messa all’asta dei miei vestiti, di salutare Mary che piano piano si sta riprendendo, e poi ce ne siamo andate da Regina a bere qualcosa.
Che domenica intensa. Appena ieri sembrava che le emozioni si fossero trasferite altrove per un po’ e invece sono prontamente tornate. Aldo è andato a controllare la bambina. È morta. E forse, è meglio così. Più tardi, dopo cena, cambiando film di nuovo, abbiamo giocato a carte sotto alla pergola. E ora cerco di scrollare la tristezza prima di andare a dormire facendo a pugni con la vita, gridando sottovoce il mio non è giusto, che ormai è solo una cantilena senza senso…
Tuonane ro…
Leggo sempre con molta attenzione ed interesse il tuo "diario africano" cara Stef.
RispondiEliminaScrivi e descrivi molto bene luoghi, persone e sensazioni. A volte mi sento veramente coinvolto e partecipe anche se con una buona dose di tristezza!
Ma l'africa non è solo tristezza, nonostante tutto ciò che i suoi abitanti sembrano soffrire giornalmente. Ecco, vorrei chiederti di "dipingere" luoghi o situazioni con la tua abituale bravura ma con l'aggiunta di qualche "pennellata" di gioiosa allegria.Sono convinto che , nonostante tutto, ce ne sia tanta lì!
Un abbraccio
gius
Si, hai ragione, di bellezza e gioia ce n'è tanta qui. E credo di averla anche descritta...
RispondiEliminaPurtroppo ciò che percepisco e racconto segue il mio umore, il mio sentire, il mio senso di inadeguatezza perchè vorrei fare di più. E forse, la tristezza che avverti nelle mie parole, è solo una tristezza interiore...
Cercherò di dipingere anche con altri colori, la tavolozza africana ne offre tanti.
Grazie.
Un caro saluto...