Ma tanto, i grilli si sentono anche da qui…(dal mio diario privato)
Oggi siamo andate a Meru, Fede ed io. La dispensa era completamente vuota. Così abbiamo deciso, nonostante la pioggia, di andare a fare un po’ si spesa.
(proprio ora, mentre il sole tramonta e Mbaabu sta spruzzando il Doom per l’invasione di insetti sotto alla pergola, ho alzato lo sguardo sulla vallata…e infondo, quasi ai confini del mondo, le montagne sono tinte di blu sotto un cielo aranciato..e la vallata, illuminata appena, sembra quasi il mare…)
Edward era a Chuka stamattina, per andare a salutare sua figlia a scuola, durante il visiting day.
(..è appena tornato, elegantissimo nel suo completo grigio, con Gakujia…)
Quindi c’era solo l’ambulanza disponibile. Ed io non volevo toglierla all’ospedale. Che sarebbe successo se un paziente avesse avuto bisogno di aiuto? E così ho pensato di chiedere in prestito la macchina alle Sisters. Semplicemente.
Ho rincorso Prya per i corridoi dell’ospedale. L’ho trovata davanti alle sale operatorie. Stava parlando con Shimali. Le ho chiesto la macchina...ricevendo un bel NO come risposta. Prendi pure l’ambulanza, c’è quella! Ho sentito salirmi una palla di domopack dalla bocca dello stomaco. Salire e bloccarsi in gola. E me ne sono andata dicendo ok, non ci andiamo, non lascio l’ospedale senza ambulanza! Ho preferito andarmene piuttosto di dire qualcosa di tagliente. Non ho niente di personale, ma non riesco ad accettare che possano perdere di vista chi sono i primi attori di tutto questo, perché siamo qui…per i pazienti. Noi siamo solo comparse….
Beh dai, meno male che Benjamin mi ha lasciato la macchina del Dream! E siamo partite, con Josec.
La strada per Meru è splendida (ma a pensarci bene, a me piacciono tutte le strade qui!) e temibile. Una lingua rossa che si insinua tra il verde morbido delle piantine appena nate dalla pioggia. Una lingua umida, scivolosa. La macchina a tratti procedeva di traverso sovraccaricando di lavoro le ruote intrappolate nel fango.
Se ci si guarda intorno ci si innamora degli alberi..o almeno, questo è quello che è successo a me! Ce ne sono di incredibilmente belli…soprattutto quelli nudi, si può distinguere quel giusto grado di articolazione che rende la casualità un’opera d’arte... solo la natura osa e riesce tanto.
E le montagne….riempiono lo sguardo, sembra che ti rovinino addosso. Eppure sono lontane, eppure non sono alte. Ma entrano prepotentemente nel tuo cono visivo e lo invadono…o forse sono io che allargo le pupille, quasi a divorare il paesaggio, e le vedo ingrandite, come sotto ad una lente.
(gli oculisti hanno già cenato, sono le 9 quasi…c’è un’invasione di insetti degna di un film di Hitchcock..gli altri sono in sala, un’urgenza…meno male che Gakujia era già qui…ora sono andati a letto..e io sono anticipatamente sola…)
Oggi avevo una strana sensazione, seduta con lo sguardo oltre il finestrino abbassato. Come se stessi viaggiando sempre in avanti, un viaggio non più ciclico, senza ritorni , conoscendo ogni volta persone nuove, dormendo ogni volta in letti diversi, attraversando ogni giorno terre sconosciute ( …quello che sta facendo Sonia..). E forse qui è così. Per quante volte tu possa percorrere la stessa strada, ti accorgerai ogni volta di qualcosa in più, un particolare che prima non avevi notato. E ti apparirà diversa. È una questione di focus, di concentrazione, di attenzione all’uno o all’altro aspetto.
Ci siamo fermate a pranzare e poi al mercato a Nkobu.
Il mercato di Nkobu è Kathoana al quadrato..ma solo per la frutta e la verdura. Pattinavamo tra le bancarelle ( per via del fango) in cerca di peperoni, sukuma e carote. E ananas anche, con Josec che alzava la voce con la commerciante, minacciandola che se non fossero state dolci sarebbe tornato! Josec è splendido. È il nostro ex-nuovo driver. All’inizio era impostato, un bravo ragazzo, rispettoso delle regole, dei limiti, delle convenzioni…è ancora un bravo ragazzo, ma ora si è sciolto, ride sempre…ed ha uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto! È protettivo con noi ( ma lo sono tutti in fondo). Inconsapevolmente divertente. Sempre disponibile, anche quando lo chiamo di notte per andare a prendere un paziente somewhere in the bush. E un paio di settimane fa è diventato papà..un maschietto.
