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Dawn till dusk...

Questa notte ho fatto le ore davvero piccole! Tra pisolini vari e piccole consulenze a distanza ad un caro amico mi sono addormentata alle 5. E stamattina è stata davvero dura spegnere definitivamente il cellulare e uscire dal bozzolo.

Anche oggi la giornata si è presentata calda fin dal mattino. Al sole si faticava anche a respirare. O forse la mia pelle era ancora troppo sensibile per entrare in contatto anche con un solo raggio. Il verde della vallata sembrava liquefarsi e fondersi col rosso della terra in un unico calderone fumante. Anche Carolina, Federica (la pecora), Stefania (l’agnellino…che è poi una pecora nera!), Bianchina ed Eye Liner (le capre), boccheggiavano come pesci in secca. Ma Josefatt, che si occupa di loro, le spostava continuamente seguendo l’ombra.

Ho appoggiato il computer in ufficio e poi sono uscita per consegnare i soldi dell’acqua a padre Peter e quelli delle adozioni a Sr. Noemi. Ho attraversato il cancello che divide l’ospedale dalla missione, salutando Marcello che stava caricando sul pick up delle tanks per l’acqua. Sono andata prima alla missione ma padre Peter non c’era. Ho lasciato la busta a padre Rondina, un anziano prete alto, magro, con i capelli tutti bianchi, che vive qui a Matiri ormai da 50 anni.Poi, sono andata dalle sisters che gestiscono le adozioni a distanza o, come dicono qui togliendo ogni possibile forma di poesia, le sponsorizzazioni dei bambini e dei ragazzi che hanno bisogno di aiuto per andare a scuola. Sono entrata nel suo ufficio e le ho dato i soldi che Emanuele ha inviato per Moses, 100 euro che gli assicureranno l’istruzione tutto l’anno, una copertura sanitaria e un fondo da parte per piccole spese extra, come la divisa scolastica e il supporto alimentare. Sono uscita e ho attraversato la fetta di terra rossa, arida, che separa gli uffici dal cancello della missione. E lì, in fila, almeno una cinquantina di ragazzi. Il primo della fila era in piedi davanti al nulla. Non stavano aspettando di entrare da qualche parte o di ricevere qualcosa da qualcuno. Che aspettavano dunque? E con questa muta domanda me ne sono tornata in ospedale. Ma mentre passavo davanti al Centro nutrizionale, ho sbirciato nuovamente a destra, verso la missione. E ho visto Sr. Noemi che, ad uno ad uno, faceva le foto a tutti i ragazzi per metterle nei suoi file ed inviarle assieme alle letterine di Natale. E poi ho voltato lo sguardo a sinistra. I gemellini erano là, con la vecchia nonna , a ritirare le loro scorte alimentari. Ni buega…

Ho incrociato Rita nei corridoi insieme al papà di un bambino seguito a Tuuru, il cento di riabilitazione che ancora non sono riuscita a visitare (non posso andarmene senza averlo visto). Aveva un paio di quelle che una volta dovevano essere state delle scarpe in un sacchetto di plastica verde. Ne ha estratta una. Aveva la parte destra, quella esterna, completamente aperta, la suola consumata, con un enorme buco proprio sotto al tallone. Si, era giunto il momento di cambiare le scarpine! E così sono andata a sbirciare in camera mia, tra le borse di scarponcini correttivi lasciati da Pepu. E, misurandole con i resti di quelle vecchie, ho trovato un paio di scarpe color miele, alte alla caviglia, con un paio di cinturini. Perfette! Sono tornata in ospedale e le ho date al papà che aspettava seduto sulla panchina del corridoio degli outpatient. Le ha prese in mano e sembrava non avesse mai visto niente di simile. E forse è così. Le sue labbra hanno iniziato ad aprirsi piano in un sorriso incredulo. Rita gli ha subito detto di non pensare di venderle, che le scarpe serviranno al suo bimbo. Chissà che farà appena tornato al villaggio…

Nel pomeriggio abbiamo avuto un’emergenza. Anzi, un caso che si è tramutato in emergenza solo perché non è stato immediatamente trattato come prescritto. Un ragazzo arrivato all’ospedale con un’insufficienza respiratoria. Ken aveva ovviamente chiesto alle infermiere di portargli dell’ossigeno. Questo al mattino. Alle 4 del pomeriggio il ragazzo era cianotico nel letto. Fede e Anna, adirate, lo stavano visitando assieme a Kim, raggiunti poi dalla clinical officer, che sembrava una scolaretta agli esami, seduta sulla sedia a lato del paziente, con un quaderno per gli appunti. Hanno chiamato Sr. Jyoti (finalmente ho imparato come si scrive) chiedendo nuovamente l’ossigeno. E questa volta la bombola è arrivata ed ha cominciato a strappare il paziente alla morte. Mi chiedo se qui si rendano conto della reale emergenza e di come vada gestita. Forse sopravalutano l’intervento divino o sottovalutano l’importanza dei trattamenti, se pur limitatamente ai mezzi che abbiamo. O forse sono fatalisti, e non si scomodano tanto a salvare la vita. O forse, nella peggiore delle ipotesi, che poi è anche quella più accreditata, hanno sbagliato lavoro!E con la mia palla di domopack inesplosa (ma è solo rimandato), sono tornata in ufficio, dove Stanley stava finendo di aggiornare i dati del diesel di questi mesi. Ho lavorato un po’ e poi me ne sono andata a casa.

Edward è tornato tardi da Nairobi. È partito alle 6 questa mattina, con James, l’infermiere amico di Sonia. È stato tutto il giorno al Kenyatta con il bambino, mentre Edward ha portato la macchina a sostituire le sospensioni e a consegnare le biopsie. Il bambino è stato ammesso e gli faranno una serie di esami per capire il suo stato. Lo abbiamo portato là in tempo, il padre ha più volte ringraziato James ed Edward per questo. Ken mi ha detto che la prossima settimana, quando tornerà a Nairobi, si interesserà di Monene e mi darà un feedback. Che carino. È proprio bravo questo dottore. Appassionato. Si prende davvero cura dei pazienti. Quello che servirebbe qui. Magari potesse restare. Si è sorpreso quando l’ho ringraziato…

I miei occhi faticano a restare aperti. Il buio che invade la vallata e il portico mi concilia il sonno, cullata dai grilli e dal verso di alcuni uccelli notturni ripetitivi. Rientro nel mio bozzolo, come in un ciclo continuo che si ripete ogni giorno, dall’alba (beh, un po’ più tardi direi) al tramonto (e oltre)…ma mai uguale..

Mama buega mono..

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