Un carico di speranze...
Ieri è stata una mattinata densa, impegnata. Sveglia all’alba (beh, erano solo le 6:44) per colpa di una leggera insonnia. Ma caparbiamente sono rimasta nella mia rete fino alle 8. A colazione è apparso Edward che mi ha ricordato che dovevamo andare ad Ishara per parlare con la compagnia che sta asfaltando le strade per conto del governo. Sr. Prya aspettava una relazione da me. Lucy il sangue. Mamma mia! Ho bevuto al volo il mio caffè (mi è sembrato per un attimo di essere tornata in Italia, quando facevo colazione in macchina per ottimizzare i tempi..che tristezza..) e ho finito la relazione. Peter e Ken mi hanno raggiunta sotto alla pergola di ritorno dall’ospedale, 4 cesarei ieri notte. E ho chiesto al mio cartoon se poteva bucarmi lui il braccio. Solo lui, oltre a Mbaabu, riesce a trovare la mia unica asfittica vena sputa sangue. Le altre sono timide e se ne stanno nel profondo! L’ho preceduto, andando al laboratorio per prendere la sacca per la donazione. Ma Alex mi ha detto che già qualcuno aveva donato per Lucy, non c’era bisogno di prendere anche il mio. Ho comunque telefonato al centro trasfusionale di Embu per ordinare il sangue per l’ospedale. Joseck si è occupato di andare a prenderlo.
Tornando verso l’ospedale ho incrociato padre Peter. Era passato a casa delle sister per scroccare il pranzo, dato che ieri era la festa del loro ordine. Ma avevano altri ospiti, amici da Nairobi, e lui, brontolando, mi ha detto che stavano pregando tutti assieme. Mah, non è forse la sua materia? Perché non si è unito al coro? E poi mi ha infilato una serie di problemi che deve affrontare, poverino, come il super lavoro e il sopportare le pulci penetranti, che sarebbero le persone che si rivolgono a lui cercando aiuto. Ma è il suo compito, la sua vocazione, padre, ascoltarle, lo ha scelto lei, gli ho detto. E lui, senza nemmeno scomporsi, mi ha risposto che dovrebbero semplicemente capire quando lui è impegnato e lasciarlo in pace. Mah…credo si commenti tutto da solo….
Sono passata a salutare Lucy. L’ho vista molto meglio! Stava mangiano ed era di buon umore. Mi ha detto che uno zio aveva donato il sangue per lei. Buega capisa. Le ho dato un bacino da parte mia e uno da parte di Ale che mi aveva pregato di salutarla. Mi ha sorriso con il suo viso paffuto, stringendo appena gli occhioni neri, uno dei quali completamente rosso per un’emorragia. Le ho detto che stavo andando a Ishara e sarei tornata nel pomeriggio.
Uscita dalla stanza, ho incrociato Peter che mi stava ancora aspettando per la donazione e gli o ho detto che non ce n’era più bisogno. E poi sono stata catturata da Clara, che mi ha chiesto se fosse possibile far arrivare dall’Italia altre creme cicatrizzanti per le piaghe di Cathrine, e Ken, per organizzare il trasferimento di una paziente al Kenyatta. Una signora di 38 anni con problemi epatici. Era stesa nel suo letto, con la vecchia mamma accanto. Magrissima, consumata. Sembrava una vecchia stanca. Con la pelle olivastra e gli occhi gialli, screziati di rosso. Sbirciava da sotto il lenzuolo, cercando forse di capire cosa stavamo dicendo Ken ed io…o chiedendo semplicemente di essere lasciata in pace. Sono andata a chiamare Sr. Jyoti per organizzare i turni degli infermieri in modo che uno di loro potesse andare con la paziente ed aiutarla ad essere ricoverata al Kenyatta.
