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Sono tornata. (dal mio diario privato)

Sono tornata. Mi sembra di non essermene mai andata da qui.

Sono tornata a casa. Nella mia camera…non me la ricordavo così grande...ho chiuso la porta a chiave...

(Il mio geco è ancora qui…)

Sono arrivata a Nairobi ieri sera. Kithingi mi stava aspettando. Che bello rivederlo! Sempre più scricciolo…

Ci siamo fermati a bere qualcosa…io una Tusker Malt…

( ..che nostalgia ora che ci ripenso…….)

L’aria era appena fresca. Dopo i primi tre sorsi le parole uscivano già più fluide ( ma allora è la birra africana che mi ubriaca subito!!). Kito si è trasferito in una casa nuova, più vicina all’aeroporto.

Mi ha accompagnata al Flora. E finalmente sono crollata nella mia stanza, la 9. Appena il tempo di ascoltare un po’ di musica (..ovviamente Cerca intra lu core ….) per non sentire il fastidio del silenzio. Mi sono addormentata in attesa…

Stamattina mi sono svegliata al suono di Wonderfull life . Ho aperto gli occhi cercando di mettere a fuoco la stanza. Ma non la riconoscevo. Non capivo dov’ero. Capita ai vagabondi…

(il solito gatto sta litigando con i giornali abbandonati sotto la pergola…e l’ambulanza è appena partita per prendere un paziente…non chiedono più a me, non sanno ancora che sono tornata, forse!)

Sono uscita con le valige. Nemmeno il tempo di chiamare che già Federica mi è corsa in contro. Che bello rivedere anche lei! Mi ha stretta forte. Mi ha sorriso col suo accento bolognese. Dietro di lei Oriella. Mamma mia, che abbraccione!

Ho salutato Edward…porta gli occhiali adesso! For the dust, dice lui.

Con loro c’era il marito di una paziente che è stata trasferita dal nostro ospedale al Kenyatta in Agosto. Doveva riportarla a casa. Ha raggiunto l’ospedale a piedi mentre noi ci organizzavamo per andare a prendere dei materiali alla Phils Medical.

Ecco, ripiombata nella realtà del mio ospedale. Una realtà che ho trascurato, concentrata com’ero su altre facce di questo caleidoscopico poliedro che è la mia vita.

(ho acceso un incenso alla cannella…la cantilena dei grilli entra nella stanza e si mescola al profumo..sono un po’ nostalgica…)

Abbiamo attraversato Nairobi, posti a me cari. Ma non è stato come me lo aspettavo, o meglio, come temevo sarebbe stato. Quei posti, legati ad altri compagni di viaggio, avevano ancora la stessa magia.

Dopo il pranzo con Dario, di Terre Solidali, che mi deve mettere in contatto con amici impegnati in ambito sanitario ( soldi, soldi!!), siamo passati al Kenyatta a prendere la paziente e suo marito.

La paziente è Margaret, paraplegica al sesto mese di gravidanza…all’ottavo figlio. Era lì da fine Agosto..un mese e mezzo che non vedeva il marito e la famiglia. Fede ha letto la sua cartella clinica. E lei ha chiesto a me, proprio a me, can you do something for me? Qualcosa? Ma che posso fare io? Darti un passaggio tra un ospedale e l’altro…eccolo, eccolo lì il senso di impotenza che avevo sempre respirato. Pure lui mi stava aspettando, accoccolato tra la polvere della mia Africa.

Ci siamo fermati al Nakumatt ( che strano fare la spesa e non comperare il vino………) e poi, finalmente, abbiamo lasciato Nairobi.


Cosa c’è stato di diverso in questa giornata?

La gabbia alla smoking area vicino alla Niayo House, recintata e coperta, con addirittura i posti a sedere.

Il dottore Congolese che è scappato senza lasciare traccia.

Il nuovo dottore, Gabriel, simpaticissimo e carino, che resterà con noi per un mese…e poi? Che farà Apophie di nuovo da sola?

Gli occhiali di Edward.

Il maxi schermo ai lati della strada a Kathangeni, dopo Embu, con tutta la gente seduta a terra a guardare un film di guerra.

Fede, innamorata dell’omone di zucchero. Rapita dalla sua rassicurante dolcezza.

Ori, con i capelli ricci, che mi racconta di tutti gli amici visitati ( mi ricorda qualcuno!!).

Io, che siedo davanti, vicino al finestrino….

Cosa non è cambiato invece?