Lungo la strada del ritorno abbiamo incrociato una ragazza con la divisa della scuola. Avrà avuto appena 15-16anni. Josec l’ha notata subito. Camminava molto lentamente, trascinando appena le gambe. Ci siamo fermati e le abbiamo chiesto se stesse male, dove stesse andando. Non riusciva nemmeno a muovere il collo e con un filo di voce ci ha detto che stava andando all’ospedale di Mitungu. L’abbiamo fatta salire. Josec era infuriato…come si può lasciare andare una ragazzina malata da sola all’ospedale? Camminando per km. Era appena stata dimessa, con una prognosi di malaria, forse febbre tifoidea. Per Fede poteva essere anche meningite…
Questa sera, invece, c’è stata la chiamata per un maternity case. Due relatives si sono presentati per segnalare una donna con le contrazioni a Kamarandi, not far. Li ho informati sul costo della chiamata notturna dell’ambulanza, 2.000 Ksh. Ne avevano solo 1.500 . Mi hanno chiesto di aiutarli, please. Ed io mi sono sentita svenire l’anima, l’ho sentita cadere dentro il mio corpo per qualche istante, arrivare ai piedi…sotto. Come un vestito che scivola dalla gruccia dentro l’armadio. Ho detto loro che il resto lo avrebbero pagato poi, che mi dispiaceva chiedere così tanto, ma che era la regola, che era così per tutti. Ho cercato di giustificarmi….
Ho chiamato Josec, di nuovo. Poi sono corsa in sala parto per cercare Ori che era ancora in ospedale. Si è cambiata ed ha preso il set da parto per le urgenze. Abbiamo aspettato Josec al gate. È arrivato quasi subito, sfrecciando a prendere la barella ed Herry, un altro infermiere (quando si presenta un maternity case bisogna essere pronti anche ad un parto nel bush, sotto ad un albero, magari). Siamo partiti. Davanti Herry ed un relative, dietro l’altro parente, Ori e me..e la barella. La strada per kamarandi è fluida, pochi sassi, qualche buca. Poi, da lì, abbiamo girato a sinistra, verso la valle dei baobab. Il parente continuava a dire apo, apo ( qua, qua ) come se ogni volta dovesse essere lì davvero. Invece ci siamo inerpicati su un sentiero stretto, con i fari puntati nella notte e la macchina che quasi faceva freeclimbing per avanzare.
Abbiamo incrociato tante persone ai lati della strada. Camminavano. Chissà da dove venivano…chissà dove stavano andando…camminavano semplicemente. Nel buio.
Finalmente, dopo quasi mezz’ora, abbiamo trovato la donna. Era seduta a terra, con la sua mamma ed un altro parente. È salita sull’ambulanza e Oriella l’ha subito visitata: dilatazione di tre centimetri e contrazioni ogni due minuti…bene, c’è tempo! Josec è risalito in macchina, dopo aver obbligato il marito della paziente a pagarmi, con il suo inseparabile pile giallo avvolto sulla testa (per proteggere i capelli), in modo tale che le maniche, fuoriuscendo dall’attorcigliamento regolare, formassero delle orecchie…Roger Rabbit! Mamma mia, che buffo sentirlo sgridare il futuro papà per non aver specificato prima la distanza del posto in cui si trovavano e guardare il suo testone giallo da coniglio indiano!! Un cartone animato!!
Durante il viaggio ( scossoni, scossoni…ancora scossoni) la donna non ha emesso un solo lamento, non ha fatto un solo verso con gli occhi o un smorfia con la bocca. Sembrava che dormisse su quella barella, non che fosse in travaglio!
Arrivati all’ospedale, l’abbiamo accompagnata in sala parto. Lo scenario era apocalittico. Almeno un centinaio di insetti, formiche bianche vermiformi con due paia di ali lunghissime, stavano svolazzando tra i letti e gli infermieri, come elicotteri che sorvolino un campo di battaglia in una grande guerra. Avevo l’impressione che da un momento all’altro si sarebbero sentiti anche dei bombardamenti! Le loro ali rumorose erano sparse su tutto il pavimento, come un viale cittadino in autunno. Sembrava tutto così surreale. Insetti enormi che si posano sulle mamme mentre stanno per partorire sui lettini arrugginiti. Ma poi, pensando che ognuna di loro avrebbe in realtà potuto dare alla luce il suo bambino nel bush, quella sala mi è sembrata perfetta….e ho sorriso…
Sono in camera mia adesso, sono scappata dall’invasione. Non era più possibile restare sotto alla mia amata pergola. Ma tanto, i grilli si sentono anche da qui…
(proprio ora, mentre il sole tramonta e Mbaabu sta spruzzando il Doom per l’invasione di insetti sotto alla pergola, ho alzato lo sguardo sulla vallata…e infondo, quasi ai confini del mondo, le montagne sono tinte di blu sotto un cielo aranciato..e la vallata, illuminata appena, sembra quasi il mare…)
Edward era a Chuka stamattina, per andare a salutare sua figlia a scuola, durante il visiting day.
