Heart is not enough…
Ieri mattina Fede, Ale ed io ci siamo fatti violenza svegliandoci presto. Avevamo un paio di missioni da compiere e come un team affiatato, e addormentato, ci siamo messi in macchina alle 8 e mezza con il nostro prode cartoon Joseck alla guida. Destinazione Embu, prima di tutto, per consegnare personalmente una lettera di richiesta al rappresentante regionale del ministro delle strade keniota. La nostra è una domanda semplice, includere l’ospedale nel loro progetto, in modo che anche la strada che lo congiunge a quella principale, la C92, venga dapprima spianata e poi asfaltata. Abbiamo posto l’accento sull’importanza indiscussa della struttura che serve un bacino d’utenza di circa 150 mila abitanti (mamma mia!) ma che è mal servita dai mezzi pubblici data la qualità delle strade, un fiume di sassi e terra rossa lungo cui la macchina spesso arranca, sfiatata, faticando a salire. E a volte soccombe. Spesso si incrociano matatu o piccoli vieco arenati da un lato della strada, quando piove, o azzoppati, accerchiati da un manipolo di improvvisati meccanici che si industriano per cambiare una ruota.
Abbiamo percorso la strada attraverso Ishara, quella che già conoscevo, quella dove abita uno degli alberi più belli del mondo, l’enorme baobab che con la sua chioma esagerata offre ombra alla piccola casa di fango e legno. Abbiamo proseguito percorrendo la strada di polvere rossa spianata e allargata, preludio della futura via asfaltata che congiungerà la main road tra Embu e Chuka con Ishara.
Una volta ad Embu, abbiamo chiesto a più riprese dove fosse l’ufficio cercato. E finalmente, dopo soste preventive in salette d’attesa con la consueta frase have a sit please, siamo entrati in contatto visivo con l’ingegnere di zona, responsabile di sovrintendere i lavori alla strada, mentre non siamo riusciti a parlare con l’ingegnere in grado di soddisfare la nostra richiesta. Ma almeno ne abbiamo recuperato il numero di telefono. Ritenteremo dopo Natale.
Dopo il semifallimento della mattinata, ci siamo giustamente coccolati facendo colazione al Glorious Morning in centro, con chai, mandasi e uova strapazzate. E poi una nuova missione, il cambio dei soldi, da euro a scellini. Una missione rivelatasi più ardua del previsto, perché non tutte le banche consentono tale operazione, a meno che non si abbia un conto aperto. E così, dopo ben tre tentativi, code interminabili, pazienza messa a dura prova ripetutamente, ci siamo ritrovati a Chuka, all’ennesimo sportello, l’unico dotato di cassiera con precisione certosina nel controllare accuratamente, con ben tre passaggi per ogni banconota, l’autenticità degli euro. E finalmente, con la nostra ultima ora di calma della giornata, siamo riuscite ad ottenere il contante.
Abbiamo fatto un po’ di spese Natalizie. Al mercato di Chuka abbiamo comprato qualche ananas e la zucca per le lasagne, i peperoni per il pollo alla diavola e i mango. E poi abbiamo cercato i gomitoli di lana e i cartoncini colorati per i lavoretti che vogliamo fare con i bambini domani, per la vigilia. Siamo entrati da Bata per il regalo a Colomba, un paio di ciabattine comode che lei ha più volte detto di volersi comprare, mentre Fede ha scelto delle infradito con un leggero tacco da indossare l’ultimo dell’anno, un guizzo di mondanità che a volte ci aiuta ad evadere dalla realtà del bush e dell’ospedale. Bene, mi ha risolto il problema di trovare qualcosa da regalarle per Natale! E infine, abbiamo comperato la televisione, regalo per la Casa del Tamarindo. In realtà, sarà una sorpresa per Peter che, da tempo ormai, non può più seguire la sua telenovela preferita, Rebecca.
Finito il pomeriggio di shopping siamo passati al Cottage Hospital, l’ospedale di Chuka, dove a volte il nostro fornitore, la Meds, ci porta gli scatoloni di farmaci da ritirare. E, con sorpresa, ne abbiamo trovati talmente tanti da riempire le due ambulanze, la seconda sopraggiunta con Sr. Prya che ha depositato gli stipendi in banca.