Edward, la sua folle corsa a 140 all’ora, con Fede aggrappata al mio braccio e gli occhi chiusi…di più, stretti!

La strada da Chuka, un torrente di terra e sassi, resa appena scivolosa dalla pioggia dei giorni passati.

(…il vento che proprio ora si sta alzando…)

La sirena dell’ambulanza che apre, come il celeberrimo Mosè, la fila delle auto e ci permette di arrivare a casa non troppo tardi.

Il profumo della terra rossa bagnata dalla pioggia.

Le risaie di Mwea. E gli asinelli fermi in mezzo alla strada.

Lo spettacolo della natura che si estende senza presunzione e ti riempie gli occhi.

La gente che cammina. Cammina sempre. Anche senza meta.


Ho cambiato posto con Oriella. Mi sono seduta dietro, vicino alla paziente. E lì, aggrappata al finestrino, con un piede sui cartoni del latte e una gamba distesa sulla borsa del Doom, mentre guardavo la scia di polvere sollevata dall’ambulanza e illuminata dalla luna, è arrivata la malinconia. Un po’ in ritardo, ma è arrivata. Ho pensato ad Alessandro..a Sonia. E mi sono mancati. Mi è mancato il sapere che non erano a Matiri ad aspettarci. Ho sentito la paura del non riuscire più a provare le emozioni che loro, mescolati all’Africa, mi hanno fatto vivere. Come se ormai non riuscissi più a scindere la terra rossa da loro.

(..anche se alcune delle emozioni non appartengono a questo posto, ma solo a me…)

Ma poi ho pensato ad altri compagni di viaggio. E a tutti i momenti magici a loro legati.

Ho pensato ad Angela, alla partita di pallavolo tra i sassi, davanti all’entrata degli out patients, il giorno di Natale, con un pallone di plastica pieno di stelle , con i bambini dell’ospedale.

Ho pensato ad Andrea, alle panche sotto alle stelle su cui ci siamo addormentati l’ultimo dell’anno. Alla luce delicata del sole che sorge e ci sveglia il primo giorno del 2005.

Ho pensato a Grazia, a quando siamo andate ad accompagnare a casa Kariuki e tornando abbiamo cantato a squarcia gola Vita spericolata mentre Shimali, davanti, guidava imperterrito.

Ho pensato alla piccola Maria, al suo tentativo di proteggermi dal dolore per la morte di un bambino, al suo abbraccio che per magia trasformava il suo metro e cinquanta di altezza in una grande morbida coperta avvolgente.

Ho pensato a Mauro, a quando siamo andati a prendere l’impianto elettrico della pediatria in un magazzino alla periferia di Nairobi, attraversando le slums proprio mentre la polizia demoliva le baracche e la gente urlava per la strada…e pensavo che sarei morta!

Ecco. Ecco le lacrime!

Ma poi abbiamo incrociato una coppia con un bambino piccolo diretta all’ospedale. Il bambino aveva la febbre altissima, probabilmente malaria. Li abbiamo fatti salire, ovviamente. Io ho ceduto il mio posto e mi sono accovacciata sulla suddetta borsa del Doom, aggrappata alla barra di aggancio della barella all’ambulanza e alla scatola dei cartoni del latte ( sempre quella, si!). Il mio piede destro scivolava su uno strato di yogurt-ammorbidente-jik-farina rovesciati dalle borse della spesa ad ogni buca, sasso, o dosso. E io ridevo. Dal cuore. Senza nemmeno accorgermene. E ho sentito di nuovo la magia dell’Africa, una terra di cui sono innamorata. Una terra di fuga, di rifugio.

Ho salutato Apophie, Peter e Gabriel.

Abbiamo mangiato insieme ( ci hanno aspettato!!). C’erano le patate con la besciamella……..

Non c’è più la foto di Ale sulla sua porta. La sua stanza è vuota. Eppure ogni tanto ne cercavo la luce. E mi aspettavo di vedere arrivare Sonia dalla sala parto, giusto per mangiare un po’ di sukuma.

Beh, un capitolo si è chiuso, ma il libro è ancora lungo.

E so per certo che gli amici veri non si perdono mai, trovano sempre il modo di incontrarsi e cancellare il tempo trascorso lontani.

È tardi, sono le due e mezza. Non c’è tempo per andare oltre su questa pagina del mio diario che ho ricominciato a scrivere. Lo farò domani.

(..ho acceso un altro incenso…alla rosa…buona notte gechino!)

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