(..è appena tornato, elegantissimo nel suo completo grigio, con Gakujia…)
Quindi c’era solo l’ambulanza disponibile. Ed io non volevo toglierla all’ospedale. Che sarebbe successo se un paziente avesse avuto bisogno di aiuto? E così ho pensato di chiedere in prestito la macchina alle Sisters. Semplicemente.
Ho rincorso Prya per i corridoi dell’ospedale. L’ho trovata davanti alle sale operatorie. Stava parlando con Shimali. Le ho chiesto la macchina...ricevendo un bel NO come risposta. Prendi pure l’ambulanza, c’è quella! Ho sentito salirmi una palla di domopack dalla bocca dello stomaco. Salire e bloccarsi in gola. E me ne sono andata dicendo ok, non ci andiamo, non lascio l’ospedale senza ambulanza! Ho preferito andarmene piuttosto di dire qualcosa di tagliente. Non ho niente di personale, ma non riesco ad accettare che possano perdere di vista chi sono i primi attori di tutto questo, perché siamo qui…per i pazienti. Noi siamo solo comparse….
Beh dai, meno male che Benjamin mi ha lasciato la macchina del Dream! E siamo partite, con Josec.
La strada per Meru è splendida (ma a pensarci bene, a me piacciono tutte le strade qui!) e temibile. Una lingua rossa che si insinua tra il verde morbido delle piantine appena nate dalla pioggia. Una lingua umida, scivolosa. La macchina a tratti procedeva di traverso sovraccaricando di lavoro le ruote intrappolate nel fango.
Se ci si guarda intorno ci si innamora degli alberi..o almeno, questo è quello che è successo a me! Ce ne sono di incredibilmente belli…soprattutto quelli nudi, si può distinguere quel giusto grado di articolazione che rende la casualità un’opera d’arte... solo la natura osa e riesce tanto.
E le montagne….riempiono lo sguardo, sembra che ti rovinino addosso. Eppure sono lontane, eppure non sono alte. Ma entrano prepotentemente nel tuo cono visivo e lo invadono…o forse sono io che allargo le pupille, quasi a divorare il paesaggio, e le vedo ingrandite, come sotto ad una lente.
(gli oculisti hanno già cenato, sono le 9 quasi…c’è un’invasione di insetti degna di un film di Hitchcock..gli altri sono in sala, un’urgenza…meno male che Gakujia era già qui…ora sono andati a letto..e io sono anticipatamente sola…)
Oggi avevo una strana sensazione, seduta con lo sguardo oltre il finestrino abbassato. Come se stessi viaggiando sempre in avanti, un viaggio non più ciclico, senza ritorni , conoscendo ogni volta persone nuove, dormendo ogni volta in letti diversi, attraversando ogni giorno terre sconosciute ( …quello che sta facendo Sonia..). E forse qui è così. Per quante volte tu possa percorrere la stessa strada, ti accorgerai ogni volta di qualcosa in più, un particolare che prima non avevi notato. E ti apparirà diversa. È una questione di focus, di concentrazione, di attenzione all’uno o all’altro aspetto.
Ci siamo fermate a pranzare e poi al mercato a Nkobu.
Il mercato di Nkobu è Kathoana al quadrato..ma solo per la frutta e la verdura. Pattinavamo tra le bancarelle ( per via del fango) in cerca di peperoni, sukuma e carote. E ananas anche, con Josec che alzava la voce con la commerciante, minacciandola che se non fossero state dolci sarebbe tornato! Josec è splendido. È il nostro ex-nuovo driver. All’inizio era impostato, un bravo ragazzo, rispettoso delle regole, dei limiti, delle convenzioni…è ancora un bravo ragazzo, ma ora si è sciolto, ride sempre…ed ha uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto! È protettivo con noi ( ma lo sono tutti in fondo). Inconsapevolmente divertente. Sempre disponibile, anche quando lo chiamo di notte per andare a prendere un paziente somewhere in the bush. E un paio di settimane fa è diventato papà..un maschietto.