Dopo tutto, sono salita sull’ambulanza e con Edward siamo andati ad Ishara. La strada per Ishara attraversa una terra scarsamente popolata. Non si scorgono villaggi, se non qualche capanna a Nkarini, uno dei posti delle nostre clinic mobile. Anche lungo la strada non si incontrano molte persone. Dà l’impressione di essere una zona arida, polverosa, eppure il verde esplode tutto intorno. Avevo la testa fuori dal finestrino, al sole, per sentire il profumo, cogliere ogni dettaglio, riempirmi gli occhi. E all’improvviso, ho provato la sensazione di meraviglia tipica dei bambini che esplorano il mondo per la prima volta. Quelle sensazioni che ti fanno spalancare la bocca e sospirare, quasi si fosse spaventati. Proprio ai lati della strada c’era un albero enorme, un baobab, con una ricca chioma verde bottiglia, aperto come un ombrello che proteggeva una piccola capanna di fango e legni intrecciati che si perdeva ai suoi piedi. Bellissimo!
Arrivati a Ishara, ci siamo fermati proprio di fianco alla neonata strada spianata. Stavano ancora lavorandoci, con una grossa ruspa, mentre il capo sovrintendeva i lavori. Abbiamo parlato con lui, un giovane ingegnere, Moraghe, con un bellissimo viso dolce, una camicia beige a righe, i pantaloni scuri e le safari, le scarpe tipiche del Kenya che puoi trovare da Bata per 2 mila scellini. Mi ha assicurato che oggi parlerà con il suo superiore per capire come possono aiutarci, spianando l’ultimo tratto di strada, dalla junction, che sarebbe però escluso dai loro programmi in quanto interno a non sulla via principale dei loro lavori. Probabilmente saranno all’ospedale già domani o giovedì per dare un’occhiata alle nostre esigenze. Buega capisa.
Sono tornata all’ora di pranzo, prestissimo. Proprio subito dopo aver messo la pasta sul piatto, Lucy mi ha chiamata per un’emergenza. In realtà voleva solo farmi conoscere il suo fidanzato! Un ragazzo carino, giovanissimo, quanto lei, sorridente. E pure lei era sorridente…con un cespuglio di treccine sulla testa che io ho paragonato ad un albero!
Nel pomeriggio Ken mi ha parlato della necessità di trasferire anche Lucy al Kenyatta. Deve fare delle investigazioni più approfondite, mirate, per capire quale sia la sua malattia. Le trasfusioni vanno bene per risollevare i valori di piastrine e globuli rossi, ma non risolvono il problema. E sospettano una malattia del sangue…
Le ho parlato ieri sera. Con lei c’era lo zio che l’accompagnerà, la zia, un’amica e i genitori, che finalmente ho conosciuto. Le ho spiegato che deve fare tutti gli esami del caso, che forse serviranno più giorni, ma che è meglio così perché almeno si identifica la malattie e non la si cura per la patologia sbagliata rischiando anche di peggiorare la sua condizione. Che se sarà una cosa trattabile qui, tornerà a casa presto, altrimenti dovrà restare a Nairobi per tutto il decorso. Non volevo spaventarla oltre il dovuto. Le ho accarezzato la sua guancia paffuta e le ho promesso che guarirà...we’re together. Spero solo di non aver fatto una vana promessa….
L’ambulanza è partita stamattina, col suo carico di speranze. Lucy e lo zio, Priscilla e la vecchia mamma, un signore con gli occhiali scuri che dovrà essere trattato dai Lyons e che ha passato due notti in ospedale per essere pronto a partire oggi (gli serviva solo un posto dove dormire, non ha voluto approfittare dei pasti dell’ospedale, ha provveduto da solo a mangiare negli hotel di fronte al gate..), l’infermiera e Sr. Prya che ha un glaucoma all’occhio sinistro. Domani tornerà con un carico più leggero. Il pieno di valigie, la spesa del Nakumatt e i nuovi amici dall’Italia: Mauro, Stefano, la moglie di un caro amico di Mauro, Valentina, Alberto, Marco, Colomba e Ale…che finalmente torna a casa…
Karibuni rafiki!

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