Ora le serate sono troppo tranquille…(dal mio diario privato)
Ori e Fede stanno facendo il giro con Gakujia. Io , come sempre, sono qui sola sotto alla pergola a cercare di ricordare questa giornata.
Non era iniziata bene. Lentamente, mi sono svegliata avvolta dalla malinconia, come una coperta troppo pesante che surriscalda la pelle e non la lascia respirare.
Ho fatto colazione. Ho acceso il mio pc e ho cercato di sistemare il bilancio della casa, coordinando nel file tutte le ricevute e i ricordi delle spese delle ultime settimane. Con una musica spinosa di sottofondo. Ancora in attesa….
Oriella ha finito il giro in sala parto e finalmente ho dato una svolta, almeno fisica, alla giornata pigra e stretta come un vestito piccolo. Ci siamo incamminate per Kathoana……Kathoana, il mercato, il sukuma, Mary, Sonia…ricordo l’ultima volta che ci sono stata...pianti, sorrisi e saluti…
Mi piace la strada per Kathoana. Si scende la strada di sassi e terra rossa ( come tutte le strade del Tharaka!) e si arriva al fiume. Se ci si lascia guidare dalla fiducia nel proprio equilibrio e si alzano gli occhi, si può vedere la vallata in tutta la sua vastità. Sembra di tuffarcisi dentro. Sembra di sentire il verde e il giallo della savana toccare la pelle. Il profumo della terra, della polvere. Rossa come solo qui sa essere.
Arrivati al fiume si attraversa il ponte di metallo, il ponte di Gerardo e Piero. E poi si prende la stradina verso sinistra. Si sale, si scende. Si respira affannosamente sotto il sole delle 11.
Si arriva ad un rivolo d’acqua ora inesistente, ma se ne intravede il ricordo. Lo scenario è quasi surreale. Si entra per un breve tratto nella foresta equatoriale, con le rocce nere e levigate accatastate senz’ordine.
La strada prosegue attraverso una vasta radura. Qualche capanna. Persino un pub. E si arriva alla main street, la strada principale. Attraversiamo e prendiamo la scorciatoia che sbuca all’angolo destro del mercato, un agglomerato di bancherelle e colori in uno spazio rettangolare recintato.
Ovviamente, la prima tappa è stata al negozio per comperare le sode per ridurre almeno in parte l’arsura. Osservate dai bambini e dagli adulti come personaggi televisivi noti, con una cantilena di sottofondo: muzungu…muzungu…
Abbiamo comperato tante stoffe per altrettanti pantaloni, gonne e camicette. Le patate, le carote, i pomodori..e il sukuma! 20 Ksh, come da tradizione!! Ovviamente da Mery, l’amica di Sonia. Si è commossa quando ci ha visto. Le ho detto che Sonia si sta preparando a partire per il sud america. E lei ha trattenuto a stento le lacrime. Ci ha regalato un sacchettino di passion fruit.
E ancora, as usual, qualcuno ci ha chiesto dei soldi. Ma perché? Perché dovrei darteli?perché li hai. Questa battaglia sarà lunga. White people significa semplicemente che sei benestante, che hai abbastanza soldi da poterli dare anche agli altri. Dare.
Anche Eva, la sarta, era venuta a chiedere dei soldi per andare a Nairobi a riprendere suo padre, operato al cervello. E così siamo andate anche da lei, a commissionarle delle gonne, dei pantaloni, una camicetta. Le abbiamo pagato il lavoro, non le abbiamo semplicemente dato dei soldi. Ma non è umiliante chiedere in quel modo? O il bisogno è tale da spogliare il mendicare e vestirlo con una tela elegante? O forse è stato solo l’errore di chi ci ha preceduto, che ha dato senza valore.
Siamo tornate in matatu, anzi no, con uno di quei piccoli bus azzurri, carichi di cose e di persone. Abbiamo aspettato che si riempisse, come sardine in scatola, liquefatte. È incredibile come possano riempirsi tutti gli spazi vitali di un autobus. 70, 80 persone. Quasi inumano!
Sembrava di nuotare nell’acqua calda. Le gocce scendevano sulla fronte. Dalle gambe. Incollati gli uni agli altri. Mescolandosi gli odori. Siamo partiti, finalmente. Almeno un po’ d’aria riusciva ad insinuarsi tra i microscopici spazi ancora vuoti tra i corpi e i cesti della spesa. Io ero aggrappata alle barre fissate sul tetto, come Yuri Chechi in azione alle parallele. Ori sembrava Kate nel Titanic, le braccia tese, aggrappate ai sedili. Fede, con i suoi occhiali neri, intenta a non respirare troppo profondamente per la densità dell’aria circostante.
(siamo sotto alla pergola, Fede, Ori ed io…sigarette e Smirnoff ice, canzoni trash e attesa di un contatto..stiamo riscrivendo un testo, per raccontare di noi con una musica buffa…e piove, dolcemente…quanto basta per sentire il profumo della terra e la ninna nanna delle gocce sulle foglie…)
Stasera Robbin ha chiamato dalla sala, non funzionava la sterilizzatrice. Ho provato a chiamare Stanley, ma il telefono, come sempre, non era raggiungibile. Avrei dovuto prendere la macchina e raggiungere casa sua………….
Beh, ho prima provato a fare qualcosa. Con Ori sono andata in ospedale e abbiamo azionato nuovamente la sterilizzatrice. Ha funzionato! Meno male, così hanno potuto sterilizzare le placche per l’intervento di domani mattina.
Ora ha smesso di piovere. I grilli stanno cantando di nuovo. Una rana continua a saltellare sotto alla tavola. Fa caldo, non c’è un alito di vento. E si sentono ancora dei tamburi lontani….
La vita qui è proprio come la pioggia. Arriva all’improvviso, lentamente alza la voce e poi se ne va di nuovo. E torna tutto tranquillo, pigro. Le emozioni si susseguono senza nesso logico. Tristezza, felicità. Come in un calderone in ebollizione. Non sai mai che aroma uscirà dalle bolle tra il vapore.
Aspettiamo che la torta di Fede sia pronta e poi andiamo a letto..ora le serate sono troppo tranquille…
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