Siamo tornati carichi e stanchissimi, proprio per l’ora di cena. Percorrendo la strada da Chuka, tra gli scossoni e il rumore degli scatoloni nel retro che rovinavano da un lato all’altro dell’ambulanza ad ogni pietra grossa che ostacolava l’avanzamento delle ruote, ho sentito il Natale e l’assenza delle persone a me care lasciate a casa, in Italia…ho dimenticato il freddo e la neve, forse, ma non loro…
Stamattina Anna è partita, prenderà il suo volo di ritorno proprio stasera. Le sister, che si recavano a Nairobi per visitare Sr. Ann ricoverata al Nairobi Hospital, hanno dato un passaggio a lei e a Lucy che, con lo zio, doveva tornare al Kenyatta per ritirare gli esiti degli esami e definire una terapia.
Non è stata facile questa giornata per me. Mi sono sentita inadeguata, addirittura controproducente per questo ospedale. E il tutto è scaturito da un problema sottolineato da Apophie, che si è addirittura presa la briga di convocare un meeting del management team per evidenziare alcuni aspetti. Uno dei quali, l’interazione a volte negativa tra volontari e personale locale. Un problema scaturito dalla distanza tra due mentalità, due diversi approcci al paziente, che spesso sono causa di conflitti, di divergenze di opinione sul trattamento più adeguato, di incapacità a rassegnarsi al destino o, al contrario, di sottovalutazione delle emergenze. E così, la maggior parte dello staff ritiene di non essere abbastanza apprezzata e di venire solo rimproverata per le mancanze. Ma…forse, se le mancanze non fossero così evidenti e costantemente numerose...se non si vedessero infermieri passeggiare per i corridoi, fischiettando, con l’ambu sottobraccio mentre un bambino sta morendo soffocato, o si trovasse il letto di Cathrine sempre bagnato impedendo alle sue piaghe di rimarginarsi, o si lasciasse solo un bambino appena nato sul tavolo operatorio perché non si riesce a chiarire di chi sia il compito di portarlo al sicuro sotto alla luce calda dell’isola neontatle, forse nessuno dei volontari medici che prenda davvero a cuore la sua missione qui reagirebbe con tanta passione e rabbia e si lavorerebbe in armonia. Non voglio giustificare l’atteggiamento di alcuni di loro che arrivano qui in preda di un marcato delirio di onnipotenza, o con lo scopo di sfruttare la visibilità di una missione umanitaria per il proprio curriculum personale, o, peggio ancora, per poter praticare la teoria imparata. Persone che qui risultano sbagliate come lo sarebbe un cumulo di immondizia nella nostra vallata ora sbiadita dal sole. Ma cerco di capire, perché rasenta il mio stesso malessere a volte, quanto difficile sia constatare le differenze ed accettarle nel caso in cui siano carenti nel trattamento di un paziente. Vorremmo fare il massimo, andare a mille all’ora…mentre qui a volte tirano addirittura il freno a mano. Ma è la loro casa…dovremmo trovare il modo giusto per suggerire e non imporre i miglioramenti, farli digerire pole pole in modo che diventino una loro naturale evoluzione e non una forzatura. Sfondare una porta non sempre è la soluzione migliore per entrare….
E in tutta questa discussione, Ale ha parlato anche di provvedimenti da prendere per cercare di scoraggiare i fannulloni o menefreghisti che siedono per ore nel loro angolo. E ha riferito che prima la situazione forse era migliore da questo punto di vista. L’autorità che si respirava era decisamente più pesante, incuteva timore e forse è l’unico linguaggio che qui capiscono. Io parlo col cuore, anche Joseck lo dice sempre, ma il cuore non basta. Mi chiedo se sto danneggiando questo posto, pur in buona fede, pur mettendocela tutta per farlo funzionare…
Questa sera termineremo il video dell’ospedale, Ale ed io. Di nuovo, come per il video di Sonia, trascorreremo la nottata inserendo foto e aggiustando le sfumature delle musiche per confezionare un lungo spot pubblicitario di questa realtà. Qui, sotto alla pergola, in una serata calda, senza un filo di vento, senza rumori, se non il canto dei grilli e lo sbattere d’ali del pipistrello che ritmicamente passa davanti alla luce per catturare le farfalle. Qui, dove batte il mio cuore…anche se non basta…
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