Lungo la strada del ritorno abbiamo incrociato una ragazza con la divisa della scuola. Avrà avuto appena 15-16anni. Josec l’ha notata subito. Camminava molto lentamente, trascinando appena le gambe. Ci siamo fermati e le abbiamo chiesto se stesse male, dove stesse andando. Non riusciva nemmeno a muovere il collo e con un filo di voce ci ha detto che stava andando all’ospedale di Mitungu. L’abbiamo fatta salire. Josec era infuriato…come si può lasciare andare una ragazzina malata da sola all’ospedale? Camminando per km. Era appena stata dimessa, con una prognosi di malaria, forse febbre tifoidea. Per Fede poteva essere anche meningite…
Questa sera, invece, c’è stata la chiamata per un maternity case. Due relatives si sono presentati per segnalare una donna con le contrazioni a Kamarandi, not far. Li ho informati sul costo della chiamata notturna dell’ambulanza, 2.000 Ksh. Ne avevano solo 1.500 . Mi hanno chiesto di aiutarli, please. Ed io mi sono sentita svenire l’anima, l’ho sentita cadere dentro il mio corpo per qualche istante, arrivare ai piedi…sotto. Come un vestito che scivola dalla gruccia dentro l’armadio. Ho detto loro che il resto lo avrebbero pagato poi, che mi dispiaceva chiedere così tanto, ma che era la regola, che era così per tutti. Ho cercato di giustificarmi….
Ho chiamato Josec, di nuovo. Poi sono corsa in sala parto per cercare Ori che era ancora in ospedale. Si è cambiata ed ha preso il set da parto per le urgenze. Abbiamo aspettato Josec al gate. È arrivato quasi subito, sfrecciando a prendere la barella ed Herry, un altro infermiere (quando si presenta un maternity case bisogna essere pronti anche ad un parto nel bush, sotto ad un albero, magari). Siamo partiti. Davanti Herry ed un relative, dietro l’altro parente, Ori e me..e la barella. La strada per kamarandi è fluida, pochi sassi, qualche buca. Poi, da lì, abbiamo girato a sinistra, verso la valle dei baobab. Il parente continuava a dire apo, apo ( qua, qua ) come se ogni volta dovesse essere lì davvero. Invece ci siamo inerpicati su un sentiero stretto, con i fari puntati nella notte e la macchina che quasi faceva freeclimbing per avanzare.
Abbiamo incrociato tante persone ai lati della strada. Camminavano. Chissà da dove venivano…chissà dove stavano andando…camminavano semplicemente. Nel buio.
Finalmente, dopo quasi mezz’ora, abbiamo trovato la donna. Era seduta a terra, con la sua mamma ed un altro parente. È salita sull’ambulanza e Oriella l’ha subito visitata: dilatazione di tre centimetri e contrazioni ogni due minuti…bene, c’è tempo! Josec è risalito in macchina, dopo aver obbligato il marito della paziente a pagarmi, con il suo inseparabile pile giallo avvolto sulla testa (per proteggere i capelli), in modo tale che le maniche, fuoriuscendo dall’attorcigliamento regolare, formassero delle orecchie…Roger Rabbit! Mamma mia, che buffo sentirlo sgridare il futuro papà per non aver specificato prima la distanza del posto in cui si trovavano e guardare il suo testone giallo da coniglio indiano!! Un cartone animato!!
Durante il viaggio ( scossoni, scossoni…ancora scossoni) la donna non ha emesso un solo lamento, non ha fatto un solo verso con gli occhi o un smorfia con la bocca. Sembrava che dormisse su quella barella, non che fosse in travaglio!
Arrivati all’ospedale, l’abbiamo accompagnata in sala parto. Lo scenario era apocalittico. Almeno un centinaio di insetti, formiche bianche vermiformi con due paia di ali lunghissime, stavano svolazzando tra i letti e gli infermieri, come elicotteri che sorvolino un campo di battaglia in una grande guerra. Avevo l’impressione che da un momento all’altro si sarebbero sentiti anche dei bombardamenti! Le loro ali rumorose erano sparse su tutto il pavimento, come un viale cittadino in autunno. Sembrava tutto così surreale. Insetti enormi che si posano sulle mamme mentre stanno per partorire sui lettini arrugginiti. Ma poi, pensando che ognuna di loro avrebbe in realtà potuto dare alla luce il suo bambino nel bush, quella sala mi è sembrata perfetta….e ho sorriso…
Sono in camera mia adesso, sono scappata dall’invasione. Non era più possibile restare sotto alla mia amata pergola. Ma tanto, i grilli si sentono anche da qui…

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