Una battaglia impari...
Oggi avrei voluto andare con Joseck alla clinic mobile. Lo dico da 5 giorni! Sto passando tutto il mio tempo qui all’ospedale, strettamente in simbiosi con i problemi e le mancanze che prepotenti risaltano sui successi e le gioie distribuite. Nascite, guarigioni, la festa che fanno i bambini quando entri in pediatria con i palloncini e i colori. A volte tutto passa in secondo piano e mi soffermo sugli aspetti negativi, saturandomi, come un amico mi ha fatto notare. Ma non è facile scontrarsi con realtà che ti devastano dentro, a volte, e ti mettono in ginocchio perché non puoi ribellartici. Fortunatamente l’Africa non è solo questo, altrimenti non si spiegherebbe perché riesca a stregare, a legarti a sé per sempre. Non a caso esiste il mal d’Africa…niente a che vedere con il male dell’Africa che forse troppo spesso racconto…
A colazione Fede ed io ci siamo incantate ad osservare i tagliatori di erba. Due ragazzi, giovanissimi, con un braccio appoggiato dietro alla schiena e l’altro che ritmicamente dondolava all’unisono con il macete ricurvo usato per tagliare l’erba. Sembrava quasi che danzassero. Fede ne era ipnotizzata. Io li ho seguiti per un po’ e poi mi sono incamminata verso l’ufficio.
Ancora una volta ho dovuto cambiare i miei piani, trattenuta a Matiri da piccoli e grandi impegni. Niente di più del mio lavoro, lo so, ma forse un po’ di evasione ogni tanto mi aiuterebbe a ritrovare colore.
Ho chiesto a Stanley di dare un’occhiata ad alcuni problemi elettrici. La corrente del generatore non è sufficiente a mantenere tutte le nostre utenze a lungo e così anche lo stabilizzatore dell’ufficio, a cui è collegato l’etere, il nostro contatto col mondo, si spegne ad intermittenza con tutto il sistema di router e switches. Mentre il freezer di casa va in centrifuga come una lavatrice.
Ho incrociato Ernesto per i corridoi, con la sua risma di cartelle cliniche di pazienti da valutare. No, non dal punto di vista medico. Ancora una volta dovevo decidere quali possono essere dimessi senza pagare il conto, chi deve tornare in un secondo momento, chi deve invece aspettare che qualcuno porti qualcosa da casa, del denaro, una capra. Ah, e poi ho anche venduto una capra a Ernesto e con il ricavato ho pagato un altro bill. Ormai conosco anche il prezzo del bestiame e ci so pure contrattare su!
Tornata in ufficio, mentre stavo sistemando per l’ennesima volta il bilancio della casa senza riuscire a far quadrare i conti (non ci sono mai riuscita, io sono l’antitesi della quadratura dei conti!) mi è arrivato un messaggio da Lucy: niente di fatto al Kenyatta, riferita, senza essere visitata, all’ematologo il lunedì successivo. Ancora non avevo idea che la mia palla di domopack sarebbe cresciuta a dismisura ed esplosa travolgendo chiunque nel raggio di km. Ho subito chiamato Lucy per chiedere chiarimenti, magari per parlare con Jedidah, l’infermiera andata con loro. Arrivati là, al signor Kenyatta che è l’ospedale pubblico di Nairobi, hanno consegnato le lettere di presentazione scritte da Ken per Lucy e Priscilla, con la descrizione degli esami fatti e della sospetta diagnosi per entrambe. E senza nemmeno fare ulteriori test, loro hanno deciso per Lucy che poteva tranquillamente aspettare il lunedì successivo, mentre per Priscilla è iniziata la lunga farsa del ricovero che impegna tutta la giornata solo per ricevere un numero identificativo e aprire il file di ammissione. Ma come è possibile non ammettere qualcuno in un ospedale, senza nemmeno visitarlo, solo sulla base dell’aspetto esteriore e di una lettera descrittiva di tentativi di esami nemmeno attendibili per la limitatezza delle nostre attrezzature? Come si può decidere che un paziente, con un occhio insanguinato, la febbre e la conta piastrinica al di sotto di ogni limite, può aspettare senza correre rischi una settimana, affrontando un secondo viaggio in condizioni precarie? Non riuscivo a digerire i brandelli di domopack e il fatto che un grande ospedale mantenuto dallo stato potesse fregarsene fino a quel punto delle persone che ad esso si rivolgono, mettendo la loro vita nelle sue mani. Non digerivo il fatto di non poter fare niente. Ho sbraitato a lungo. Con Apophie, tornata dai suoi off, con Peter, che ha poi parlato con il dottore al Kenyatta, quello stesso che si rifiutava di ricoverare Lucy. Ci avessi parlato io lo avrei insultato! Non ho gridato contro di loro, ovviamente, ma contro il sistema. Contro la rassegnazione della gente che non si ribella a tali soprusi, ma che li accetta con rassegnazione, risolvendo il problema semplicemente rivolgendosi ad una clinica privata, pagando per un servizio che hanno tutto il diritto di ricevere gratuitamente o almeno con un costo contenuto. Gli infermieri mi ascoltavano curiosi, chissà che avranno pensato vedendomi così infuocata. Ho telefonato più volte a Jedidah, chiedendo di parlare con qualcuno per forzare un po’ le cose. Invano. Alla fine, anche noi ci siamo arresi e abbiamo suggerito a Lucy di andare alla clinica privata interna all’ospedale. Le hanno fatto tutti gli esami e domani verrà visitata dall’ematologo. È una lotta impari, una lotta che io no ho nemmeno il diritto di combattere. Sono nessuno, una straniera pallida, insignificante, non ho voce, non abbastanza grossa…ma nessuno può obbligarmi ad accettare qualcosa che non condivido…la prossima volta, sarà ancora battaglia!
Anche il paziente con problemi agli occhi tornerà a casa con Edward, domani, anche per lui niente di fatto. Ma almeno Priscilla è stata ammessa, all’alba delle 8 di sera, e potrà finalmente riposare il suo fragile corpo dopo essere stata tutto il giorno in sospeso.
Ora sono qui, sotto alla pergola, con una play list latina a tutto volume, mescolata allo strano frinire di un insetto che sembra quasi un serpente a sonagli. Sono sola in casa. Sono tutti in sala per il terzo cesareo della serata. Tra poco li raggiungerò, camminando sotto la luna, restando fuori dalla sala, pronta ad accogliere il bambino e a portarlo sull’isola neonatale, ansiosa di sentirlo piangere a pieni polmoni…come fosse la protesta della vita che malgrado tutto qui riesce sempre a trionfare…
Mama buega!

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