Una giornata di contrasti..
Stamattina ho faticato ad alzarmi. Ho spento la sveglia almeno 5 volte.. prima di riaddormentarmi di nuovo! Ma forse erano solo i postumi delle linee di febbre e i problemi di stomaco avuti nei giorni scorsi.
Scongiurata la malaria, Fede ed io ci siamo organizzate la giornata. Lei voleva accompagnare Elosy, una ragazza di 22 anni con problemi cardiaci e con la tubercolosi, a Chaaria, un ospedale gestito da un cardiologo italiano, Beppe. Io dovevo andare Meru, non lontano da Chaaria, a fare la spesa, dato che la dispensa era vuota, e a cercare i farmaci richiesti dal dentista. E così ne avremmo approfittato anche per cambiare le sospensioni sbriciolate dell’ambulanza.
Siamo partite alle 10 e mezza, con calma. Anche Colomba è venuta con noi, per trovare una nuova connotazione ad una giornata che altrimenti avrebbe potuto essere, a suo giudizio, poco utile. Alla guida il nostro fidato cartoon, Joseck. Seduta vicino a me c’era Elosy. Una ragazzina. Abbandonata dal marito (o forse semplicemente dall’uomo che l’ha messa incinta) da quando è ammalata. Ha anche una bambina che qualcuno a casa sta accudendo. Mentre lei è qui sola, da più di un mese. Non una sola volta qualcuno è passato a farle visita. Piccola Elosy, con un sorriso grande quanto la sua solitudine.
Mentre mi perdevo gustandomi il viaggio, come sempre, appena dopo Tuniai, in lontananza, si poteva scorgere la strada rossa bloccata da una mandria numerosa, fitta. Ma solo avvicinandosi ci siamo accorti che si trattava di cammelli. In transito dalla Somalia per raggiungere, a metà Gennaio, Nairobi ed essere venduti. La macchina si è fermata timorosa aspettando che si scostassero dalla carreggiata. I pastori somali che li guidavano cercavano di raggrupparli da un lato. Loro, dondolando elegantemente il collo, si muovevano al rallentatore, avvicinandosi all’ambulanza senza toccarla mai. Seguendo con lo sguardo il loro avanzare cadenzato, ho incrociato li occhi spalancati di Elosy, la sua bocca socchiusa in un’espressione di meraviglia. Era la prima volta che vedeva dei cammelli. Ho perso di vista la mandria e mi sono soffermata sul suo volto. Rapita pure io. Sembrava di guardare in uno specchio…
L’ospedale di Chaaria è adiacente al Cottolengo (che solo oggi ho scoperto si chiami così dal nome del suo fondatore San Giuseppe Benedetto Cottolengo). Il cancello grigio si apre proprio in un angolo del villaggio. Un uomo in divisa chiara ci ha aperto e abbiamo percorso il vialetto di sassi tra le siepi curate del giardino. Prima di arrivare all’ingresso dell’ospedale, sulla sinistra, si può scorgere l’ingresso del Cottolengo. Se ne sentono fuoriuscire le grida senza parole. Se ne intravedono i pazienti, disabili gravi, cerebrolesi, seduti sulle sedie a rotelle, con il bavaglino al collo per non bagnarsi, con la bocca spalancata…spalancata in un sorriso.
Ho accompagnato Colomba, Fede ed Elosy dentro, a conoscere Beppe, un frate cardiologo che lavora a Chaaria da anni. Un volto limpido che ho conosciuto con piacere, una persona disponibilissima che si è subito dedicato a noi, ad Elosy.
Io ho continuato con Joseck il mio viaggio verso Meru. Abbiamo comprato le sospensioni nuove e poi lui mi ha accompagnato al Nakumatt, per la spesa, prima di andare al garage per farle sostituire. Il Nakumatt di Meru è un grande centro commerciale, super fornito. Ricco. All’ingresso, come nella più scontata e consumistica tradizione natalizia, un Babbo Natale panciuto, di plastica, movente al ritmo delle sue stesse canzoni. Un ballerino che lasciava a bocca aperta i bambini. E anche i grandi, soprattutto gli anziani che forse non avevano mai visto prima qualcosa di simile. Mentre aspettavo Joseck di ritorno dal garage, mi sono incantata a guardare i bambini danzare stringendo le mani del pacioso omone di plastica vestito di rosso.
Sulla via di Chaaria, che taglia da Meru, la strada era stracolma di persone, di matatu, di autobus, di predicatori. Un brulicare di colori e corpi operosi che tornavano a casa dopo aver trascorso il Natale altrove, in famiglia, come mi ha detto Joseck. Ma perché, ho pensato, qui sono tutti forestieri? Tutti trasferiti qui per lavoro provenienti dai confini? In effetti Meru è una ricca cittadina che io associo a Milano (mentre Chuka, la mia preferita, a Bologna). È polite, moderna, gremita di locali alla moda e negozi. Densa di contrasti. Come sulla la strada che abbiamo percorso oggi, uscendo verso lo sterrato. Un’infilata di negozi coloratissimi si posavano su alte piattaforme in cemento che li separavano dagli scoli ai lati della strada. Rigagnoli di acqua e melma che emanavano un olezzo tutt’altro che piacevole. Ma si potevano scorgere delle signorine eleganti, con i tacchi alti, che disinvoltamente saltavano tra le pozzanghere.
Siamo tornati a prendere Elosy e le altre. Ci aspettavano al cancello. Beppe non ha voluto un soldo per la visita e l’ecocardiogramma fatto. Ora abbiamo una diagnosi migliore che ci ha permesso di virare il trattamento verso uno più appropriato. Beh, non sarà molto, ma siamo riusciti a fare qualcosa di buono per Elosy….
Sono sotto la pergola ora. Fede e Colomba sono a letto, non stanno bene, come me un paio di giorni fa. Forse ci stiamo passando qualche virus. Peter e Apophie stanno guardando la tv, Rebecca finalmente! Ale l’ha sistemata oggi, mentre era qui da solo. Che strano vederli seduti a guardare una telenovela americana.
Non c’è un solo alito di vento. Si sente solo il rumore del Mutonga, leggero, e il solito coro di sottofondo.
Mama buega…

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